Data: 
Mercoledì, 1 Aprile, 2015
Nome: 
Salvatore Capone

A.C. 2617-A

 

Grazie, signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, onorevoli colleghe e colleghi. Il testo di legge delega di riforma del Terzo settore, dell'impresa sociale e del servizio civile universale rappresenta senza dubbio alcuno una svolta epocale nel merito e nel metodo, nell'ambito di un settore vitalissimo e ormai strategico del nostro Paese, elemento cardine per asset strategici del Paese come la salvaguardia e la tutela ambientale, la promozione culturale, la produzione di qualità immateriale sui territori, ed eccezionale punto di forza di quel welfare dal basso, divenuto ormai indispensabile, se veramente abbiamo a cuore la dignità delle persone, il diritto alla salute e la tenuta sociale delle nostre comunità. 
Stiamo parlando di un settore, l'ambito dell'economia italiana così è stato definito, divenuto oggetto delle rilevazioni ISTAT, per la prima volta, nel 2013 con dati diffusi nel luglio 2014, che confermano pienamente come quel ventaglio di attività costituisca – è l'affermazione della Corte costituzionale – proprio un paradigma dell'azione sociale. Un settore che crea impiego, quindi reddito, quindi ricchezza, possibilità di crescita sociale ed economica e, se Lombardia, Veneto o altre regioni del centro-nord si confermano regioni con la presenza più consistente di imprese, anche nel sud le percentuali indicano una crescita interessante, dinanzi alle preoccupanti flessioni di altri segmenti considerati trainanti fino a un decennio fa, e soprattutto un'enorme potenzialità. 
Da tempo lo sappiamo e abbiamo avvertito con forza l'urgenza di un'azione legislativa che ricomponesse e riordinasse una materia così vasta, dalla definizione di Terzo settore ad un vero e proprio codice, definito proprio «Primo settore» dal Presidente del Consiglio, Renzi, nel presentare il testo di legge delega a cui si legasse l'istituzione di un registro unico presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali. Un passaggio di non poco conto per due ordini di motivi: parlare di definizione del Terzo settore, di codice del Terzo settore, di registro unico significa riconoscere sostanzialmente legittimità, piena legittimità e rilevanza a questo settore specifico e, contestualmente, affermare la rilevanza e l'interesse pubblico: una riforma vera. Non è un azzardo affermare che la riforma del Terzo settore è una delle più grandi riforme del nostro Paese ed è importante evidenziare fin da subito come il testo di legge che giunge oggi alla nostra attenzione sia stato definito grazie all'importante e puntuale lavoro svolto nella Commissione affari sociali, dopo una consultazione pubblica e numerose audizioni, che hanno consegnato un testo notevolmente ampliato e puntualizzato, che risponde pienamente, non solo alle esigenze del legislatore, quanto – e direi che questo è un eccezionale punto di forza della riforma stessa – alle esigenze proprio del settore, alle sue intime dinamiche, alla sua capacità di produrre incessantemente innovazione, nell'esigenza di interloquire pienamente con i segmenti di utenza a cui si rivolge. È un particolare tipo di innovazione forse non adeguatamente monitorata e rilevata, ma evidentissima ed essenziale proprio nel produrre in continuazione modelli coerenti e capaci di rispondere pienamente alle esigenze sociali diffuse. Penso alle attività delle organizzazioni di volontariato, alle associazioni di promozione sociale e di mutuo soccorso; penso, tra le altre norme, al valore della legge quadro sul volontariato del 1991 e, per un attimo, alla grande rete dei CSV, alla loro capacità di rimodellarsi con questa riforma, andando ad investire anche su nuovi settori di attività, in relazione alle dinamiche sociali delle realtà in cui sono pienamente inseriti e alle loro capacità di farsi interpreti di nuovi e più compiuti bisogni di cittadinanza attiva. Penso all'immensa rete delle realtà specializzate in servizi alla persona, capaci di assumere per intero un bisogno sociale in costante aumento. A comprovarlo, è sufficiente assumere come dato la curva di crescita delle nuove povertà e, allo stesso tempo, la diminuzione sempre più evidente del margine di manovra economica possibile per le pubbliche amministrazioni, soprattutto quelle comunali. Penso al volontariato laico e cattolico, alle organizzazioni non governative di cooperazione internazionale e al ruolo strategico della cosiddetta diplomazia dal basso, che spesso porta a risultati eccezionali laddove le burocrazie e le diplomazie degli Stati a volte falliscono. Ma penso anche a una semplice verità, confermata e rilanciata dalla fotografia dell'ISTAT, con la prima rilevazione nazionale delle attività di volontariato in Italia, ovvero quelle attività e quell'impegno continuativo e gratuito a favore di persone in difficoltà per la tutela della natura e per la salvaguardia e valorizzazione del patrimonio ambientale, per la conservazione del patrimonio artistico e culturale, per fini di solidarietà e promozione. Numeri di enorme interesse quelli condensati nella ricerca, perché si permettono di guardare uno spaccato del nostro Paese ancora poco conosciuto. 
Insomma, uno spaccato rilevante della società, che porta ad affermare come questa fertile disseminazione sui nostri territori, da nord a sud del nostro sistema Paese, di soggetti culturali e plurali e di progetti produca, ogni giorno, non solo azioni per la qualità sociale e territoriale, quella qualità immateriale sempre più determinante anche nella competizione virtuosa tra sistemi territoriali, ma anche economie ed economie virtuose. 
E non a caso l'articolo 1 del testo evidenzia quel carattere di bene comune che definisce l'orizzonte paradigmatico dell'impegno delle realtà del terzo settore. Una definizione, quella di bene comune, che appassiona ormai da tempo la comunità dei giuristi ed è espressione di una non semplice definizione. Faccio riferimento proprio a quella definizione con cui il cardinal Martini, in relazione a quanto esplicitato nel concilio Vaticano II, mette insieme le condizioni di vita di una società che favoriscono – e concludo – il benessere e il progresso umano di tutti i cittadini. Bene comune è, ad esempio, la democrazia; bene comune sono tutte le condizioni che promuovono il progresso culturale, spirituale, morale ed economico di tutti, nessuno escluso....e concludo veramente.... Ecco perché non è fuori luogo – e concludo – che si possa parlare di sistema epocale. Da lungo tempo è attesa questa riforma e penso che ...