Data: 
Lunedì, 11 Novembre, 2019
Nome: 
Lucia Ciampi

Il 25 novembre, con una risoluzione delle Nazioni Unite, è stata istituita la Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne e da oggi noi donne, non solamente noi donne, ma in prevalenza noi, siamo qui, oggi, impegnate a ricordare questa importante data. Questa è una giornata che io vorrei che fosse vissuta non come una ricorrenza, ma come l'assunto universale che la violenza contro le donne è una violazione dei diritti umani, conseguenza della discriminazione contro le donne e delle persistenti disuguaglianze tra uomo e donna.

È un nuovo gradino che ci porta più avanti rispetto a un percorso fatto di consapevolezza, di norme e di tutele ed è proprio dal tessuto sociale, dai governi, dalle organizzazioni internazionali che dobbiamo partire per consentire alla cultura del rispetto di radicarsi. Dobbiamo sostenere tutte quelle iniziative che si pongono l'obiettivo di superare pregiudizi e disuguaglianze che, purtroppo, sono ancora presenti. Non è un caso che il primo atto della scorsa legislatura, la XVII, sia stato la ratifica della cosiddetta Convenzione di Istanbul, attraverso la legge n. 77 del giugno del 2013, il primo strumento giuridicamente vincolante in Italia a tutela delle donne contro la violenza, con cui, appunto, si è data attuazione a quanto la Convenzione chiedeva.

La Convenzione parte da una definizione - è stata ricordata anche stasera - che stabilisce perfettamente i contorni entro cui dobbiamo intervenire; quando parliamo di violenza contro le donne, parliamo, infatti, di una violazione dei diritti umani e di una forma di discriminazione contro le donne comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce, la coercizione o la privazione della libertà. La Convenzione interviene nell'ambito della violenza domestica e introduce modifiche al codice penale per inasprire alcune pene e prevede stanziamenti per il sostegno delle vittime.

Nella XVII legislatura c'è stato un lavoro sistematico per perseguire tre obiettivi: prevenire i reati, punire i colpevoli e proteggere le vittime. Questi sono assi strategici che vanno a toccare i più disparati aspetti della nostra società, da quello economico a quello della comunicazione, dall'ambito del lavoro a quello della formazione, dal tema della giustizia a quello della sanità, dalla normativa sull'affido a quella sulla detenzione delle armi; argomenti che dobbiamo affrontare uno a uno, con misure adatte per dare supporto alle donne, che servano quindi a prevenire la violenza e a tutelare coloro che di questa violenza sono già state vittime, che diano armi efficaci alle donne per far fronte a ogni forma di molestia e che, al contempo, tolgano le armi a quegli uomini, spesso ex partner o familiari, che le usano per ferire o uccidere.

La vera innovazione introdotta nella scorsa legislatura, la XVII, consiste nel tentativo di coordinare l'educazione, la prevenzione, il supporto e la punizione all'interno di una cornice unitaria e organica. Dobbiamo prevenire le violenze; è ampiamente dimostrato, infatti, che la prevenzione comporta anche netti risparmi in termini di costi sociali; promuoviamo campagne sull'educazione alle differenze di genere, sulla cultura del rispetto e sulle pari opportunità. In tal senso, sulle pari opportunità, nella XVII legislatura sono state adottate molte misure per realizzare le pari opportunità sul luogo di lavoro, a partire dal divieto delle dimissioni in bianco all'indennità di maternità anche per le lavoratrici autonome e agli incentivi per le donne vittime di violenza. I nostri giovani devono crescere, avendo introiettato certi concetti che dovrebbero essere già patrimonio di tutta la nostra comunità.

Dobbiamo, poi, garantire sostegno alle vittime di violenza, a partire da quello psicologico e morale. In tutta Italia sono presenti tantissimi centri antiviolenza, mandati avanti da generose volontarie che affiancano le donne maltrattate, supportandole nel loro personale percorso che le porterà a uscire dalla terribile esperienza che hanno vissuto. Queste associazioni vanno valorizzate e sostenute, perché rappresentano un punto d'appoggio fondamentale per la lotta alla violenza contro le donne.

Occorre garantire stanziamenti adeguati, fondi per l'implementazione dei progetti di protezione delle vittime.

Dobbiamo poi andare a cercare i motivi per cui molte vittime tornano dal loro carnefice e continuano ad avere ancora rapporti con chi è la causa della loro sofferenza e del loro malessere. Esiste, infatti, una dipendenza o, meglio, una violenza non semplice da individuare ma citata espressamente nella Convenzione di Istanbul. Spesso le donne maltrattate o vittime dei loro molestatori non hanno l'indipendenza economica necessaria per allontanarsi, come desidererebbero fare, dai loro aguzzini. Dobbiamo, quindi, intervenire garantendo strumenti di welfare a sostegno dei percorsi di libertà e autonomia delle donne che fuoriescono da episodi di violenza. Dobbiamo intervenire sul mondo del lavoro sotto molti punti di vista e molte donne prima di me lo hanno detto nei loro interventi, molte colleghe. Infatti, sappiamo che nel 2018 il 43,6 per cento delle donne tra i 14 e i 65 anni - l'Istat ci ha consegnato questo dato agghiacciante - hanno subito qualche forma di violenza e di molestia sessuale.

Nell'ambito, poi, della sanità dobbiamo verificare che tutte le regioni abbiano adottato le linee guida nazionali per l'assistenza socio-sanitaria alle donne che subiscono violenza che sono contenute nel piano d'azione previsto dal decreto del Presidente del Consiglio del 2017. Dobbiamo intervenire anche nel campo della giustizia per rafforzare le tutele dei figli rimasti orfani a seguito di un crimine domestico e intervenire cercando di perfezionare la legge che prevede l'adozione di protezioni delle vittime. In merito, poi, ai femminicidi, è inutile negare come la diffusione delle armi, soprattutto nell'ambito domestico, comporti un pericolo maggiore per la sicurezza delle donne. È ampiamente appurato che la maggior parte dei femminicidi avvenga tra le mura domestiche. Quindi, in sostanza da tutti i dati appare chiaro che l'ambito familiare è quello dove si verificano più casi di omicidi e che se c'è un'arma in casa è più facile che questa venga utilizzata contro una donna piuttosto che per altri scopi.

Il rapporto delle associazioni di donne sull'attuazione della Convenzione di Istanbul in Italia - sono una trentina di associazioni di donne - trasmesso al Consiglio di Europa raccomanda come urgentissimo menzionare nel codice civile la violenza intra-familiare come causa di esclusione di affidamento condiviso o limitazione della responsabilità genitoriale. Una norma di buonsenso che, però, non è così scontata. Quindi, dobbiamo incidere più profondamente anche sul tema della comunicazione, dobbiamo pretendere un linguaggio diverso dai media che, soprattutto nei casi di femminicidio tendono a rappresentare questi atti criminosi - mi scusi, Presidente, finisco - come espressioni completamente fuorvianti, come raptus, eccesso d'amore, amore malato o tempesta emotiva. Non ne possiamo più di queste espressioni che implicitamente inducono a pensare che l'azione violenta sia frutto di qualcosa che possa essere legato all'amore o uno strano momento di follia. Non è così! Infine, due parole - due! - anche sulla comunicazione via web che trasuda di violenza verbale. L'odio corre sulla rete come mai successo finora. Il fenomeno dell'hate speech e l'induzione all'odio è dilagante e riguarda molto di più il genere femminile di quello maschile. Deve suscitare sdegno in ogni persona e dobbiamo essere implacabili contro questi seminatori d'odio e fare in modo che non possano esprimersi in rete. È certamente un problema di carattere mondiale e non solamente italiano, ma dobbiamo fare qualcosa di più anche noi a partire da quest'Aula.