Data: 
Venerdì, 27 Febbraio, 2015
Nome: 
Vincenzo Amendala

Grazie Presidente, care colleghe e cari colleghi, caro Ministro, discutiamo in quest'Aula di un tema che da tanto tempo, anche grazie a una diplomazia parlamentare che si è sviluppata lungo l'arco di due anni, ci ha portato a riflettere sulla nostra azione, sulla nostra diplomazia parlamentare, a sostegno di una diplomazia del Governo, a sostegno di quelli che sono i valori fondamentali e di come si mettono in pratica. Infatti, purtroppo, la politica estera sarebbe bello farla con delle battute TV, con uno slogan, con un volantino; sarebbe molto bello che tutti quanti ci convincessimo che i nostri valori sono affermati e poi vedere che lì fuori, fuori dai nostri confini, c’è tanto da fare. Per questo, senza aprire polemiche e senza fare un dibattito su cui ci contrapponiamo, ragioniamo, perché se è vero, come ha detto il Ministro Gentiloni, che gli elementi tradizionali, i valori tradizionali della nostra politica estera sono quelli segnati dalla Costituzione, sono quelli segnati dalla proiezione per la convivenza pacifica, per la solidarietà che questo Paese negli anni ha affermato, è vero che lo scenario è nuovo. Ma dire che lo scenario è nuovo e pensare che tutto quello scenario si muove senza che noi riflettiamo su come agire in base ai nostri valori, potrebbe essere un grande errore. 
La politica estera di un Paese, la politica estera di un continente, si muove su un'identità, si muove su una capacità di leggere le contraddizioni della storia. Non le rinnega, non ha paura di comprendere quanto siano difficili. Ma legge anche le novità. E mi permetto di dire agli amici dell'opposizione che prima di dare un giudizio, non solo sulla politica estera nostra ed europea, bisognerebbe guardare un attimo la complessità. Non è uno sforzo difficile, basta leggere quella che è la mappa di questo nuovo mondo perché agli antichi muri della separazione, come in Terrasanta, se ne stanno aggiungendo altri. Se ne aggiungono altri lungo il confine tra Messico e Stati Uniti, tra Arabia Saudita e Iraq. Si aggiungono nuovi muri dell'odio, come in Africa e come in Nigeria. E i confini che noi conoscevamo sono sempre in grande e complicata trasformazione. Il mar della Cina, lontano da noi, è l'epicentro di nuovi scontri geopolitici in quel continente. I nuovi canali che si creano mettono in comunicazione nuovi popoli e nuovi conflitti. E una striscia, che è la porta d'Africa, che unisce l'Europa e l'Africa, quella del Sahel, oggi è frutto ed è oggetto di una tratta degli schiavi, di una tratta illegale di armi e di contrabbando. Questo nuovo mondo, questa nuova geografia in base alla lettura dei nostri valori tradizionali o noi riusciamo ad affrontarlo anche con parole ed azioni nuove oppure è uno stereotipo: riversarci tra di noi, litigare magari per una risoluzione e non guardare quanto c’è da fare in termini di diplomazia politica del Parlamento e del nostro Governo (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). 
Cari colleghi, se noi immaginiamo il mondo di oggi e lo paragoniamo a quello di cinque anni fa, le istituzioni, l'architettura istituzionale sono nel guado. Il G8 non ha quella forza che aveva anni fa. È stato superato, anche bloccato da quelle che sono le potenze emergenti. Il quartetto che era fondamentale per la risoluzione del problema del Medio Oriente oggi non ha forza e anche l'Organizzazione mondiale del commercio non c’è più e l'OPEC non riesce nemmeno a riorganizzare quella che era una politica energetica che si muove su nuovi canali. 
C’è una divergenza nella crescita: la nostra generazione, che è nata alla politica con la caduta dei muri, con la caduta del muro di Berlino, pensava negli anni Novanta che la crescita del nostro mondo, di questa storia, fosse convergente verso democrazia, principi e unità. Ci siamo accorti e ci accorgiamo oggi che non è così, anche sotto i colpi inferti dalla destra neocon che negli anni ha costruito nuovi muri e nuovi confini. E di fronte a questo, la risposta non è solo da trovare tra noi, dentro di noi occidente, Europa e Italia, perché la distribuzione del potere oggigiorno è cambiata. Si estende lungo nuovi confini e oggi noi ci stiamo accorgendo, come ha riferito e come ci ha ricordato il Sommo Pontefice a Strasburgo, che noi siamo una minoranza in questo mondo e in questo mondo dobbiamo trovare una nuova funzione su quelli che sono i valori. Ucraina, Libia e l'emergere di una forza totalitaria fondamentalista come quella che abbiamo scoperto nel cuore del Medio Oriente sono risposte ad una modernità che non funziona, ad una crescita che non è convergente e che si lega a nuovi scenari. 
Di fronte a tutto questo, cari colleghi, con molta umiltà, con molta passione sarebbe bello risolvere tutto con un dibattito che in una risoluzione indichi quelle che sono le tavole di quello che si farà. Ma lo sforzo nostro è sui principi e su questo scenario riorganizzare un'idea di politica estera. Noi sappiamo benissimo che quello che è il centro della nostra proiezione (convivenza pacifica, cooperazione, risoluzione pacifica dei conflitti, come abbiamo sempre fatto non in un lontano passato, anche in Libano nel 2006 e come sempre siamo stati chiamati a fare) è un valore della nostra nazione. Infatti sappiamo bene che di fronte agli scenari se i valori e l'identità rimangono uguali noi siamo chiamati però ad azioni nuove su cui ci vuole unità, su cui non ci vuole propaganda, ma su cui ci vuole sofferenza perché lo scenario è mutato per un ritardo politico che negli anni si è accumulato in un'idea di Europa che era spesso oscillante tra l'isolazionismo e le difficoltà. Credo che i nostri passi – li vorrei ricordare – siano sempre stati improntati al diritto e c’è un legame tra le due mozioni che noi votiamo, tra la linea che scegliamo su Ucraina, Libia, sul contrasto al terrorismo di Daesh e quello che diciamo anche alla seconda risoluzione: l'idea di un diritto internazionale che si fa pratica ma che parte da un'idea di sofferenza perché noi sappiamo che su quel conflitto in Medio Oriente, che è un conflitto epigono di quelle che sono le difficoltà del diritto internazionale, le sofferenze dei civili sono state alte, ma che anche grandi leader hanno perso la vita per quel conflitto. Io non dimenticherò mai, nel dire sì al riconoscimento dello Stato della Palestina, le parole pronunciate da Isaac Rabin prima di morire, quando disse: io farò il processo di pace come se il terrorismo non esistesse ma voi datemi una mano a fermare il terrorismo come se il processo di pace non esistesse (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico), perché aveva chiaro lo sforzo necessario. Lo sforzo è dentro una storia complicata, che è la stessa storia del Medio Oriente oggi, dopo le rivolte arabe in cui i muri sono caduti e vogliono essere riscritti i confini di popoli che rispondono alla modernità, mentre in un Occidente che ha perso alcune grandi sfide di modernizzazione e di diritto internazionale rispondono in maniera differente.Questo è l'emergere del terrorismo internazionale, è una risposta a un ordine globale che non esiste e noi ci dobbiamo assumere la forza, con il diritto internazionale e con nuove alleanze che vedano protagoniste le forze regionali, di tentare di trovare nuove soluzioni nello spirito della cooperazione e della convivenza pacifica. Noi voteremo convintamente le due mozioni perché nel 2012 questo Parlamento votò già lo status per la Palestina alle Nazioni unite, che ha permesso anche ad Abu Mazen di avviare nuovi processi dentro il quadro di legalità internazionale. Non lo facciamo con paura, non lo facciamo con timidezza, ma non lo facciamo nemmeno con la presunzione di sapere che votata questa risoluzione tutto si risolve, ma lo sforzo si deve intensificare, duplicare, parlare con gli attori nel campo palestinese e nel campo israeliano per dargli il coraggio della pace, quello dei padri fondatori dei loro Stati, di chi ci è morto per non vincere e non far vincere l'estremismo e soprattutto farlo per i civili innocenti, che sono sempre frutto e a volte ostaggio di alcune battaglie. Noi riconosciamo un diritto internazionale, lottiamo per un diritto internazionale in Terrasanta, ma lo faremo sempre in tutto il Medio Oriente, in Africa, nello scenario internazionale perché è dentro la nostra vocazione. Non ne votiamo solo le polemiche, il primo atto di Mrs. PESC, Federica Mogherini, appena nominata, è stato proprio andare lì nel mezzo di un conflitto cercando di dire che l'Europa c'era e che vuole riaprire percorsi di dialogo e negoziati per la pace in uno dei posti più complicati per la storia e per le difficoltà. 
Vedete io non ho paura – concludo, Presidente – di questo, perché in una recente delegazione del Partito Democratico a Gerusalemme siamo andati in una scuola dove da cinque a diciotto anni studiano insieme in arabo e in ebraico ragazzi palestinesi e israeliani. La pace è possibile perché è una scelta dei coraggiosi, la pace è comprensione, cari colleghi, prima delle accuse e soprattutto la pace è un valore su cui la nostra politica estera sempre, la nostra tradizione, da quello che stiamo facendo è un lume per la nostra azione. Non abbiamo nessun problema in questo dibattito come in altri, ma non è uno spot, è una della ragioni per far grande il nostro Paese