28/12/2016 - 21:05

“Vorrei tranquillizzare il Ministro delle finanze della Germania Federale: i provvedimenti del governo italiano sulle crisi bancarie sono pienamente coerenti con le regole europee, le quali non impediscono interventi precauzionali effettuati dallo Stato per evitare rischi di natura sistemica”. Lo dichiara Marco Causi, deputato e componente Pd in Commissione Esteri alla Camera.

“Il Ministro Scheauble – continua - d'altra parte sa bene che la Germania ha impiegato circa 250 miliardi di risorse pubbliche per stabilizzare il suo sistema bancario, mentre all'Italia ne basteranno meno di 20. Il vero punto di novità emerso dalle crisi bancarie italiane in relazione alle norme europee sul 'bail in', riguarda il trattamento degli obbligazionisti subordinati retail, e cioè dei piccoli risparmiatori che hanno acquistato titoli bancari rischiosi, quasi sempre inconsapevoli o male informati dei rischi nascosti in quegli strumenti finanziari. Questo punto è già stato riconosciuto dalle autorità europee nel procedimento di risoluzione delle quattro piccole banche regionali avvenuto lo scorso anno, attraverso un meccanismo di rimborso quasi automatico. Nel nuovo pacchetto varato dal governo Gentiloni si prevede la conversione dei titoli subordinati dei piccoli risparmiatori in obbligazioni ordinarie: non un rimborso monetario, quindi, ma uno scambio di carta (rischiosa) con carta meno rischiosa. Se si accetta il principio della salvaguardia del piccolo risparmio, come si è già fatto l'anno scorso, non si capisce perché questo nuovo meccanismo - che non prevede neppure un rimborso - non dovrebbe essere valutato positivamente”.

“Io penso che, al di là delle schermaglie, anche il Ministro delle finanze tedesco sia ben consapevole che fermare le crisi bancarie italiane, che sono comunque ben circoscritte, ha un beneficio per la stabilizzazione dell'intero sistema finanziario europeo”, conclude.

19/12/2016 - 16:38

“Finalmente, nei primi mesi del 2017, partiranno i lavori di scavo del nuovo tunnel ferroviario sotto il Moncenisio, destinato a sostituire la storica, e gloriosa, galleria del Frejus. Il progetto è cofinanziato al 40% dall’Ue, ma l’accordo fra Italia e Francia va ratificato con legge entro la fine dell’anno per non perdere 3,3 miliardi di contributi europei. Permetterà la drastica riduzione di quei 2,6 milioni di Tir in transito sulla direttrice Italia-Francia e il dimezzamento dei tempi di viaggio per i passeggeri da Torino a Lione, con un risparmio di ben due ore per giungere a Parigi. In particolare, vogliamo togliere dalle autostrade della Liguria, del Piemonte e della Val d’Aosta almeno un milione di Tir all’anno, portando verso il 50% la quota di trasporto merci su ferrovia rispetto all’attuale 9%”. Così il deputato Dem, Marco Causi, intervenendo in Aula quale relatore del testo di ratifica ed esecuzione dell’accordo tra Italia a e Franciaper l’avvio dei lavori definitivi della sezione transfrontaliera della nuova linea ferroviaria Torino-Lione.

“Il progetto definitivo - spiega Marco Causi  - è radicalmente diverso da quello originario. Dagli 82 km di linea in nuova sede si è passati a soli 32, massimizzando il riutilizzo e l’ammodernamento della linea storica esistente, oltre che di altre infrastrutture. Il consumo di suolo è praticamente nullo e si permetterà di far respirare sia le montagne che la Liguria, riducendo le emissioni di Co2 in una misura pari alla produzione complessiva di anidride carbonica generata da una città di 300 mila abitanti. Inoltre, agli appalti si applicherà la normativa antimafia italiana, anche sui lavori che si svolgono sul territorio francese. E’ legittimo essere ancora contrari - conclude il deputato Dem - ma è necessario un esercizio di vera onestà intellettuale nel giudizio e, soprattutto, bisogna dissociarsi dai comportamenti violenti e intimidatori”.

19/05/2016 - 14:57

Strizzava gli occhi agli evasori

“La vera differenza fra noi e i 5S è che noi lavoriamo per fare davvero le riforme, mentre i 5S si limitano alle urla demagogiche. La proposta di legge dei 5 Stelle era solo un facile slogan populistico. Il suo vero piatto forte bocciato in Parlamento era la sanatoria di tutte le sanzioni e interessi da pagare sulle cartelle esattoriali esistenti. Un colpo di spugna che avrebbe abbuonato il 42 per cento di quanto dovuto da parte di chi non ha pagato le tasse ed è stato già scoperto dall’amministrazione finanziaria. Una sanatoria scandalosa che strizzava gli occhi agli evasori e ai tanti furbetti delle tasse che esistono in Italia. Che avrebbe avuto costi enormi (144 miliardi sui 337 miliardi di ruoli erariali che oggi Equitalia ha in carico, 321 miliardi considerando tutti i ruoli). E che, soprattutto, avrebbe dato il devastante messaggio che le tasse è meglio non pagarle, tanto potresti sempre pagarle dopo (se lo Stato se ne accorge) senza alcuna sanzione e pagando interessi ridicolmente bassi. Noi abbiamo abbassato sanzioni e interessi e abbiamo cancellato il raddoppio dei termini, ma pensiamo che i costi della riscossione non spontanea debbano essere a carico di chi non paga le tasse, e non spalmati su tutti i contribuenti. La proposta 5S inoltre prevedeva di internalizzare le funzioni di riscossione dentro l’Agenzia delle Entrate, dimenticando che l’agente della riscossione non lavora solo per lo Stato, per i tributi erariali, ma anche per altri 6.721 enti (Comuni, Consorzi, eccetera), per tutti gli altri tributi. Noi stiamo riformando l’intera attività di riscossione, una riforma cominciata con la delega fiscale (su cui i 5S si sono astenuti) e attuata con numerose norme delle due ultime leggi di stabilità e del decreto legislativo 159 del 2015. La facoltà di rateizzare i debiti è stata ampliata e portata fino a 120 rate mensili, e cioè dieci anni, per i casi straordinari, mentre per quelli ordinari le rateazioni possono arrivare fino a 72 mesi (sei anni) e, in caso di comprovato peggioramento della situazione economica del contribuente, essere prorogate per altri 72. E’ stata esclusa la pignorabilità sull’unica casa di proprietà e di residenza, limitata ai debiti superiori a 120 mila euro la possibilità di espropriazione forzata per gli altri immobili, limitata la pignorabilità su stipendi e salari, limitata a un quinto la pignorabilità sui beni strumentali d’impresa”.

Lo dichiara il deputato democratico Marco Causi.

13/05/2016 - 16:57

“Marchini annuncia che aumenterà gli stipendi dei dipendenti capitolini introducendo uno stipendio minimo di 1500 euro e che questo costerà “solo” sessanta milioni. La sua ignoranza delle norme legislative è stupefacente: il Comune non decide autonomamente gli stipendi dei suoi dipendenti, che sono stabiliti in base a leggi (oltremodo rigide) e contratti. Quella di Marchini è una bufala, una promessa da marinaio”. Così si esprime Marco Causi (PD), componente della Commissione finanze di Montecitorio e, nell’estate del 2015, vice sindaco di Roma con delega al personale e al bilancio.

“Come nel caso delle unioni civili, Marchini dimostra di non conoscere la regola più elementare dell’amministrazione: un Sindaco non fa le leggi, deve applicarle. Se non lo fa le sue deliberazioni sono illegittime. Se sono per di più costose, è chiamato a risarcire il danno erariale provocato”. Continua Causi: “Ma tutto questo Marchini non lo sa, avendo accuratamente evitato in tre anni di frequentare il Consiglio comunale, e non avendo così studiato neppure alla lontana le effettive questioni di amministrazione. Marchini dimostra non solo un’ignoranza generale, ma anche un’ignoranza specifica sulle questioni capitoline. Non è il Sindaco a decidere le retribuzioni dei dipendenti, ma le leggi e i contratti. Una decisione come quella promessa da Marchini sarebbe illegittima, i dipendenti sarebbero chiamati a restituire le somme indebitamente percepite e lo stesso Marchini sarebbe chiamato a rispondere di danno erariale, cosa che forse lo preoccupa meno delle persone che hanno redditi normali, visto il suo ingente patrimonio”.

“La leva che un Sindaco può usare è quella del salario accessorio, e il motivo per cui gli stipendi comunali romani sono stati così bassi negli ultimi tempi deriva dalla mancata corresponsione di questa voce stipendiale, le cui tradizionali forme di erogazione in Campidoglio sono cadute sotto i rilievi della Corte dei Conti e del Ministero dell’economia.” Ancora Causi: “Si tratta però di un problema avviato a soluzione, come ben sanno i dipendenti capitolini, con una profonda riforma dei meccanismi di erogazione del salario accessorio, elaborata dalla Giunta uscente nell’estate del 2015 insieme al Governo, avvalorata da un parere dell’Avvocatura di Stato, che ha permesso al Comune di ricostituire in modo legittimo i fondi di bilancio destinati a questa voce, circa 150 milioni. Si tratta adesso di spendere bene questi soldi, chiedendo in cambio una migliore organizzazione dei servizi e più produttività, con un nuovo e innovativo contratto integrativo decentrato da contrattare con le organizzazioni sindacali”.

“Si tratta insomma di studiare, caro Marchini – conclude Causi – per evitare di sparare fesserie. Si tratta di lavorare, di spendere tempo e intelligenza per amministrare la cosa pubblica. Non mi sembra che Marchini, con le sue sparate, mostri propensione e attitudine per l’impegno a cui chiede di essere chiamato dagli elettori romani”.

05/04/2016 - 20:48

Si conferma ciò che affermiamo da otto anni. Gestione debito può diventare meno costosa, restituendo risorse alla città.

“L’audizione di Silvia Scozzese in Parlamento fornisce un importante contributo di trasparenza sul piano di rientro del debito pregresso del Comune di Roma stabilito con le norme straordinarie del 2008 e del 2010.” E’ il commento di Marco Causi (PD), componente della Commissione Finanze della Camera dei Deputati ed ex assessore al bilancio del Comune di Roma.

“Aspettavamo da anni queste informazioni e questa trasparenza, mai garantite dalle precedenti gestioni commissariali. La Scozzese in primo luogo conferma quanto ho sostenuto fin da otto anni fa: la massa passiva che costituisce il “debito pregresso” è stata formata sommando mele con pere, e cioè debiti finanziari certi (mutui e titoli) con debiti non finanziari della più disparata natura, in particolare debiti commerciali (pagamenti ritardati) e pagamenti richiesti dalle aziende dello stesso Comune. Sono poi state sommate, alle mele e alle pere, anche le arance, sotto forma di possibili pagamenti futuri di cui non sono ancora oggi accertati, a otto anni di distanza, né l’entità né il soggetto creditore, e si tratta clamorosamente del 43 per cento dei casi, riferibili soprattutto allo storico contenzioso urbanistico.”

 “Si conferma poi – continua Causi - che il debito finanziario del Comune di Roma, quello cioè costituito da mutui e titoli e finalizzato agli investimenti, era nel 2008, in termini pro capite, in linea con i dati delle altre grandi città italiane, e anzi leggermente inferiore. Aggiungendo le altre voci la gestione commissariale ha operato nel corso degli anni come cassa di compensazione per le necessità di pagamento del Comune. I due fattori, lo sgravio del debito finanziario storico e i pagamenti da parte del commissario dei debiti non finanziari, hanno beneficiato il bilancio ordinario del Comune. Purtroppo questo beneficio è stato sperperato fra il 2008 e il 2013, durante la gestione Alemanno, con un rilevante aumento della spesa corrente, lievitata di un miliardo di euro, come certificato dalla relazione degli ispettori del MEF all’inizio del 2014. La dinamica incontrollata della spesa corrente comunale durante gli anni di Alemanno ha fatto ereditare alla nuova giunta subentrata nel 2013 un deficit strutturale di circa 800 milioni all’anno, che è oggi in fase di riassorbimento attraverso il piano di rientro codifivato dalle norme cosiddette “salva Roma”.

“Inoltre le informazioni fornite dalla Scozzese sulla gestione finanziaria dell’ufficio del commissario di governo – continua Causi – confermano quanto sostengo da tempo, anche con un apposito progetto di legge presentato alcuni anni fa, e cioè che la gestione di queste masse finanziarie è stata nel corso degli anni più costosa e più inefficiente di quanto il Comune avrebbe potuto fare operando con gli strumenti ordinari. Basta pensare al fatto che il Comune di Roma non ha beneficiato, per sé e per le sue aziende, dei mutui governativi per il pagamento dei debiti commerciali introdotti dal decreto 35 del 2013, ad un costo di meno dell’uno per cento di interesse, continuando invece a tenere aperte posizioni debitorie al costo del 4-5 per cento. Ciò significa che una gestione più attenta può restituire risorse alla città, sotto forma di minori imposte e/o di maggiori disponibilità per investimenti”.

“Per evitare inutili polemiche – conclude Causi – voglio ricordare che il titolo obbligazionario emesso dal Comune di Roma fra il 2003 e il 2005 permise di chiudere vecchi mutui precedenti aventi tassi di interesse molto più elevati, in alcuni casi a due cifre, con risparmi annui di circa 200 milioni. Essendo un titolo a tasso fisso, come i BTP, la legge prevedeva l’obbligo di una copertura assicurativa tramite derivati collegati ai tassi di interesse. Nessun derivato, insomma, è stato varato per motivi speculativi, ma solo per corrispondere agli obblighi di legge. Mi stupisce, anzi, che questi derivati siano stati chiusi. E che lo siano stati proprio durante il 2011, nella stagione più difficile dei mercati finanziari italiani. Si ha quasi l’impressione, in base alle informazioni fornite da Silvia Scozzese, che l’ufficio governativo del commissario abbia durante il 2011 giocato contro l’Italia, sperando di potere riacquistare il titolo obbligazionario in seguito ad una sua svalutazione. Evento che per fortuna non si è realizzato, grazie alle politiche di stabilizzazione del governo Monti, ma che sembrerebbe aver lasciato qualche perdita nei bilanci dell’ufficio commissariale. Invito il Governo e Silvia Scozzese ad andare rigorosamente fino in fondo su questa inquietante vicenda.”

30/03/2016 - 12:21

Dichiarazione del deputato democratico Marco Causi

Anticipazioni giornalistiche su ciò che Ignazio Marino avrebbe scritto in un libro che non è ancora in commercio riportano che io gli avrei detto, nel consigliargli le dimissioni da sindaco di Roma, questa frase: "Tu lasci Roma, vai a Philadelphia, spegni il cellulare e diventi irreperibile per otto o dieci giorni. Così per irreperibilità del sindaco il governo dovrà nominare un commissario e sciogliere consiglio e giunta" (fonte: La Repubblica).

Questa frase, o comunque l’argomentazione in essa contenuta, non mi appartiene e non l’ho mai usata. Si tratta di un falso. Un falso che mi offende e mi rattrista. Ed è falso anche il riferimento a sms che avrei ricevuto da Matteo Renzi. Sul mio cellulare gli sms con Renzi e De Vincenti riguardano soltanto le questioni di governo della città, in particolare per il programma di interventi per il Giubileo. Qualcuno doveva pur pensarci, fra agosto e settembre del 2015, mentre il Sindaco sembrava assorbito in altre incombenze. 

Con dolore sono costretto a ricordare di avere fatto tanto, nelle mie possibilità, per sostenere Sindaco e giunta capitolina di centrosinistra vincitori nel 2013: riscrittura della norma “salva Roma”, per farla approvare dopo due bocciature in Parlamento; partecipazione alla “cabina di regia” per il piano di rientro; organizzazione della conferenza PD al Quirino nel novembre 2014, dove Giuseppe Pignatone ha descritto pubblicamente, credo per la prima volta, il sistema del “mondo di mezzo” e i guasti creati nella città e nel Campidoglio da criminalità e corruzione; dal 28 luglio 2015 impegno diretto in giunta comunale, abbandonando incarichi nazionali, con l’obiettivo di rafforzare e rilanciare l’azione di governo, che presentava molti aspetti deficitari.

Quando alla metà del mese di ottobre, con Alfonso Sabella, abbiamo consigliato a Ignazio Marino le dimissioni  - un consiglio da lui accolto, salvo a ripensarci dopo venti giorni - abbiamo usato due argomenti. Primo, il probabile rinvio a giudizio non solo per peculato ma anche per falso. Secondo, il crollo della fiducia nella capacità dell’amministrazione da lui diretta di affrontare gli enormi problemi emersi dalle inchieste “mondo di mezzo” e dalle altre emergenze della città, a partire dalle manutenzioni straordinarie e dall’organizzazione degli interventi giubilari.

Argomenti politici quindi, e di opportunità. Argomenti, peraltro, scomodi per il PD che ha deciso, di fronte allo tsunami romano, di commissariare il partito e di interrompere un’esperienza di governo che mostrava grandi debolezze, dimostrando così di non essere attaccato ad ogni costo al potere. Mi piacerebbe vedere lo stesso coraggio in altre forze politiche, ad esempio in quelle di centrodestra che erano al governo mentre si consumava il degrado del Comune di Roma, oppure in quelle che oggi si propongono come alternativa di sistema, come i 5 stelle, che mi sembra non abbiano la minima comprensione delle difficoltà e complessità poste dalla gestione del Campidoglio.

24/03/2016 - 19:44

"Le opinioni di Virginia Raggi su Acea denotano dilettantismo e ideologismo, due qualità per nulla adatte ad un aspirante sindaco". E' il commento di Marco Causi, deputato Pd e membro della Commissione Finanze di Montecitorio, sulle dichiarazioni in merito ad Acea della candidata 5 stelle al Campidoglio.

"La Raggi mostra di non conoscere la differenza fra tasse e tariffe. Il servizio idrico, al pari di quello elettrico e del gas, è finanziato con le tariffe e non con le tasse. Le tariffe coprono il costo del servizio, compresi gli investimenti, e non c'è bisogno quindi di usare le tasse per finanziare questi settori. E' così in tutta Europa. A Roma, poi, la tariffa idrica è la più bassa d'Italia e la qualità del servizio è fra le migliori d'Europa. Mentre Roma è molto arretrata su trasporti e igiene urbana, proprio sull'acqua ha uno dei suoi punti di forza, e non si capisce davvero perché la Raggi critichi in modo così aggressivo il gestore industriale di questo servizio".

"Si tratta di dilettantismo e ideologismo - continua Causi - Acea viene criticata perché è una SpA quotata in Borsa, mentre è proprio questa caratteristica che ha garantito all'azienda di crescere e di restare al riparo dagli errori della politica romana, diversamente da quanto accaduto ad Atac e ad Ama. La Raggi farebbe bene ad andare a scuola da Pizzarotti: il Sindaco di Parma ha appena deciso, cambiando la precedente posizione del movimento di cui fa parte, di rientrare nel patto di sindacato di Iren, l'azienda pubblica multi-utility che lavora sul suo territorio".

24/03/2016 - 13:09

"A Parma il realismo è più forte del populismo: così la parabola del sindaco anti-inceneritore, quello che ne avrebbe impedito l'accensione, finisce con l'ingresso nel patto di sindacato della società che gestisce l'impianto. Una scelta di buon senso, che va nell'interesse dei cittadini di Parma, ma che denota tutta l'assurdità delle parole demagogiche sparate in campagna elettorale dal Movimento Cinque stelle, prontamente smentite in tanti casi come in quello di Parma dal duro impatto con la realtà dei fatti".
Cosi il deputato Pd Marco Causi commenta la notizia pubblicata su alcuni quotidiani sulla scelta del sindaco di Parma di siglare l’accordo con la società Iren.

09/03/2016 - 13:43

"La direttiva UE sui mutui immobiliari, che l'Italia sta recependo con un decreto legislativo al vaglio del parere del Parlamento, tutela sotto molti aspetti il consumatore-debitore più delle norme vigenti. Le proteste del M5S sono del tutto immotivate e pretestuose". Così dichiara Marco Causi, deputato PD della Commissione Finanze di Montecitorio. 

"Oggi infatti il debitore che smette di pagare le rate del mutuo può essere portato dalla banca in tribunale dopo 7 rate non pagate. Con la direttiva UE l'inadempienza contrattuale aumenta a 18 rate"

"Ma c'è di più" continua Causi "Oggi il debitore inadempiente vede il suo immobile messo all'asta dal Tribunale, con la conseguenza di forti abbattimenti del prezzo di vendita. Se l'immobile viene venduto ad un prezzo inferiore rispetto al valore del mutuo contratto, la differenza resta a carico del debitore-consumatore, che deve saldare entro sei mesi la banca. Con la direttiva UE, invece, il rischio che il prezzo di vendita sia inferiore al valore del mutuo se lo accolla la banca, e la vendita estingue comunque il debito. Se resta un residuo positivo, peraltro, quello spetta al consumatore-debitore".

"Il testo del parere parlamentare, che chiarisce e migliora il testo inizialmente presentato dal Governo, è noto da ieri: in particolare, c'è scritto chiaramente che ogni atto di trasferimento o vendita dell'immobile deve essere firmato dal debitore-consumatore - la banca cioè non può appropriarsi del bene senza il consenso del mutuatario inadempiente; che la stima del prezzo di vendita è effettuata da un perito terzo nominato dal Presidente del Tribunale; e che le nuove norme si applicheranno solo ai nuovi contratti".

"Sotto molti profili, quindi, le norme UE tutelano il debitore più di quelle vigenti tradizionalmente in Italia. I 5S, per innestare elementi di paura e di preoccupazione nella pubblica opinione, descrivono l'Italia come un paese in cui, se smetti di pagare le rate del mutuo, non ti succede nulla, mentre adesso arriva la cattiva Europa e ti costringe a vendere la casa. I 5S pensano che gli italiani siano un po' tonti, perchè chiunque sa che se smetti di pagare un debito prima o poi il creditore si rivolge alla giustizia. I nuovi meccanismi di soluzione di questo conflitto fra debitori e creditori sono meno costosi e più garantisti per il debitore, sono più veloci - e questo consente alla banca di accollarsi il rischio di un prezzo di vendita basso - e comunque sono volontari e consensuali". 

"Vorrei invitare i deputati 5S a smettere la loro azione di disinformazione. Non è solo "procurato allarme", è soprattutto un comportamento che rivela da parte dei 5S l'idea che gli italiani possano bersi qualsiasi fandonia, e non sappiano nulla di come funziona davvero il mondo reale, quello vero, non quello che viene descritto fantasiosamente sui blog".

02/03/2016 - 18:16

“Ci sono alcune clamorose incomprensioni e inesattezze sulla questione della direttiva europea sui mutui, strumentalizzate dal M5S in modo beceramente propagandistico”. Così dichiara Marco Causi, deputato PD della Commissione Finanze.

“Se i 5S avessero permesso oggi alla Commissione di lavorare, i punti controversi sarebbero stati già chiariti, e lo saranno comunque nel testo finale che verrà proposto dal Parlamento. Primo, la possibilità di vendere o trasferire il bene oggetto di garanzia estingue il debito: se il provento della vendita è superiore al debito, la differenza viene riconosciuta al debitore; ma al contrario se il provento è inferiore nulla è dovuto in futuro da parte del debitore, e la perdita viene assorbita dal soggetto finanziatore (banca). L’ordinaria procedura di escussione tramite vendita all’asta, oltre ad essere più lunga e costosa, lascia invece il debitore con l’obbligo di pagare l’eventuale residuo”.

“Non è una questione da niente – continua Causi – tenendo conto della discesa dei valori immobiliari in questa fase storica. Secondo, si tratta di una facoltà pattizia, che passa comunque per una scelta da parte del debitore, ed è già presente nella normativa italiana (ad esempio nei contratti di sale and lease back), con sentenze della Cassazione che chiariscono bene la compatibilità di questo tipo di patti (patti marciani) con il divieto di patti commissori”.

“Inoltre, il PD ha già proposto di introdurre nel testo alcuni importanti chiarimenti: che questa facoltà possa essere introdotta solo nei nuovi contratti di mutuo; che il perito venga scelto in modo trasparente e imparziale, ad esempio dal Presidente del Tribunale; che venga precisato cosa si intende per “inadempienza”, con riferimento ad una quota congrua del debito e ad un congruo intervallo temporale di mancati pagamenti”.

“Non c’è nulla di utile e sensato nel trasportare questi argomenti sul palcoscenico della politica urlata e sguaiata” conclude Causi “A otto anni dall’inizio della Grande Recessione non si tratta di favorire (ideologicamente) o i debitori o i creditori. Si tratta di trovare volta per volta le soluzioni più equilibrate e pragmatiche. Uscire velocemente dal contratto di debito, con la sua totale estinzione senza ulteriori “code”, può essere un’opportunità su cui in tanti casi gli interessi di debitori e creditori possono convergere”.

24/02/2016 - 18:41

"Il mantenimento del fattore di supporto oltre la fase temporanea che si concluderà nel 2016 è importante perché la mancata conferma della mitigazione degli incrementi patrimoniali richiesti alle banche per i prestiti alle PMI metterebbe in discussione, nel nostro Paese, circa 20 miliardi di euro di affidamenti. Analoghe iniziative sono state assunte in questi giorni in sede di Parlamento europeo e, in Italia, l'importanza del mantenimento dello SMEs Supporting Factor e' stata sottolineata in occasione delle audizioni tenute dalle Commissioni Finanze ed Attività Produttive tanto da Banca d'Italia ed ABI, quanto dalle principali associazioni imprenditoriali". Lo dichiara il deputato del Pd, Luigi Taranto, primo firmatario della risoluzione per il mantenimento del fattore di supporto delle piccole e medie imprese (SMEs supporting factor), approvata all'unanimità nelle Commissioni Finanze ed Attività Produttive della Camera con il parere favorevole del Governo. Le commissioni hanno impegnato il Governo a sviluppare ogni iniziativa utile all'avanzamento - in sede di Commissione europea e di Consiglio - del confronto e dell'approfondimento sulle ragioni del mantenimento dello strumento dello SMEs Supporting Factor.

"La contrarietà - aggiunge Marco Causi, deputato Pd e secondo firmatario della risoluzione - espressa in sede tecnica da alcune strutture della UE al mantenimento del fattore di supporto per il credito alle PMI non è comprensibile, poichè si tratta di una misura automatica, trasparente e non discrezionale, preferibile quindi a molte altre misure di politica industriale attiva sostenute e finanziate dalla stessa Unione. Speriamo che anche su questo versante nella UE prevalga il buon senso".

17/02/2016 - 18:14

​"​C'è voluto più tempo del previsto, ma ​ora ​ finalmente ​ ci siamo". E' il commento di Antonio Misiani e Marco Causi, deputati Pd, dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale​ ​del Regolamento attuativo della legge sul prestito ipotecario vitalizio, di cui i due parlamentari Pd sono stati promotori.

“La pubblicazione del Regolamento – spiegano - che entrerà il vigore il prossimo 2 marzo, era l'ultimo passaggio dal punto di vista normativo per l'attuazione della riforma del prestito vitalizio. Da oggi le regole ci sono. Sono frutto di un lavoro condiviso con ABI e le associazioni dei consumatori e creano le condizioni per un reale decollo del PIV”.

“Ora tocca alle banche offrire al mercato questo strumento, che può svolgere un ruolo prezioso per garantire alle generazioni over-60 l'accesso al credito bancario e rappresenta una alternativa nettamente preferibile alla vendita della nuda proprietà", concludono Misiani e Causi.

19/01/2016 - 17:37

“La soluzione che il Commissario Tronca, con il supporto del Governo, ha annunciato oggi sulla questione della retribuzione accessoria dei dipendenti del Campidoglio è convincente e innovativa”. Così dichiarano Marco Causi e Matteo Orfini, primi firmatari dell’emendamento alla legge di stabilità che era stato ritirato a dicembre in attesa di una soluzione definitiva, arrivata ufficialmente oggi.

“Le norme che vengono adesso inserite in una delibera dell’amministrazione di Roma Capitale riproducono esattamente il meccanismo che avevamo proposto a dicembre. Si tratta di una soluzione innovativa e rigorosa: si supera una distorsione che allontanava Roma dalle altre grandi città e si pongono le basi per un nuovo contratto in cui la retribuzione variabile venga ridotta e strettamente ancorata a indicatori di risultato e di produttività”.

“Allo stesso tempo – continuano Causi e Orfini – la parte stabile della retribuzione viene anch’essa riportata alla media delle grandi città, evitando così una decurtazione complessiva della busta paga che sarebbe stata eccessiva e ingiusta. Ringraziamo il Governo e il Commissario Tronca per avere mandato in porto la soluzione di un problema che si trascinava da troppo tempo”.

13/11/2015 - 19:10

“Il decreto al voto oggi, che completa le procedure previste per la volountary discolsure, è un intervento geneticamente diverso da quelli precedenti: non è uno scudo, non è un condono”. Lo ha dichiarato Marco Causi, deputato del Partito Democratico, durante la dichiarazione di voto in Aula sul dl per il rientro dei capitali dall’estero.

“Questa procedura approvata 11 mesi fa – spiega Causi - ha ottenuto un rilevante successo. Si tratta di un decreto i cui effetti sono già misurabili perché la curva delle adesioni si è impennata subito dopo la sua emanazione: le domande di adesione sono ora circa 80mil ma è probabile che alla fine si arrivi a 100 istanze. Questo decreto è un provvedimento sollecitato dai vari organismi internazionali. Una degli elementi più importanti di esso è l’introduzione del reato di auto-riciclaggio”.

“E’ quindi un intervento geneticamente diverso – ha proseguito il deputato democratico - in un mondo che sta cambiando, dal momento che 80 paesi hanno firmato il piano dell’ Ocse per l’abolizione del segreto bancario. Ed è stata l’Italia, insieme alla Germania, a trattare per far saltare il segreto bancario. L’Italia ha anche firmato 17 accordi bilaterali che anticipano gli effetti del piano. Il gettito permette di evitare le accise sui carburanti ma anche di ricavare 2 miliardi che serviranno a ridurre le imposte per le imprese, quelle sugli imbullonati, per la decontribuzione dei nuovi assunti a tempo indeterminato”.

“Questo provvedimento è un nuovo tassello della strategia per disegnare un nuovo fisco. Più trasparenza e nuovi strumenti di contrasto all’evasione. Insomma, i tempi stanno cambiando”, ha concluso Marco Causi. 

02/07/2015 - 16:59

Gli allarmi lanciati da Grillo e Fratelli d’Italia secondo cui con la Direttiva Europea i cittadini italiani rischiano un prelievo forzoso sul proprio conto sono pura disinformazione a scopo vandalistico”. Lo dichiara Marco Causi, capogruppo Pd in Commissione Finanze alla Camera.

“Fino a ora la garanzia pubblica sui conti correnti e i conti di deposito - spiega Causi – è di 100mila euro. Con la nuova normativa, da questo punto di vista non cambia nulla: rimarrà 100mila euro. Gli unici cambiamenti introdotti sono finalizzati a rafforzare le garanzie per i correntisti, dal momento che il Fondo di garanzia dei depositi non sarà più nazionale bensì europeo, ovvero finanziato in modo mutualistico da tutti i Paesi europei”.

“Una conoscenza elementare dell’argomento rende evidente che l’allarmismo di Grillo e Meloni sul bail in è dettato dalla loro solita, invincibile attrazione per il gioco allo sfascio“, conclude Marco Causi.

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