• 29/07/2015

L’interrogazione al Ministero degli Esteri del Presidente del Comitato degli italiani nel mondo della Camera Fabio Porta per chiedere l’avvio dei negoziati incomprensibilmente bloccati

Sono quasi 130.000 i peruviani residenti in Italia e oltre 30.000 gli italiani residenti in Perù (senza contare i naturalizzati i quali hanno perso la cittadinanza italiana). Due collettività importanti che lavorano, pagano le tasse e versano i contributi agli Enti previdenziali dei due Paesi. Eppure, nonostante ciò, tra Italia e Perù non esiste ancora un accordo bilaterale di sicurezza sociale che tuteli adeguatamente i diritti previdenziali dei cittadini che sono emigrati da un Paese all’altro, spesso con le loro famiglie (come gli italiani in Perù). L’assenza dell’accordo con il Perù è una delle storiche ”dimenticanze” dello Stato italiano che per negligenza, mancanza di visione geopolitica e per apparenti più che reali ragioni economiche continua ad ignorare le pressanti richieste del Governo del Perù (molto interessato all’accordo) e della comunità italiana residente nel Paese latino-americano. Certamente l’Italia deve ancora e soprattutto onorare gli impegni formalmente presi con Cile, Filippine e Marocco con i quali già è stato firmato un accordo ma sinora mai ratificato. Ma queste inadempienze – che ledono la credibilità negoziale del nostro Paese – non giustificano l’inattività con il Perù. Basterebbe infatti avviare i negoziati con la controparte per verificare la disponibilità del Governo peruviano, l’utilità di un accordo, gli aventi diritto ad eventuale prestazione e i relativi costi. Sulla scorta quindi di tutte queste considerazioni l’Italia potrebbe valutare più serenamente e realisticamente l’opportunità di stipulare una convenzione di sicurezza sociale con il Perù, senza escluderla aprioristicamente come invece sta avvenendo adesso. Perché è importante e indifferibile che l’Italia stipuli un accordo di sicurezza sociale con il Perù? Sappiamo tutti che la finalità degli accordi di sicurezza sociale è quella di garantire la parità di trattamento di lavoratori e pensionati che si spostano, spesso permanentemente, dall'uno all'altro Paese contraente e l'esportabilità delle prestazioni previdenziali di cui sono o saranno eventualmente titolari. La stipula degli accordi bilaterali di sicurezza sociale consente, inoltre, ai lavoratori italiani emigrati e ai lavoratori stranieri immigrati in Italia, i quali, per varie ragioni, al compimento dell'età pensionabile non sono in grado di maturare un diritto previdenziale autonomo nel loro Paese d'origine per insufficienza contributiva, di attivare il meccanismo della totalizzazione dei contributi versati nei Paesi contraenti, ai fini del perfezionamento del diritto a un pro-rata (quota parte di pensione) e quindi di utilizzare proficuamente contributi che altrimenti rimarrebbero inutilizzati. Con il Perù (e come ho ribadito più volte non solo il Perù perché anche Cile, Ecuador e Messico sono nelle stesse condizioni) se non si stipula un accordo si rischia proprio questo: cioè la perdita dei contributi che i lavoratori italiani in Perù e i lavoratori peruviani in Italia hanno versato alle casse degli enti di previdenza; contributi che invece di servire a pagare le loro pensioni, servono a pagare le pensioni di altri. La consistenza della presenza di cittadini italiani in Perù e di cittadini peruviani in Italia, privi di tutela previdenziale in convenzione, impone all’Italia, se lo si ritiene un dovere di un Paese civile, la stipula di una convenzione bilaterale che tuteli adeguatamente questi lavoratori nell'ambito socio-previdenziale, anche per evitare che i lavoratori immigrati in Italia rappresentino un onere per il nostro Stato, richiedendo all'Inps, al compimento dell'età prevista, l'erogazione dell'assegno sociale che dovrà essere concesso in mancanza di una prestazione erogata dal Paese di provenienza. Inoltre, come rilevato dagli stessi ministeri competenti, i benefici che deriverebbero dalla vigenza dell’accordo di sicurezza sociale con il Perù sarebbero fruiti non solo dai lavoratori interessati ma anche dalle imprese italiane che sono interessate ad evitare la doppia contribuzione (in Italia e all'estero) al fine di migliorare la propria competitività sul piano internazionale rispetto alle imprese di altri Paesi che invece beneficiano di analoghe convenzioni. Dalla vigenza di un accordo con il Perù deriverebbero quindi benefici, in termini di reciprocità, calcolabili sotto il profilo della tutela previdenziale dei lavoratori, nonché di aumento dei redditi e della competitività delle imprese. Ecco perché ho presentato una nuova interrogazione al Ministero degli Affari esteri chiedendo di avviare trattative e negoziati con il Governo e le competenti istituzioni peruviane per verificare la disponibilità del Governo peruviano alla stipula dell’accordo, per individuare il numero dei potenziali beneficiari e stabilire i benefici da concedere, e soprattutto per quantificare i costi che, siamo certi, saranno compensati dalle tutele garantite.