La Camera,
premesso che:
l'Europa è di nuovo di fronte a un bivio: cambiare rilanciando le sue ambizioni o accettare un lento declino;
la politica dell'amministrazione Trump e il ritorno dei nazionalismi in molte parti d'Europa frenano il processo di integrazione verso un'Europa federale, attaccando il multilateralismo e i valori democratici;
alla vigilia del settantesimo anniversario dei Trattati di Roma, si impone una svolta, con la ripresa di una grande mobilitazione e battaglia politica. L'Europa non può limitarsi a resistere: occorre rilanciare con forza l'opzione federale dell'Unione europea come unica risposta credibile alle sfide globali;
l'Unione europea ci ha garantito fino a oggi pace, democrazia e benessere. Ma il livello di integrazione politica, economica e produttiva raggiunto oggi non basta più. Non protegge le nostre conquiste sociali, non garantisce la nostra sicurezza e non è in grado di sostenere un'azione diplomatica comunitaria forte e coerente a tutela della pace né di sviluppare un'autonomia strategica nei campi fondamentali dello sviluppo;
come nel 1957, serve coraggio per cambiare, per costruire un processo nuovo che rafforzi la dimensione unitaria e politica dell'Unione. Un'Unione capace di guidare i grandi cambiamenti di questo secolo, invece di subirli;
si pensi alle sfide tecnologiche per rilanciare la competitività nel campo del digitale, dall'intelligenza artificiale all'aerospazio, alla transizione ecologica e all'autonomia strategica nella difesa. Su questi temi, l'Europa non produce più innovazione: la regola. Altri producono, vendono i prodotti dall'Europa, e crescono loro mentre l'Europa stessa paga. Regolare per tutelare persone e pianeta è giusto, ma da solo non crea PIL né lavoro. Senza investimenti pubblici comuni, ricchezza e occupazione vanno altrove;
per sostenere il modello di sviluppo europeo, occorre proseguire sul percorso inaugurato con il Next Generation EU, promuovendo investimenti congiunti per consolidare l'autonomia strategica e la competitività dell'economia europea, l'indipendenza energetica, la costruzione di catene europee del valore, il potenziamento della capacità industriale e una transizione ecologica e digitale giusta. Il Rapporto Draghi ha suggerito che il fabbisogno di investimenti ammonti al 5 per cento del Pil annuo dell'Unione europea, con un invito all'azione per mobilitare tutte le risorse disponibili;
occorrono altresì un bilancio dell'Unione europea più ambizioso, governance economica flessibile, un mercato unico compiuto e pienamente integrato che semplifichi il quadro legislativo per le imprese e protegga il modello sociale europeo anche difendendo il «diritto a restare», rafforzando la coesione sociale e territoriale, come evidenziato dal Rapporto Letta, nonché armonizzazione fiscale per evitare concorrenza sleale e pratiche di elusione, ed altresì fondi europei specifici per la transizione ecologica e per il settore automotive, per sostenere la conversione verde e digitale e la formazione dei lavoratori;
si pensi, poi, alla necessità di rilanciare alcuni dei pilastri della visione condivisa di sviluppo: la coesione sociale e la lotta alle diseguaglianze, la cui crescita è la prima minaccia per la forza e la tenuta della democrazia. Così come è fondamentale rafforzare il Pilastro europeo dei diritti sociali, per mercati del lavoro equi e sistemi di protezione sociale inclusivi, che assicurino a tutti cure sanitarie e servizi essenziali. E invece il prossimo bilancio europeo va nella direzione opposta: indebolisce la coesione territoriale, taglia le risorse e riduce lo spazio delle politiche sui territori;
un'Europa realmente capace di agire in modo incisivo deve poter superare il vincolo dell'unanimità, che spesso paralizza le scelte comuni, non solo in materia di politica estera, difesa e sicurezza comune, ma anche nel settore relativo alla regolazione del mercato interno (articolo 113 Tfue);
il grande allargamento a 27 Stati membri ha reso l'Europa più stabile e più forte. Ma ora servono decisioni che garantiscano capacità decisionale e unità di intenti, altrimenti, il rischio è reale: tornare indietro, a un'Europa bloccata dai governi nazionali, a una logica puramente intergovernativa. Spazio fertile per le scorciatoie autoritarie, alimentate dalla retorica nazionalista;
occorre muoversi con impegno e determinazione, come sottolineato anche nel Manifesto presentato dalla delegazione del Partito Democratico al Parlamento europeo, per rilanciare il progetto comunitario verso gli Stati Uniti d'Europa;
l'Italia, Paese fondatore e pilastro fondamentale dell'Unione europea, dovrebbe dunque consolidare la propria appartenenza strategica, permanente e irreversibile all'unione europea, precisandone il fondamento giuridico – individuato nell'articolo 11 della Costituzione – attraverso un'integrazione testuale al citato articolo che renda palese, diretto e immediato il riferimento alla partecipazione del nostro Paese all'ordinamento dell'Unione europea;
l'Italia dovrebbe poi lavorare per rafforzare il processo di integrazione, sostenendo sforzi e impegni comuni a livello europeo nei settori chiave da un punto di vista politico, economico e sociale, per difendere e consolidare l'autonomia strategica dell'Unione;
in tale prospettiva, diventa decisivo sostenere, se necessario, anche l'utilizzo dello strumento delle cooperazioni rafforzate, per avviare da subito progetti e azioni comuni con gli Stati membri che vogliono farlo, senza aspettare l'accordo di tutti;
in vista dell'incontro informale dei leader dell'Unione europea sulla competitività europea del scorso 12 febbraio 2026, il Governo italiano e quello tedesco hanno organizzato un pre-summit e predisposto un documento che va nella direzione contraria al rafforzamento dell'integrazione europea e all'impianto federalista, chiedendo maggiore potere agli Stati,
impegna il Governo:
1) ad adottare iniziative di competenza volte a sostenere il rilancio del progetto verso gli Stati Uniti d'Europa:
a) promuovendo l'adozione di un bilancio europeo più forte, che preveda l'aumento del budget pluriennale europeo, fermo attorno all'1 per cento del Pil dell'Unione europea dalla fine degli anni '80, per sostenere investimenti comunitari – attraverso un grande piano europeo, sul modello del Next Generation EU, da 750-800 miliardi annui – anche ricorrendo a debito comune e a nuove risorse proprie, da indirizzare verso l'innovazione, la competitività, la transizione verde, la coesione sociale e il rafforzamento del Pilastro europeo dei diritti sociali; nonché ribadendo l'urgenza di realizzare il mercato unico dei capitali, di affrontare il grande tema della riforma dell'armonizzazione fiscale tra i Paesi membri, e di costituire una capacità fiscale comune e nuove risorse proprie per interventi anticiclici efficaci e politiche europee più solide;
b) contribuendo alla formazione di una vera politica estera che rilanci una forte diplomazia europea come strumento di pace, e all'avvio, nel rispetto dell'articolo 42 del Trattato di Lisbona, di progetti e accordi di cooperazione tra Stati Membri per promuovere una vera difesa comune europea tra gli Stati;
c) favorendo il superamento del potere di veto, che paralizza spesso l'azione dell'Unione non solo in materia di politica estera, difesa e sicurezza comune, ma anche nel settore relativo alla regolazione del mercato interno (articolo 113 Tfue), e una coerente riforma dei Trattati, come richiesto dal Parlamento europeo per abolire l'unanimità nel sistema decisionale dell'Unione europea, rafforzare il Parlamento europeo e procedere al completamento del mercato unico in tutti i settori dove è possibile farlo, per aumentare il peso e la competitività dell'Unione;
d) rilanciando la pratica istituzionale delle cooperazioni rafforzate, per avviare da subito progetti e politiche comuni con gli Stati Membri che vogliono farlo, senza aspettare l'accordo di tutti;
2) a favorire il consolidamento dell'appartenenza dell'Italia all'Unione attraverso l'adozione di iniziative normative di carattere costituzionale volte a realizzare una integrazione all'articolo 11 della Costituzione che renda palese, diretto e immediato il riferimento della partecipazione italiana all'ordinamento dell'Unione europea.