Al Ministro della cultura. – Per sapere – premesso che:
ha suscitato ampia contrarietà la notizia del mancato riconoscimento dei contributi pubblici al documentario «Giulio Regeni, tutto il male del mondo», escluso dal sostegno del Ministero della cultura senza che ne siano state chiarite in modo trasparente le ragioni;
il documentario, diretto da Simone Manetti e prodotto da Mario Mazzarotto insieme a Fandango, ricostruisce la vicenda del ricercatore italiano Giulio Regeni, sequestrato, torturato e ucciso al Cairo nel 2016, una ferita ancora aperta per il Paese e tuttora priva di verità e giustizia;
l'opera è stata regolarmente distribuita, ha ottenuto il Nastro d'argento per la legalità ed è oggetto di un'ampia diffusione culturale, con proiezioni in numerosi atenei e iniziative istituzionali anche a livello europeo;
nonostante tali elementi, il documentario è stato ritenuto non meritevole di sostegno pubblico, con una decisione che appare difficilmente comprensibile e priva di adeguata motivazione;
tale esclusione ha suscitato diverse critiche: il produttore Domenico Procacci ha parlato di una scelta «soltanto politica», evidenziando l'anomalia di una bocciatura che colpisce un'opera già realizzata, premiata e ampiamente riconosciuta;
ulteriori elementi di criticità emergono anche da ricostruzioni giornalistiche, che segnalano come, a fronte dell'esclusione di opere di riconosciuto valore civile, siano stati finanziati progetti ritenuti espressione di un preciso orientamento culturale e politico, alimentando il sospetto di un utilizzo non imparziale delle risorse pubbliche;
ulteriori perplessità derivano dalla recente revisione dei criteri di assegnazione dei contributi al cinema, che ha ampliato i margini di discrezionalità, riducendo i meccanismi automatici e trasparenti e rendendo meno chiaro il processo decisionale;
in tale contesto, destano particolare preoccupazione anche le modalità di composizione della commissione incaricata della selezione, rispetto alle quali sono stati sollevati dubbi, con precedenti atti di sindacato ispettivo, circa la piena imparzialità delle scelte;
a giudizio degli interroganti appare pertanto fondato il dubbio che il diniego del finanziamento non sia riconducibile esclusivamente a criteri di merito culturale, ma possa rispondere a una valutazione di natura politica, con il rischio di penalizzare un'opera di forte impatto civile che richiama l'attenzione su una vicenda ancora aperta per il Paese –:
quali siano le motivazioni che avrebbero determinato l'esclusione del documentario «Giulio Regeni, tutto il male del mondo» dai finanziamenti pubblici, tali da chiarire in modo inequivocabile che la decisione sia stata assunta esclusivamente sulla base di criteri tecnici e oggettivi, escludendo qualsiasi condizionamento di natura politica.
Seduta dell'8 aprile 2026
Illustrazione di Irene Manzi, risposta del Ministro della Cultura, replica di Gianni Cuperlo
IRENE MANZI, Grazie, signor Presidente. Ministro, quanta paura può fare un film? Secondo noi, può farne molta quando scuote le coscienze. Noi oggi siamo qui a chiedere una spiegazione, chiarezza in ordine alla scelta fatta da una delle sottocommissioni ministeriali di non finanziare il docufilm dedicato proprio a Giulio Regeni: una scelta discutibile, che è stata, tra l'altro, accompagnata dalle dimissioni, 24 ore fa, di due figure di prestigio come Paolo Mereghetti e Massimo Galimberti, che facevano parte di un'altra delle sottocommissioni. Noi riteniamo quella scelta, oltre che discutibile, fondata su motivazioni politiche. E proprio per questo oggi siamo qui a chiedere a lei, che è il responsabile politico di quel Ministero, le motivazioni e le ragioni di quella scelta. Noi chiediamo chiarezza, verità e anche giustizia rispetto a quella scelta.
ALESSANDRO GIULI, Ministro della Cultura. Grazie, signor Presidente. Grazie agli onorevoli interroganti. Il Ministro della Cultura, per legge, non esercita e non può esercitare alcuna influenza sulla commissione chiamata a valutare i contributi selettivi - selettivi -, né a monte nella formazione dei giudizi, né a valle rispetto agli esiti delle valutazioni. Ed è giusto che sia così, perché proprio l'autonomia della commissione costituisce la garanzia fondamentale di imparzialità, trasparenza e oggettività.
Quanto al mio giudizio sulla vicenda, sulla tragica vicenda di Giulio Regeni, faccio mie le parole del Presidente del Consiglio - e direi anche le sue, onorevole Manzi -, il quale ha ribadito che il Governo non ha interrotto e non intende interrompere la ricerca della verità sul caso di Giulio Regeni. Proprio per rispetto della memoria di Giulio Regeni, è necessario attenersi ai fatti. I contributi selettivi previsti dalla legge del 2026 non sono attribuiti sulla base di valutazioni politiche, ma all'esito di una procedura tecnica, pubblica e predeterminata; essi sono assegnati sulla base di bandi e vengono valutati da una commissione composta da 15 esperti, articolata annualmente in sezioni, con un criterio di rotazione, proprio per garantire l'imparzialità, la trasparenza e l'oggettività delle valutazioni.
I criteri sono stabiliti dal bando e riguardano profili tecnico-artistici e produttivi ben definiti. Nel caso del documentario in questione, “Giulio Regeni, tutto il male del mondo”, una prima domanda di contributo selettivo - badate bene - era stata presentata nel 2024 e non aveva ottenuto il contributo richiesto, non avendo raggiunto la soglia minima di punteggio prevista dal bando; una nuova domanda per il medesimo importo è stata poi presentata nel 2025 e, anche in questo caso, il progetto non ha raggiunto il minimo punteggio.
È significativo che il progetto sia stato valutato in due annualità diverse da sezioni diverse della commissione: questo conferma che ci troviamo di fronte a un giudizio tecnico reiterato nel tempo, che, come sapete, perché lo avete letto sui giornali, ma lo ripeto, non condivido né sul piano ideale, né sul piano morale, ma che non è il frutto di una scelta politica. Occorre dirlo con chiarezza: il Ministero non può intervenire sulle determinazioni di una commissione tecnica indipendente, né orientare i giudizi in un senso o nell'altro, senza violare - violare - proprio quei principi di autonomia e terzietà che la legge impone di garantire.
Va inoltre osservato che, a fronte del primo mancato finanziamento del 2024, non risultano essersi sviluppate polemiche pubbliche di analoga portata, e su questo vi invito a riflettere. Il caso è stato trasformato, dunque, in terreno di scontro politico-mediatico soltanto dopo il secondo esito negativo, pur in presenza della stessa cornice normativa precedente. Concludo, Presidente. Per completezza, segnalo infine che per la medesima opera è stata presentata, a fine dicembre, anche una domanda di tax credit, che è tuttora in fase di istruttoria.
In conclusione, attribuire al Ministero della Cultura una volontà di censura, un condizionamento politico è una rappresentazione priva di fondamento e il tragico caso di Giulio Regeni, ripeto, confermo, sottolineo con forza, ha una rilevanza politica, sociale e culturale che prescinde da qualsiasi prodotto audiovisivo lo riguardi; ben fatto o mal fatto.
GIANNI CUPERLO, Grazie, Presidente. Ministro, le confesso che speravamo, oggi, in un sussulto di orgoglio che, ancora una volta, il Governo non ha avuto. Negare ogni contributo al film su Giulio Regeni non è stato, come lei dice, il frutto di norme applicate. Indipendenza, imparzialità, lei ha detto, procedure tecniche, ma è stato l'esito del sistema che voi avete introdotto: concepire la cultura, nella sua ricchezza e complessità, come terreno di conquista, per un'egemonia fondata, non già sui contenuti, il merito, i talenti e la creatività, ma sull'occupazione di ogni ambito, postazione, incarico.
Ministro, era l'11 settembre di due anni fa, e lei, da quello stesso banco di Governo, aveva citato come esempi di competenza e pluralismo di questa Commissione, uno tra i critici più illustri del Paese, Paolo Mereghetti; lo stesso critico, Ministro, ne prenda atto, che con un atto di coerenza quella Commissione ha deciso di abbandonare nella giornata di ieri, assieme a Massimo Galimberti. La realtà è che avete piegato quella e altre Commissioni a giudizi e logiche amicali e criteri, me lo consenta di dire, in questi termini, in quest'Aula, di pura e persino, a volte, sciocca fedeltà. I risultati sono sotto gli occhi, anche i vostri occhi. Invece, per il racconto del sequestro e uccisione di un ricercatore italiano di 27 anni, nulla. Non ha raggiunto il punteggio minimo, Ministro. Qual è il punteggio della vita di un ragazzo di 27 anni (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista)? Ce lo può dire in quest'Aula? A protestare contro quella scelta sono stati il coordinamento degli autori e delle autrici, lavoratori del settore, persone comuni; tutti coloro che, in quel ragazzo, rivedono un fratello, un figlio, un nipote. In Paola, Claudio Regeni, una famiglia dove il dolore più immorale si è elevato in un bisogno di giustizia. “Dove hai imparato a resistere così alla tortura?”, chiede a Giulio uno degli aguzzini. Lo si racconta in quel film, Ministro; se ancora non lo ha fatto, lo veda. “Mi cercarono l'anima a forza di botte” cantava De Andrè, ma Giulio non era un matto né un blasfemo: era uno dei figli migliori di questo Paese.
Ministro, parafrasando chi lei sa, le persone scelte, anche da lei, potevano scegliere tra il cinismo degli interessi e la difesa della vostra dignità; hanno scelto il servilismo degli interessi e avete perso un pezzo della vostra dignità.