10/02/2026
Alberto Pandolfo
DE MICHELI, DI SANZO, GNASSI, PELUFFO, GHIO, FERRARI, FORNARO e CASU
3-02488

Al Ministro delle imprese e del made in Italy. — Per sapere – premesso che:

   secondo l'area studi Mediobanca, la quota di fatturato delle imprese medio-grandi a controllo estero è passata dal 29,7 per cento nel 2022 al 34,5 per cento nel 2024;

   nei settori strategici, il passaggio di imprese italiane sotto il controllo estero, spesso realizzato da fondi di investimento con orizzonti temporali di breve periodo, può comportare una perdita di produzione, competenze e occupazione, con scelte che rispondono a interessi geopolitici e industriali non coincidenti con quelli nazionali, come nel caso di Nerviano medical sciences, centro di ricerca oncologica acquisito integralmente da un fondo cinese, con prospettive di ridimensionamento delle attività di ricerca in Italia;

   dal 2023 numerose aziende italiane di rilievo strategico e simbolico del made in Italy sono passate sotto controllo estero, tra cui Iveco group (per la parte «non difesa»), Comau, Piaggio aerospace, Ip-Italiana petroli, Bialetti, Tim (rete fissa), Ita airways, oltre a casi in corso di definizione come l'ex Ilva;

   negli ultimi tre anni la produzione industriale italiana si è ridotta complessivamente del 3,8 per cento;

   uno dei principali fattori di perdita di competitività è il costo dell'energia, che secondo la Confindustria risulta superiore di circa il 30 per cento alla media europea;

   a fronte di continui annunci, le politiche industriali appaiono caratterizzate da continui cambi di indirizzo, ritardi nei decreti attuativi e incertezza sugli incentivi, in particolare nei settori automotive, «Transizione 5.0» e «Industria 4.0»;

   nel settore strategico dell'automotive, in particolare, il fondo da 8,7 miliardi di euro istituito dal Governo Draghi per il periodo 2022-2030 è stato drasticamente ridotto e a oggi le risorse residue non risultano utilizzabili per la mancanza dei decreti che definiscano i criteri di utilizzo;

   le politiche di incentivazione risultano caratterizzate da continui cambi di impostazione e insufficienza delle risorse, generando incertezza per le imprese che devono pianificare investimenti di medio-lungo periodo;

   senza certezze sugli incentivi, senza una strategia sull'energia e senza una visione di medio-lungo periodo, il rischio è continuare ad assistere alla vendita di imprese e competenze costruite in decenni di lavoro –:

   quali scelte concrete intenda mettere in atto per arrestare la perdita di fondamentali aziende del nostro sistema industriale e rilanciare la competitività delle imprese italiane.

 

Seduta dell'11 febbraio 2026

Illustrazione di Christian Di Sanzo, risposta del Ministro delle Imprese e del made in Italy, replica di Vinicio Peluffo

CHRISTIAN DI SANZO, Signor Ministro, a tre anni dall'istituzione del Ministero delle Imprese e del made in Italy ancora non vediamo alcun effetto di questo Ministero, se non gli effetti negativi.

Da quando siete al Governo, la produzione industriale è calata di quasi il 4 per cento, il costo dell'energia è il 30 per cento più alto rispetto ai competitor europei, avete tagliato il fondo dell'automotive e avete dimezzato i fondi per Transizione 5.0 che continua ancora a faticare tra incertezze burocratiche. Avete approvato un DDL Made in Italy che era solo una serie di mancette senza strategia e con un fondo per il made in Italy non ancora operativo. Assistiamo alla svendita del patrimonio di marchi storici del made in Italy come Bialetti e Iveco che passano a Cina e India e un aumento del 5 per cento del fatturato nazionale in mano al controllo estero. Signor Ministro, ci vuole dire cosa vuole fare questo Governo per proteggere il made in Italy nel mondo e per attuare politiche serie per rilanciare la competitività delle imprese italiane.

ADOLFO URSOMinistro delle Imprese e del made in Italy. Sì, è vero. L'Italia è diventato un Paese attrattivo per capitali stranieri, aziende multinazionali, fondi internazionali, investitori in borsa ed anche per turisti stranieri. Mi auguro che le Olimpiadi Milano-Cortina possano essere un ulteriore impulso agli investimenti e una vetrina per il made in Italy nel mondo. Sì, è vero, l'Italia piace perché assicura stabilità, certezze e affidabilità. Lo confermano le analisi delle agenzie di rating che, ogniqualvolta che si esprimono, ci promuovono e ci portano ad esempio di buon governo. Lo confermano le analisi dell'OCSE e i report dei fondi di investimento internazionali che hanno messo le nostre imprese nei loro obiettivi di crescita. Le nostre imprese hanno dimostrato una straordinaria resilienza e riescono ad affermarsi con i loro prodotti nei mercati globali. Lo scorso anno, nel 2025, siamo diventati il quarto Paese esportatore mondiale, superando Giappone e Corea del Sud, subito dopo i giganti Cina, Stati Uniti e Germania.

Siamo cresciuti anche negli Stati Uniti con oltre il 7 per cento e sono cresciuti gli investimenti americani in Italia, smentendo i profeti di sventura. Nel 2024 l'Italia ha registrato 224 progetti di investimenti diretti esteri, in crescita di circa il 5 per cento rispetto all'anno precedente e abbiamo raggiunto il record storico di oltre 35 miliardi di euro di investimenti esteri greenfield. La tendenza è proseguita nel 2025. Siamo finalmente una destinazione privilegiata. Questi flussi di capitali sono il frutto di una precisa politica industriale che rivendichiamo. Intendiamo attrarre nuovi capitali stranieri nel quadro di un sistema che metta in sicurezza le aziende anche attraverso, ove necessario, l'uso sapiente, strategico dei poteri speciali. Proprio oggi un autorevole osservatorio sull'esercizio della golden power evidenzia l'evoluzione dello strumento da passivo ad attivo, finalizzato alla protezione delle filiere strategiche. Questo è corroborato anche dalla nuova legislazione che contrasta le delocalizzazioni: chiunque riceva incentivi pubblici e lasci il Paese dovrà restituire quanto ottenuto nei precedenti 10 anni. È legge. Nell'indice Ambrosetti sull'attrattività globale siamo passati in tre anni dal 23° posto del 2022 al 16° posto, cioè abbiamo scalato sette posizioni mondiali sull'indice di attrattività.

VINICIO PELUFFO, Grazie, Presidente. Per dichiarare l'insoddisfazione. Il Ministro ha dato parecchi numeri. Si è dimenticato quelli che contano di più: sono i numeri dell'Istat sulla produzione industriale. Da quando c'è questo Governo, da quando c'è lei Ministro, è crollata la produzione industriale del 2,1 per cento nel 2023, del 3,5 per cento nel 2024 e i dati parziali di quest'anno parlano di stagnazione. È una perdita di capacità produttiva che non è congiunturale ma ha ragioni strutturali: costi dell'energia più alti rispetto al resto d'Europa, debolezza degli investimenti, incertezza regolatoria e assenza di politiche industriali.

Il Ministro parla di Libro verde, di Libro bianco. Intanto, l'unica realtà è la somma dei suoi errori: Transizione 5.0, provvedimento atteso dalle imprese, arrivato in ritardo e neanche tutti i fondi sono stati utilizzati perché era troppo complicato; legge sul made in Italy ridotta ad una somma di contributi a pioggia inefficaci e con un fondo sovrano inutile perché senza soldi. Nel frattempo sono in sofferenza comparti strategici dell'industria: l'acciaio con la crisi infinita dell'ex Ilva, la chimica di base, la moda, il tessile e l'automotive con i dati drammatici in Italia.

Ministro, lei, in quest'Aula, è venuto a parlare dell'obiettivo di 1 milione di auto prodotte all'anno di un secondo investitore. Non è accaduto nulla di tutto ciò. Quello che è successo è che ha tagliato drasticamente il Fondo automotive che aveva ereditato. Il punto politico è chiaro: non c'è una politica industriale da parte di questo Governo. C'è una somma di annunci, ritardi e retromarce. Intanto, il Paese continua a perdere pezzi del proprio futuro industriale...

 ...noi continueremo a chiedere conto di questa vostra responsabilità.