Grazie, Presidente. La Giornata internazionale della donna, che ci apprestiamo a celebrare quest'anno, assume un significato particolarmente profondo. Ottant'anni fa, l'8 marzo del 1946, l'Unione donne in Italia, con Marisa Rodano e con quelle che sarebbero diventate poi madri costituenti (Teresa Mattei, Teresa Noce, Rita Montagnana), scelse di restituire all'intero Paese una ricorrenza di grande valore simbolico e politico. Fu allora che venne adottata la mimosa, un fiore povero e tenace, come emblema di quella giornata, già riconosciuta e celebrata da tempo in altri Paesi, ma che in Italia il regime fascista e la cultura autoritaria e maschilista avevano impedito di commemorare. Riprendere quella celebrazione significò riaffermare il protagonismo delle donne nella ricostruzione del Paese. Eppure, quella scelta non nasceva nel vuoto, ma era il frutto di un cammino già avviato, di battaglie già combattute e di una presenza femminile che aveva saputo affermarsi nella resistenza, nel lavoro, nei movimenti sociali e nella vita civile del Paese.
Il fatto che la rappresentanza politica fosse stata a lungo riservata esclusivamente agli uomini non aveva impedito alle donne di essere comunque protagoniste della lotta per il progresso dell'intera società, non soltanto per rivendicare diritti propri, ma per affermare i diritti di tutti e di tutte, perché - qui ricordo le parole della socialista Anna Kuliscioff, di cui due mesi fa si sono ricordati i 100 anni dalla scomparsa - se metà della società resta esclusa, è l'intera società a rimetterci, non solo quella metà.
Così, appena riottenuta la libertà e prima ancora che nascesse la Repubblica, le donne italiane erano già lì, pronte a riprendere un discorso interrotto. Le donne sono sempre state più avanti del posto in cui il mondo le aveva collocate, un mondo costruito al maschile che ne ha limitato gli spazi e i riconoscimenti, ma non la forza, la visione e la capacità di incidere nella storia.
Per questo l'8 marzo va ben oltre il significato di una singola giornata. È un momento di consapevolezza e di responsabilità utile per riflettere sul cammino compiuto, ma soprattutto su quello che resta ancora da fare e molto resta ancora da fare nel nostro Paese.
Torno ancora alle parole di Anna Kuliscioff, pronunciate nell'aprile del 1890 al Circolo filologico di Milano, quando affermava che le donne devono guadagnare come l'uomo. Ripeto: era il 1890. La constatazione amara, ma reale, che ancora oggi, a distanza di oltre un secolo, quelle parole non abbiano trovato piena attuazione ci offre la misura plastica di quanto lavoro resti davanti a noi.
L'8 marzo di quest'anno poi assume un significato ulteriore. Ci riporta al 2 giugno del 1946, quando nel nostro Paese le donne italiane votarono per la prima volta in un'elezione politica, contribuendo alla nascita della Repubblica. È una data che richiama alla memoria una conquista fondamentale che va celebrata con orgoglio. Da quel voto nacque una generazione di donne, di Madri costituenti, le prime sindache, le prime ministre che oggi sono ricordate nella Sala delle donne qui alla Camera dei deputati. Una generazione che non si limitò a esercitare un diritto, ma cambiò il volto delle istituzioni. Penso a Tina Anselmi: partigiana, prima donna ministro della Repubblica e protagonista di battaglie decisive per la dignità del lavoro e il Servizio sanitario nazionale. La sua storia ci insegna che la presenza delle donne nei luoghi del potere non è simbolica né decorativa, è una questione di democrazia sostanziale e di qualità delle decisioni.
Proprio per questo la giusta celebrazione del traguardo del voto alle donne non deve distogliere l'attenzione da ciò che ancora resta da fare per rendere pienamente effettivo l'esercizio di quel voto che è insieme attivo e passivo: attivo per chi si reca alle urne e passivo per chi è chiamato a essere votato. In quest'ottica, non possiamo non constatare che se il diritto di voto attivo è ormai pienamente acquistato, quello passivo - il diritto di essere scelte, di essere votate e di assumere ruoli di rappresentanza e di responsabilità a tutti i livelli - non è ancora del tutto realizzato. Così come sappiamo che i diritti non sono soltanto quelli che la penna del legislatore scrive su un foglio di carta, ma sono anche quelli che si misurano nella complessità della vita reale e nelle circostanze concrete. Sono diritti che devono potersi tradurre in opportunità effettive. Troppe donne ancora oggi, per esigenze familiari o personali, si vedono costrette a rinunciare o a rallentare il proprio percorso professionale nel settore pubblico, come in quello privato, soprattutto in ruoli apicali.
La disuguaglianza non si esprime solo nei percorsi individuali, ma si riflette nei numeri: a parità di lavoro gli stipendi restano più bassi, le carriere discontinue, le pensioni più leggere e persistono poi barriere. Non è una questione di capacità, ma di stereotipi radicati, di reti di potere chiuse e di modelli organizzativi che non favoriscono una reale inclusione. Sono disuguaglianze strutturali che non possiamo considerare inevitabili. Tanta strada, quindi, abbiamo ancora davanti, ma in questo cammino, oggi (8 marzo) e domani (9, 10, 11 marzo), le donne saranno in prima fila. Come nel tempo hanno saputo conquistare gli spazi che meritano, continueranno a farlo, anzi continueremo a farlo insieme, passo dopo passo, raccogliendo l'eredità di chi ha aperto varchi prima di noi e che ci affida la responsabilità di allargarli ancora, perché siano spazi di diritti, opportunità e libertà per tutte e per tutti. Buon 8 marzo.