Data: 
Mercoledì, 28 Gennaio, 2026
Nome: 
Mauro Berruto

Il 28 gennaio del 1966 il volo Lufthansa 005 decolla da Francoforte con 46 persone a bordo, tra loro 7 giovani atleti della nazionale italiana di nuoto, il loro allenatore e il telecronista della Rai che avrebbe raccontato il meeting internazionale di Brema, dove stavano andando a gareggiare. Stavano volando letteralmente verso il loro futuro. Quella trasferta è segnata da una catena impressionante di coincidenze. Il volo da Linate viene cancellato per la nebbia, poi la squadra pensa al treno, poi all'ultimo momento trova un aereo per Zurigo con coincidenze per Francoforte e poi Brema. Arrivano a Francoforte con 12 minuti di ritardo e perdono così il volo che arriverà regolarmente a destinazione. Devono salire su quello successivo che, invece, non arriverà mai.

Diciassette anni prima un'altra tragedia sportiva, quella di Superga: altri giovani, altri allenatori, altri giornalisti. Anche lì coincidenze, anche lì sommersi e salvati per dettagli infinitesimali. In entrambi i casi sull'aereo c'è chi non avrebbe dovuto esserci e viceversa. Vite decise da un infortunio, da un ritardo, da un impegno imprevisto, come se fosse necessario ricordarci, nel modo più duro possibile, che non tutto dipende da noi e che nello sport, come nella vita, esiste un limite che è inallenabile.

Il nuoto è uno degli sport più duri ed esigenti e per questo è profondamente formativo. Quei ragazzi lottavano ogni giorno contro sé stessi e contro l'acqua per guadagnare pochi decimi di secondo. Invece, se ne sono andati per sempre, nel fuoco di un atterraggio sbagliato, per un ritardo di 12 minuti.

Voglio anch'io ricordare i loro nomi: Paolo Costoli (fiorentino, campione di nuoto e pallanuoto, il loro allenatore) e Nico Sapio (novarese, in servizio a Genova, la voce della RAI che avrebbe raccontato quelle imprese).

Poi gli atleti: Bruno Bianchi, 22 anni, il capitano, nato a Trieste, nuotava Torino e lavorava alla FIAT per pagarsi l'università; Luciana Massenzi, 20 anni, romana, specialista dei 100 dorso; Dino Rora, 20 anni, torinese, atleta e lavoratore. A sua madre lasciò una telefonata, poche ore prima della tragedia, che suona come un terribile presagio. “Perdonami”, disse. Dice lei: “Ma di che cosa?”. Lui risponde: di tutto.

E ancora: Carmen Longo, 18 anni, studentessa liceale, bolognese; Sergio De Gregorio, romano, avrebbe compiuto 20 anni tre settimane dopo; Amedeo Chimisso, 19 anni, figlio di uno scaricatore di porto di Venezia, conosceva la fatica. Il suo feretro sfilò avvolto nella bandiera bianca con i cinque cerchi olimpici. Cinque cerchi scolpiti anche sul monumento funebre di Daniela Samuele, 17 anni, la più giovane, nata a Genova, che riposa oggi al Cimitero Monumentale di Milano.

Otto città colpite dal lutto, un Paese intero che vede una generazione di sportivi cancellati, giovani che sacrificavano tutto per inseguire i Giochi olimpici di Città del Messico del 1968.  ono morti prima, a 20 anni, e 20 anni li avranno per sempre, per ricordarci che a 20 anni in potenza si è ancora tutto, per ricordarci che non tutto dipende da noi, ma che da noi dipende fare tutto ciò che è possibile e spendere ogni istante che abbiamo a disposizione per non tradire il nostro talento, qualunque esso sia.