“Era un giovane alto e sottile, disdegnava l'eleganza della persona, portava occhiali a stanghetta, da modesto studioso: i lunghi capelli arruffati dai riflessi rossi gli ombreggiavano la fronte”: così Carlo Levi tratteggiò l'immagine di Piero Gobetti, infaticabile editore e saggista, che, nella sua breve esistenza - era nato nel 1901 -, ha lasciato un segno profondo nella storia della cultura italiana del Novecento.
Piero Gobetti in poco più di 7 anni, di cui 2 trascorsi in servizio di leva, fondò tre riviste: Energie Nove nel 1918, La Rivoluzione liberale nel 1922 e la rivista di critica letteraria Il Baretti nel 1924, a cui collaborarono, tra gli altri, alcuni tra i più autorevoli intellettuali del tempo, e anche una casa editrice con 114 titoli, tra cui gli Ossi di seppia di un giovanissimo Eugenio Montale, che gli valsero il Nobel della poesia. Fu critico severo della classe dirigente politica liberale e della sinistra, con l'eccezione del gruppo Ordine Nuovo di Gramsci e dell'intransigenza politica e morale di Giacomo Matteotti, con cui condivise il destino di vittima delle violenze fasciste.
Il giorno dopo il famoso discorso di Matteotti, il 30 maggio 1924, Mussolini inviò al prefetto di Torino, con esplicito riferimento a Gobetti, un telegramma con l'ordine di “vigilare per rendere nuovamente difficile vita questo insulso oppositore del governo et Fascismo”. Gobetti fu tra i primi e tra i pochi a comprendere, fin dagli inizi, il carattere eversivo del fascismo e, conseguentemente, a sostenere, inascoltato, la necessità di unire le forze antifasciste. Nel pieno della crisi Matteotti, il 24 giugno, a margine di una lettera a Filippo Turati, Gobetti sintetizzava il suo pensiero sul da farsi: “È necessario agire (…), battere in blocco mussolinismo e maggioranza.
Io credo che Mussolini non cadrà: ma bisogna, se cade, che siano le minoranze a farlo cadere e a succedergli. Guai se si dovesse tornare a Giolitti. Bisogna formare un governo di partiti, non di false concentrazioni”.
Quell'ordine di Mussolini fu eseguito: Gobetti fu vittima delle bastonature degli squadristi e avrebbe cercato riparo a Parigi nei primi giorni di febbraio del 1926 per continuare - come lui scriveva - a fare il suo mestiere, l'editore.
Lasciò Torino, lo lasciò continuando a guardare a quella città dove erano rimasti la moglie, Ada Prospero, di un anno più giovane di lui, e il figlio Paolo, che era nato il 28 dicembre 1925 e che non rivedrà più suo padre. Entrambi saranno impegnati in prima persona nella guerra di Liberazione. Morirà anche per le conseguenze dei pestaggi subìti nella notte tra il 15 e 16 febbraio del 1926, non aveva ancora 25 anni. A distanza di un secolo, il vero grande lascito di Gobetti è la sua intransigenza morale e politica contro il fascismo inteso come “autobiografia della Nazione”.
Oggi più che mai, come ci ha ricordato in questi giorni Gustavo Zagrebelsky, abbiamo bisogno dei suoi insegnamenti, abbiamo grande bisogno della sua etica politica, del suo coraggio, della sua cultura antiretorica, contraria alle ubriacature nazionaliste, e del suo rigore morale. La sua vita, signor Presidente, è stata un lampo, che può ancora oggi illuminare la cultura e la politica contemporanea con la forza di una straordinaria intelligenza critica e anticonformista.