Discussione generale
Data: 
Lunedì, 2 Febbraio, 2026
Nome: 
Rachele Scarpa

A.C. 2751-A

Grazie, Presidente. Oggi non ruberò molto tempo, perché voglio concentrarmi solo su un aspetto del provvedimento che discutiamo oggi, che, per quanto mi riguarda, è il più problematico ed è quello che più merita una dignità e una discussione anche all'interno di quest'Aula. Merita di essere rappresentato questo problema all'interno di quest'Aula perché è un problema di esclusione, di esclusione dalla partecipazione di 4,9 milioni di cittadine e cittadini italiani - anche se si stima che il numero sia in aumento -, che non potranno partecipare al prossimo appuntamento referendario del 22 e 23 marzo; non potranno partecipare secondo un principio che io definisco arbitrario, perché – c'è da dire dopo le pressioni, le mobilitazioni e le numerose proposte fatte dalle opposizioni e dalle associazioni che si battono per il voto fuori sede - è stato dimostrato proprio da questo Governo che, in qualche modo, quando si vuole si può fare: si è fatto per il referendum su cittadinanza e lavoro, si è fatto alle elezioni europee.

Sono state due sperimentazioni di cui possiamo dire bene o male, difetti strutturali o carenze di partecipazione, ma in generale sono state due sperimentazioni partecipate, almeno in linea con i numeri dei Paesi europei che hanno scelto di avviare percorsi simili. Non di sicuro sono sperimentazioni andate in modo da permetterci di dire che questa volta non ne valeva la pena. Proprio perché si è dimostrato che si può fare, lascia atterriti constatare che questa volta non si è voluto fare.

Io sono stata in Commissione la settimana scorsa e ho avuto anche l'occasione di discutere con la Sottosegretaria Ferro, che ringrazio comunque di essere qui ad ascoltare, delle ragioni…insomma, sono state addotte ragioni relative a tempi tecnici che non ci sarebbero stati: nulla che non fosse prevenibile, a mio parere, Presidente. Il voto fuori sede è stato dimenticato, omesso e trascurato proprio dal testo iniziale del decreto che stiamo discutendo oggi e che indice il referendum. Questo poteva aiutare a risolvere il tema dei tempi tecnici, così come poteva aiutarlo il prevedere che si sarebbe verificata questa eventualità all'indomani dell'approvazione della riforma della giustizia per come è stata approvata, peraltro, ossia con quattro passaggi parlamentari dove le opposizioni, nonostante si stia parlando di una riforma costituzionale, non hanno potuto toccare il testo di una virgola: la prima riforma costituzionale nella storia del nostro Paese passata inemendata e anche sottoposta al voto via referendum confermativo dei cittadini italiani sì, ma alcuni no, perché si è deciso arbitrariamente che alcuni cittadini, in questa specifica occasione, non dovessero avere questa possibilità.

Io faccio fatica a credere alla questione dei tempi tecnici, perché penso che si sia dimostrato anche che queste cose si possono superare, e quindi sento mio dovere, a mia volta rappresentante delle istituzioni eletta, anche di persona più giovane eletta all'interno di questo Parlamento, di portare la voce e le storie delle persone che saranno arbitrariamente escluse da uno dei voti più importanti di questa legislatura, quello del referendum costituzionale sulla giustizia.

Si parla di ragazze e ragazzi che studiano all'università, che hanno fatto la scelta faticosa di questi tempi - bisogna dirlo - di continuare il loro percorso di studi e di cercare di accedere ai livelli più alti di formazione, per poter contribuire alla loro realizzazione personale, certo, ma anche e sicuramente alla crescita economica e al benessere del nostro Paese. Un valore che diamo troppo poco forse agli studenti universitari, già al giorno d'oggi. A volte, sembra che decidere di continuare la propria formazione sia una colpa o peggio ancora un privilegio; un qualcosa che puoi permetterti di continuare a fare solo se hai un certo background familiare, solo se hai una certa disponibilità economica.

Siamo ben distanti, nella realtà quotidiana degli studenti, da una situazione per cui il diritto allo studio è universale ed è anche strumento di mobilità sociale, ma proprio per questo è di questo che dovremmo occuparci nella quotidianità. Lo facciamo troppo poco: le borse di studio che mancano; gli alloggi studenteschi che vengono commissionati a grandi stakeholder privati che, poi, creano queste residenze di lusso, al prezzo modico di 700 euro a stanza; la difficoltà che incontra chi fa il pendolare studiando; la difficoltà che gli studenti incontrano anche nella furia della meritocrazia fine a sé stessa, che ha soffocato i percorsi universitari di tante, tante ragazze in questi anni, che hanno manifestato quel disagio mentale molto, molto chiaramente.

Ecco, anziché vedere tutto questo, occuparcene anche in altre sedi e dare dignità a queste esperienze, anche nell'esercizio del diritto più importante di tutti, quello alla partecipazione democratica, si sceglie di trascurarle. Per cui, la mia amica che viene a studiare a Padova partendo da Caltanissetta, non potrà partecipare a questo referendum, non potrà farlo perché non può permettersi, pur con le tariffe scontate, che sicuramente saranno previste il giorno delle elezioni, di fare quel tipo di viaggio semplicemente per esercitare il diritto al voto.

Ripeto, tanti studenti e tante studentesse non scendono nemmeno a Natale per stare con le loro famiglie, è un po' presuntuoso - credo - ritenere che lo faranno solo ed esclusivamente per esercitare il diritto al voto, per quanto a quel voto diano grande importanza. Il compito dello Stato è rimuovere gli ostacoli alla partecipazione, non sicuramente scaricare il barile su chi vive quelle difficoltà. Oppure, penso a una persona che da Napoli sceglie di andare a vivere a Torino, va a Torino per lavorare, perché al giorno d'oggi la mobilità è anche uno dei modi in cui si cerca un'opportunità o in cui si cerca una stabilità in un mondo del lavoro che, nel nostro Paese, di problemi ne ha parecchi.

Questo porta al fatto che quella persona, che da Napoli è venuta a Torino, possa anche non essere nelle condizioni di prendersi un giorno di permesso per poter tornare a Napoli e poter votare. Cosa vogliamo fare, colleghi? I conti in tasca alle persone che lavorano? Io non credo che sia questa la soluzione. Penso che sia il nostro ruolo, in quanto parlamentari, in quanto membri del Governo, in quanto istituzioni, farci carico noi della responsabilità della rimozione degli ostacoli per quelle persone e creare le condizioni migliori possibili, affinché possano votare. Non che siano mancate le occasioni a livello parlamentare. Ricordo la discussione della proposta di legge “Voto dove vivo”, portata avanti in quota opposizioni, arrivata fino al momento della discussione in Aula alla Camera, al punto in cui, poi, è stata svuotata e trasformata in una delega in bianco al Governo, che ancora riposa in attesa dell'approvazione finale al Senato.

C'è anche una legge di iniziativa popolare adesso che, grazie alla mobilitazione incessante di questi ragazze e ragazzi, che io ammiro per la loro dedizione e la loro testardaggine nel continuare a fare questa battaglia, ora stanno proponendo e che arriverà in Commissione, in Senato. Si dia subito attuazione e si parta subito con la discussione di quella proposta di legge, perché è un'urgenza non più rimandabile questa di vedere stabilizzato un meccanismo che, altrimenti, io temo possa essere in balìa dell'arbitrio. Sì, dico arbitrio perché questa volta la mia impressione è che si sia convenientemente scelto di non occuparsi per tempo della questione, perché si è ritenuto che, in questa particolare consultazione elettorale, si potesse anche fare a meno di quei voti, che i flussi, peraltro, ci hanno detto essere, almeno alle elezioni europee, parte consistente di un elettorato giovanile, magari con orientamenti più progressisti.

Non voglio essere maliziosa in questo senso, ma i fatti mi costringono a sottolineare queste cose, perché se anche ciascuno avesse fatto il suo lavoro con le migliori intenzioni, questo non cambierebbe l'esito finale, che è l'esclusione di milioni di persone in potenza da uno dei voti più importanti dei prossimi anni. È una riforma costituzionale. Noi stiamo cambiando la Costituzione, forse la maggioranza non se n'è resa conto, visto che ha ritenuto di approvarla senza alcuna possibilità di modifica e senza anche quei tempi e quei supplementi di riflessione che si richiedono alle modifiche della Costituzione. Ma questo è: la Costituzione che cambia e un pezzo di cittadinanza che rimane tagliato fuori. Chi?

Quelli che non potranno permettersi di pagare il viaggio; quelli che non potranno permettersi di prendere un giorno di permesso dal lavoro; quelli che, perché costretti in un letto d'ospedale, non possono muoversi. Veramente un messaggio devastante questo che si sta trasmettendo, esplicitamente o implicitamente. Il primo messaggio è che il Governo decide arbitrariamente, perché non è in grado di dare tempestiva attuazione alle deleghe che il Parlamento gli ha dato; decide arbitrariamente quando o meno dei cittadini possono esercitare il diritto di voto.

Il secondo è che ci sono dei cittadini che contano di meno e che hanno meno dignità nella possibilità di partecipare alla nostra vita democratica: sono le persone che studiano; i giovani di questo Paese; le persone che lavorano e che non hanno una condizione lavorativa di grande flessibilità o che hanno magari un datore di lavoro particolarmente rigido, che seguono un certo tipo di turni; le persone impossibilitate fisicamente. Che messaggio è, colleghi, questo alla platea sterminata di astensionisti di cui tutti quanti ci lamentiamo ogni anno e ogni consultazione elettorale, chiedendoci com'è possibile che più della metà della popolazione italiana scelga di non partecipare alla vita democratica del nostro Paese?

È un messaggio forte questo che si manda, è un messaggio forte e un messaggio spiacevole di uno Stato che dice: a noi di voi non interessa abbastanza da mettervi nelle condizioni di esercitare un vostro diritto. Ora, io mi rendo conto che governare non è semplice, che far fronte anche alle resistenze tecniche, agli uffici sia complesso, ma questo Governo si è fatto orgoglio e bandiera quando era il momento di rivendicare le due sperimentazioni che ci sono state sul voto fuori sede. Il partito principale di maggioranza ha utilizzato il voto fuori sede come tema da campagna elettorale, invitando apertamente a fare un dispetto alla sinistra perché solo il Governo Meloni finora è riuscito a concedere il voto fuori sede. Cosa dovrebbe dire ora questo partito a tutti quei ragazzi e quelle ragazze che sta lasciando fuori?

Questo è un motivo di sfiducia per la politica, questo è un motivo per credere meno nella democrazia, questo è un motivo di allontanamento dei giovani dalla politica. Abbiamo perso per sempre la possibilità per quelle persone di dire la loro sul referendum costituzionale della giustizia. Aspetto solo la lamentela paternalistica, il giorno dopo del voto, sui giovani che non si interessano, sui giovani che non hanno voluto capire l'importanza dell'argomento, sui giovani che non hanno a cuore questo Paese e sul “noi, signora mia, ai nostri tempi, ci andavamo pure in triciclo a votare”.

Il mondo cambia in continuazione, cambia sempre. La condizione dei giovani, negli ultimi anni, peggiora per molte ragioni. In ogni caso, non ci si può permettere, soprattutto quando si parla di giovani generazioni, consentire che degli ostacoli di tipo materiale determinino la loro possibilità di esprimersi, di esercitare i loro diritti e di partecipare, perché se c'è una categoria, tra tutte, che non ha ancora responsabilità rispetto a quella che è la sua condizione di partenza, è quella di chi è giovane e studia nel nostro Paese e da questo Paese dovrebbe poter avere il meglio, compreso un Parlamento in grado di legiferare, compreso un Governo in grado di dare attuazione alle deleghe su cui il Parlamento gli impone di esercitare, compresa una politica che non eserciti arbitrariamente doppi standard rispetto alla convenienza del momento.

Se crediamo tutti, come siamo stati bravi a dire in piazza, che questa è una battaglia di civiltà, allora sarebbe stato il caso di dimostrarlo prima di trovarci oggi qui in discussione generale davanti a un'Aula, che, essendo una discussione generale, è purtroppo un'Aula vuota, a dire “che peccato, abbiamo escluso milioni di cittadini dalla possibilità di votare”. Il nostro compito è rimuovere gli ostacoli. Finché la soluzione a questo problema del voto fuorisede non sarà strutturale, nessuno di noi potrà dirsi soddisfatto, nessuno di noi potrà cantare vittoria e nessuno di noi potrà dire di essere dalla parte dei giovani. Io oggi provo vergogna a venire qui a denunciare questa cosa.

Chiedo seriamente di iniziare da domani, a questo punto, un lavoro serio non per consentire ai fuorisede di votare alle politiche del 2027, ma per consentire ai fuorisede di votare in tutti i prossimi appuntamenti elettorali, a prescindere da quanto le forze di maggioranza valuteranno che conviene loro, perché, probabilmente, alle politiche conviene a tutti che votino tutti comunque. A prescindere da questo, significa far sì che esista una legge. Una legge per il voto fuorisede è una battaglia che ci deve accomunare e nessuna scusa e nessuna ipocrisia può essere ammessa senza un impegno che abbia anche delle scadenze e dei tempi concreti, perché di “faremo”, “diremo”, “ce ne occuperemo” ci siamo riempiti le orecchie sin dall'inizio di questa legislatura.

Al momento della prova della massima coerenza, che era per la terza volta dare la possibilità ai fuorisede di votare, si è scelto di tirarsi indietro. Voglio davvero sperare che non ci sia un calcolo elettorale dietro a tutto questo.