Dichiarazione di voto sulla pregiudiziale
Data: 
Martedì, 20 Maggio, 2025
Nome: 
Fabio Porta

A.C. 2402

Presidente, colleghi, oggi ci troviamo a discutere una questione di estrema importanza che tocca al cuore dei diritti fondamentali dei cittadini italiani e delle loro famiglie, di tutti i cittadini italiani (ripeto: di tutti i cittadini italiani, in Italia e nel mondo).

La questione pregiudiziale che abbiamo presentato riguarda, infatti, il decreto-legge 28 marzo 2025, n. 36, recante disposizioni urgenti in materia di cittadinanza. Un atto ostile e codardo, con il quale questo Governo sta tagliando, con un colpo di accetta, il legame storico e profondo tra il nostro Paese e le sue grandi collettività sparse in tutto il mondo.

Una storia eroica di sacrifici e di successi, che ha consentito all'Italia di crescere e svilupparsi e che, ancora oggi, è parte essenziale della nostra politica di internazionalizzazione culturale ed economica.

Una scelta, quella operata dal Governo, assolutamente impropria e inopportuna. Si ricorre alla decretazione d'urgenza poiché - leggo testualmente dalle motivazioni - il crescente numero di connazionali all'estero costituisce una minaccia alla sicurezza nazionale. Sì, avete ascoltato bene, colleghi. Noi italiani all'estero siamo diventati una minaccia e non più una risorsa, non più un'opportunità, come tutti noi abbiamo sempre detto con orgoglio e commozione tutte le volte che abbiamo incontrato le comunità italiane nel mondo. Siete ipocriti e incoerenti, signori del Governo e colleghi della maggioranza che lo sostiene.

La Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha fatto campagna elettorale all'estero su un unico tema: la difesa inamovibile del diritto ius sanguinis contro la sinistra cattiva, che avrebbe introdotto lo ius soli. Avete fomentato una strumentale, anacronistica, oltre che inutile e dannosa, contrapposizione tra emigrati e immigrati, quando l'Italia avrebbe bisogno, al contrario, di politiche inclusive e in grado di integrare le nuove generazioni senza cittadinanza che frequentano le nostre scuole e di attrarre un'emigrazione di ritorno in grado di valorizzare coloro che sono nati all'estero da famiglie italiane e guardano al nostro Paese come a un destino di studio o lavoro.

E che dire del Ministro degli Affari esteri, Tajani, che soltanto sei mesi fa è venuto in Argentina e in Brasile a presentarci lo ius Italiae, che avrebbe introdotto nuove regole non retroattive in materia di cittadinanza e dimezzato i tempi per la cittadinanza degli immigrati in Italia? Pura propaganda, smentita, nel giro di una notte, dalla presentazione di un decreto che va nella direzione opposta alla proposta di legge che, proprio in questa Camera, il capogruppo di Forza Italia aveva prontamente depositato. Ipocriti e incoerenti, quindi. Fate il contrario di quello che dite e dite il contrario di quello che fate, probabilmente perché pensate che gli italiani nel mondo non abbiano memoria o, semplicemente, non vi comprendano. Meschini e arroganti: ecco quello che siete. Come lamentarsi, poi, dello scollamento tra politica e realtà, tra elettori e governanti, se siete i primi a dare questo plastico esempio di incoerenza e slealtà?

L'uso del decreto-legge, in una materia così delicata e di rilevanza costituzionale, è profondamente inopportuno. Non avete soltanto scavalcato il Parlamento, ma anche gli organismi di rappresentanza degli italiani all'estero - primo fra tutti, il Consiglio generale degli italiani all'estero, del quale proprio il Ministro degli Affari esteri è il presidente -, che il Governo avrebbe l'obbligo o, quantomeno, il buonsenso di consultare prima di intervenire su tematiche di loro competenza.

Alla Camera come al Senato, tra l'altro, sono numerosi i provvedimenti in discussione, presentati anche dai partiti della maggioranza, che avrebbero permesso al Parlamento di affrontare questa tematica così sensibile e nevralgica per il futuro dell'Italia con la dovuta attenzione e il necessario dibattito. Un dibattito e una discussione a cui noi del Partito Democratico non ci siamo e non ci saremmo sottratti, proprio perché siamo stati i primi a denunciare gli episodi di mercificazione di questo diritto e a proporre correttivi quali, ad esempio, l'opportunità di introdurre nuovi criteri, e cito la conoscenza della lingua italiana o della nostra Costituzione per i nuovi cittadini. Ma voi avete preferito la strada più corta, orchestrando, prima, una campagna mediatica di delegittimazione delle naturali richieste di riconoscimento di cittadinanza tra gli italiani che vivono all'estero, alla quale, poi, è seguita una memorabile ed indecorosa conferenza stampa del Ministro degli Affari esteri, che ci ha tacciato di essere opportunisti e approfittatori: tutti noi, italiani che vivono fuori dall'Italia. Tutto ciò - voi lo sapete bene - ha causato le proteste non soltanto delle nostre collettività, ma, addirittura, delle rappresentanze diplomatiche dei Paesi dove vivono le nostre grandi comunità all'estero: un bel servizio al soft power, un bel servizio alla promozione del made in Italy.

Torno al decreto in esame e mi scuso per essermi fatto prendere dalla foga. È un decreto che introduce modifiche significative ai criteri di trasmissione della cittadinanza iure sanguinis, stabilendo che chi nasce all'estero e possiede un'altra cittadinanza non trasmetterà più la cittadinanza italiana, salvo alcuni casi e condizioni limitate e specifiche, e lo fa in maniera retroattiva; una retroattività che non solo è inaccettabile moralmente, ma che rappresenta un'evidente violazione dei principi di legalità e uguaglianza sanciti dalla nostra Costituzione.

Per la prima volta nella storia del nostro ordinamento, forse la seconda se consideriamo il precedente delle leggi razziali, state legittimando l'esistenza di due categorie di italiani con diritti e doveri distinti, in maniera palesemente anticostituzionale. Ma chi ve lo ha chiesto? Forse gli Stati Uniti, per espellere più facilmente gli italo-latinoamericani? Questa disposizione comporterebbe una perdita della cittadinanza per individui che già alla nascita sono cittadini italiani per discendenza: non solo contrasta con gli articoli 3 e 32 della Costituzione, ma rischia di ledere il legittimo affidamento di centinaia di migliaia di persone che hanno sempre vissuto in un contesto di appartenenza e identità italiana. Siete anche contro l'articolo 81, che prevede l'equilibrio dei conti dello Stato, poiché le nuove norme comporteranno una pesante perdita di introiti a causa della diminuzione di queste domande.

Voglio ricordare che è nostra responsabilità garantire che ogni intervento legislativo rispetti i principi fondamentali del nostro ordinamento e chiediamo a questo Parlamento di riflettere attentamente su queste questioni e di accogliere la nostra pregiudiziale per avviare qui un percorso di revisione che possa realmente tutelare i cittadini italiani e non convertire un decreto che presenta evidenti profili di incostituzionalità e incompatibilità europea; un decreto che rischia di produrre discriminazioni, di generare casi di apolidia e di esporre l'Italia a rilievi e ricorsi in sede europea ed internazionale.

In queste settimane ho ricevuto molte lettere, come i miei colleghi parlamentari. Voglio accennarne una. Una connazionale, che è nata all'estero, scrive: vi scrivo con il cuore colmo di preoccupazione e tristezza, ma anche con la speranza che possiate ascoltare la voce di chi ama profondamente questa Nazione. Sono figlia di emigranti italiani. I miei genitori non lasciarono l'Italia perché lo desideravano, ma perché costretti dalla fame e dalla necessità. Nel 1956 partirono per il Brasile, lasciando alle spalle i piccoli paesi del Molise e del Veneto, le loro radici e i loro affetti, con il cuore spezzato ma la speranza cucita nell'anima. Oggi, dopo quel lungo viaggio iniziato con dolore, sono tornata in Italia. Sono una cittadina italiana. Vivo qui, lavoro, pago le tasse e contribuisco ogni giorno a questa società, che considero la vera casa, ma, con profonda amarezza, vedo che avete approvato un decreto che spegne il futuro di tanti come me; un decreto che, invece di tendere una mano, chiude la porta in faccia a chi vorrebbe tornare a fare parte di questa grande storia italiana.

Salto il resto della lettera, molto bella e commovente. La lettera conclude, e concludo anch'io e mi avvio alla conclusione: vi chiedo - dice questa connazionale - con tutto il rispetto e l'amore che nutro per questo Paese: non chiudete la porta, apritela al futuro. Con rispetto, speranza e profondo amore per la Patria. Bene, quello che chiedo io…

 

Presidente, a quest'Aula: non spezzate questo legame, per certi versi indissolubile, oltre che profondo…

 

…non dite “no” a un'Italia più grande e inclusiva. Ve ne assumereste una responsabilità storica e perenne davanti al Paese e alle future generazioni.