A.C. 2355
Grazie, Presidente. Anche se la formula può sembrare un po' enfatica, credo che in quest'Aula, oggi, più che un dibattito su un decreto-legge celebriamo la crisi del Parlamento repubblicano. Siamo giunti qui dopo un confronto praticamente inesistente nelle Commissioni competenti: sono stati esaminati 160 emendamenti a fronte di oltre 550 proposte depositate. Interi capitoli del provvedimento - da ultimo, quello sulla canapa è stata appena citato - non sono stati neppure esaminati. Si è scelto di calpestare l'allarme lanciato da 300 costituzionalisti, le critiche dell'Associazione nazionale magistrati e dell'Unione delle camere penali: tutto liquidato come il tentativo di sabotare l'azione del Governo.
Nei 31 mesi di vita di questo Esecutivo - non sono pochi - avete aggiunto al codice di procedura penale 48 nuovi reati, per un totale di 417 anni di carcere e con questo decreto si sommano 14 nuovi reati e nuove aggravanti. È una concezione della sicurezza che si traduce in quel panpenalismo - è stato detto - convinto che la propaganda possa agire da deterrenza nei confronti di comportamenti illegali, aggressivi o violenti e il tutto con buona pace di un sovraffollamento carcerario che produce ogni anno - e lo sapete - decine di suicidi e atti di autolesionismo.
Il problema è che, in questo caso, applicate quella stessa concezione anche a forme del dissenso e della protesta condotte in modalità pacifica e non violenta, ed è, secondo me, su questo piano che consumate oggi lo strappo più drammatico verso lo Stato di diritto e verso le garanzie del nostro ordinamento costituzionale: avviene con l'equiparazione dei centri di trattenimento per stranieri extracomunitari al carcere, vuol dire da luogo di detenzione amministrativa a misura di privazione della libertà personale; avviene con il cosiddetto Daspo urbano, che equipara denunciati e condannati; avviene con la previsione che autorizza la Polizia a portare armi, anche diverse da quelle di ordinanza e fuori dagli orari di servizio.
Con le misure che approverete grazie all'ennesima fiducia, scegliete di comprimere gli spazi democratici a tutela della libertà di manifestazione.
Non è poca cosa, colleghi. Cito anch'io il reato di blocco stradale, introdotto nel lontanissimo 1948 dal Ministro Scelba, per il quale si era sempre prevista una sanzione di tipo amministrativo - reato peraltro, lo sapete, amnistiato nel 1999 - e che voi oggi reintroducete trasformando la sanzione amministrativa in un reato penale punibile con una reclusione da 2 a 6 anni. Ma di cosa stiamo parlando? Dei ragazzi e delle ragazze che utilizzano il loro corpo per denunciare i pericoli ambientali; parliamo degli operai dell'Ilva, che utilizzano il loro corpo su una strada per denunciare l'assenza di risposte ad una vertenza che si prolunga negli anni.
Non avete ascoltato ragioni. Avete ignorato gli argomenti di merito, come quelli in punta di diritto, che sono echeggiati in decine di audizioni. Vi siete, alla fine, divisi al vostro interno, operando uno strappo ulteriore e convertendo un disegno di legge, già incardinato al Senato, in un decreto ricondotto qui, nell'Aula della Camera. In materia di occupazione arbitraria di immobili, già sanzionata del codice penale, vi spingete ad una punizione più severa dell'adescamento di minori. Equiparate la resistenza passiva alla rivolta violenta, sino a dimostrarvi più arretrati - ne ha parlato pochi minuti fa la collega Di Biase - anche rispetto al codice Rocco del 1941 verso la detenzione.
Pensate che ossimoro: la detenzione di una creatura di 3 anni, costretta a seguire la madre dietro le sbarre di un carcere. Tutto questo per che cosa? Per esibire lo scalpo di un presunto lassismo da parte della sinistra e delle opposizioni. Ma, colleghi, ve lo assicuriamo: non c'era e non c'è alcun lassismo da combattere. Esigenze di sicurezza e di giustizia albergano e sono ben radicate anche su questi banchi; vorrei dire: soprattutto su questi banchi, con una sola differenza rispetto a voi - ma non è un dettaglio, è una differenza abbastanza profonda - ed è nella capacità, direi, nella volontà di distinguere sempre tra ciò che è illegale, e come tale va perseguito, e quanto invece riflette una umanità ferita e disposta, nelle forme della non violenza, a testimoniare con il proprio stesso corpo il dovere di una disobbedienza civile; quella disobbedienza civile che anche nel nostro Paese ha una lunghissima, quasi antica, tradizione.
A punire questo, sapete - e lo sapete benissimo -, non sono le democrazie. In ogni parte del mondo a punire quel bisogno di testimonianza e di libero dissenso sono i regimi, sono le dittature, sono le autocrazie. Vedete, colleghi, noi italiani non possediamo la grandeur dei nostri cugini francesi, però, anche noi abbiamo avuto il nostro illuminismo e non lo definirei meno glorioso. Si è concentrato in particolare in due capitali: a Napoli, nella scuola di un'economia civile fondata sul primato della persona rispetto a quello delle Nazioni, e nella Milano dei diritti e delle libertà dell'individuo: la Milano di Verri, di Beccaria, Dei delitti e delle pene, del rifiuto della pena di morte.
Fa riflettere come voi archiviate le pagine più alte e nobili di una tradizione giuridica che viene da così lontano e che si è riversata nella nostra Costituzione attraverso la coerenza, la sapienza e la radicalità di grandissimi giuristi. Erano personalità di formazione diversa, ma accomunate da quel senso dello Stato che fonda sul sistema delle garanzie uno dei fondamenti della sua stessa esistenza.
E tutto ciò pare non riguardarvi, non interessarvi e, invece, dovrebbe interessarvi e dovrebbe riguardarvi, avvinghiati come siete dentro un patto di potere. Voi fate tutto questo, e noi lo comprendiamo, per mantenere in vita quel vincolo di maggioranza fondato, dall'inizio della legislatura, sull'appalto alla Lega di questa materia, di questa disciplina, sulla garanzia per Forza Italia del provvedimento sulla separazione delle carriere e per il via libera al partito di maggioranza relativa sull'ipotetico e velleitario premierato.
Ma, colleghe e colleghi, pensate davvero che principi scolpiti nel nostro ordinamento costituzionale possano rivelarsi merce di scambio nel segno di un mantenimento del potere?
Abbiamo avuto a disposizione 16 ore per esaminare solamente una parte del decreto, 15 articoli sui 39 complessivi. Poi è intervenuta la ghigliottina - termine terribile - persino sulle dichiarazioni finali di voto, sul conferimento del mandato ai relatori. Siete transitati, passeggiando in silenzio, attraverso l'articolo 31, che consente la direzione e l'organizzazione di associazioni terroristiche da parte dei servizi di sicurezza, autorizzati a compiere azioni che sono in contrasto palese con i principi cardine della nostra democrazia.
Vedete, è facile immaginare che la quantità di ricorsi, già annunciati, presso la Corte costituzionale condurrà ad invalidare parte significativa di queste vostre manifestazioni ideologiche e repressive. Quello che oggi possiamo dire è che state proseguendo un'opera abbastanza sistematica di violazione della sovranità del Parlamento, chiamato a ratificare l'azione legislativa del Governo in una coercizione della stessa libera espressione del pensiero e della volontà dei parlamentari della maggioranza, perché io non dubito, personalmente, che su quei banchi, oggi desolatamente vuoti, siedano colleghe e colleghi che possono maturare una consapevolezza dei limiti, degli errori e dei pericoli che sono insiti nel provvedimento che stiamo e che state per licenziare.
Voi avete battezzato questo decreto con il termine “sicurezza”, ma il paradosso è che la prima sicurezza - concludo, Presidente - a venire negata è quella della rappresentanza e di una dialettica parlamentare che, in altre stagioni, soprattutto su materie sensibili per la dignità del cittadino, avevano conosciuto in quest'Aula ben altre pagine di cronaca, di stile, di cultura politica e istituzionale.
Presidente, colleghi, colleghe, quando si evoca la Costituzione del '48 siamo tutti nani poggiati sulle spalle di giganti. Ma, anche per questo, una responsabilità abbiamo - se volete, di ordine morale prima che politica - ed è consegnare a chi verrà dopo di noi, a chi dopo di noi entrerà qui dentro, siederà su questi banchi col mandato di rappresentare il popolo italiano, a loro dovremmo consegnare intatto il patrimonio di principi e valori che, senza merito alcuno, noi abbiamo ereditato da chi, per quei principi, si è battuto prima di noi.
Oggi voi, semplicemente, state venendo meno, a mio avviso, nella forma più arrogante a questo dovere. Ciò che possiamo dirvi, 24 ore prima che transitiate lì sotto, in questo stretto corridoio, per pronunciare il vostro ennesimo obbediente “sì” ad un provvedimento così profondamente offensivo e sbagliato, è che, alla fine, sarà anche su questo che voi sarete giudicati. E noi, a voce alta e schiena dritta, quel giorno potremo dire che a questo vostro delirio giuridico ci eravamo e ci siamo opposti. E, credeteci, fuori e dentro quest'Aula solenne continueremo a farlo, fino a quando vi avremo sconfitti.