A.C. 2355
Grazie, Presidente. Negli ultimi anni si è diffusa la convinzione che, attraverso la pena pubblica, si possano risolvere i più disparati problemi sociali, come se, per le più diverse malattie, ci venisse raccomandata la stessa medicina. Non si tratta di fiducia in qualche funzione sociale tradizionalmente attribuita alla pena pubblica, quanto piuttosto della credenza che, mediante il carcere, si possano ottenere quei benefici che richiederebbero l'implementazione di un altro tipo di politica sociale, economica e di inclusione sociale.
Non si cercano solo capri espiatori che paghino con la loro libertà e con la loro vita per tutti i mali sociali, come si faceva nelle società primitive, ma, oltre a ciò, c'è talvolta la tendenza a costruire dei nemici, delle figure stereotipate. E i meccanismi di formazione di queste immagini sono i medesimi che, a suo tempo, permisero l'espansione di idee razziste. Ed è in questo contesto che la missione dei giuristi non può che essere quella di limitare e contenere tali tendenze.
Colleghe, colleghi, queste non sono le parole di un pericoloso sovversivo o di un esponente politico del centrosinistra, sono le parole di Papa Francesco, che le pronunciava a monito futuro, anche per noi che rivestiamo qui un ruolo importante di rappresentanza, un ruolo legislativo, per avvertirci di cosa andrebbe e cosa non andrebbe, soprattutto, fatto quando si scrive una legge, quando si cerca di andare a bersagliare alcuni comportamenti sociali. In questo decreto constatiamo che la maggioranza di Governo sceglie di fare l'esatto contrario.
Tredici nuove fattispecie di reato, 15 nuove aggravanti. Tassatività, proporzionalità, nesso di causalità: tutti miraggi lontani. In compenso, i bersagli sono molto chiari e molto ben individuati, proprio con una modalità di cucire il reato addosso alla soggettività che si vuole colpire: poveri, stranieri, persone colpite da marginalità sociale, movimenti politici che esprimono il dissenso. Tutto questo in un quadro di mortificazione del Parlamento e del lavoro parlamentare, che a me, onestamente, colleghi, dà la nausea. Lo dico di fronte all'Aula semivuota, soprattutto nei banchi della maggioranza.
Noi arriviamo qui a discutere e verrà posta la fiducia su un decreto che è la trascrizione di un disegno di legge di iniziativa governativa, che non ha potuto finire il suo iter al Senato perché c'erano dissidi interni alla maggioranza, tali da far sì che ci fosse improvvisamente, dopo un anno e mezzo di discussione parlamentare, la necessità e l'urgenza di portare queste norme sotto forma di decreto e di approvarle il prima possibile, tagliando tutti i tempi della discussione in Commissione, mettendo la tagliola sugli emendamenti, mettendo la tagliola sulle dichiarazioni di voto, con una maggioranza che è stata in un silenzio che aveva del ridicolo.
Ed è stato profondamente offensivo, per quanto mi riguarda, arrivare qui e sentire gli unici due interventi delle colleghe di maggioranza, i primi che sentiamo da mesi, praticamente, giustificare questi silenzi in Commissione con tono canzonatorio, come per dire: ah, l'opposizione aveva argomentazioni così assurde che noi neanche ci stiamo degnati di rispondere.
Come se non lo sapessero tutti, colleghe e colleghi, che i problemi per cui i tempi si sono accelerati, la discussione è stata tagliata e la forma decreto è stata adottata erano i dissidi interni alla maggioranza. Ora, venire qui anche a farci prendere in giro dalle colleghe e dai colleghi di maggioranza, che pensano di poter insultare in questo modo l'opposizione, le sue prerogative e il Parlamento tutto, è una vergogna! Denota che non c'è, veramente, più traccia di cultura democratica nella maggioranza di questo Paese e che non c'è un briciolo di rispetto del luogo in cui ci troviamo da parte della destra italiana.
Tutto questo perché serviva la marchetta, la sicurezza sventolata come giustificazione a tutto. Un termine ombrello che comprende le materie più disparate e che giustifica qualsiasi esigenza. Un termine veramente omnicomprensivo che va a coprire gli ambiti più diversi. Al che è anche difficile sapere da dove iniziare nel commentare questo, che dovrebbe essere un decreto, dovrebbe rispondere al criterio dell'omogeneità ma, ormai, è un ricordo distante.
Non si sa nemmeno da dove iniziare e provo a iniziare da quella che secondo me è la cosa più grave. Io non so se i colleghi di maggioranza si sono resi conto che il nostro sistema penitenziario non è in grado di reggere le conseguenze concrete, effettive, di questo decreto. E non parlo solo dei nuovi reati e delle aggravanti che andranno a peggiorare, evidentemente, se verranno applicate - e immagino di sì - la situazione delle carceri italiane. Mi riferisco, in particolare, a quello che è l'articolato più odioso, secondo me, di questo decreto: gli articoli 26 e 27 che fanno riferimento al nuovo reato di rivolta all'interno di carcere o CPR.
Con questa equiparazione detestabile dei luoghi di detenzione amministrativa e di detenzione penale che abbiamo visto, del resto, anche nella retorica e nella narrazione del decreto Albania. Facciamo un breve calcolo insieme, colleghi. Nel 2024 il DAP ci dice che ci sono stati circa 1.500 eventi di protesta collettiva all'interno delle carceri italiane. Supponiamo che ad ognuno di questi episodi partecipino, diciamo, quattro persone. Supponiamo, sempre per una stima, visto che la pena edittale massima che proponete per il reato di rivolta in carcere è di otto anni, che, di media, vengano condannate queste persone a quattro anni di carcere ciascuno.
Parliamo di 24.000 anni di carcere in più, scaricati su un sistema penitenziario dove non si vede la traccia di un investimento dagli anni in cui siete al Governo (alla faccia dello stare dalla parte delle Forze dell'ordine che lavorano all'interno delle carceri) ed andiamo ad aggiungere pure tutti quelli che si rivoltano nei CPR (che non sono pochi perché i CPR sono luoghi patogeni che inducono le persone o a fare male a sé stesse o, a un certo punto, a rivoltarsi contro le gabbie senza alcun tipo di senso in cui sono chiuse), aggiungiamo tutti a questi, tutti quelli dei CPR che a quel punto andranno trasferiti in carcere. Questa, per me, è la ricetta dell'implosione del sistema penitenziario italiano risolvibile solo - come ipotizzo - con un'impennata dei suicidi. Forse è questo che vi auspicate, a un certo punto? Che ne muoiono così tanti da liberare spazio all'interno delle carceri che non hanno più modo per far respirare né le persone, né i lavoratori.
Questa è, secondo me, una delle conseguenze più gravi che non state assolutamente tenendo in considerazione, e lo fate di fronte a dei numeri che sono spaventosi e che ci sono già costati richiami da parte di tutte le istituzioni sovranazionali possibili e immaginabili, senza che il Ministro Nordio si sia degnato di dare una risposta decente rispetto all'emergenza carceraria che è ancora in corso.
Ma no, facciamo altri reati. Continuiamo con questa politica come se avesse un senso, come se risolvesse qualcosa. A me, personalmente, non fa sentire più sicura questo. Ma non mi fa sentire più sicura per niente. Non mi fa sentire più sicura così come non mi fa sentire più sicura l'idea che dei bambini, sotto un anno, possano passare i primi mesi di vita e di crescita in carcere, sapendo che la deterrenza in questi casi è meno di niente. Non mi fa sentire sicura sapere che chi protesta occupando una casa per criticare la situazione di crisi abitativa che c'è effettivamente, andrà in carcere.
Perché la mia insicurezza su questo tema è dovuta agli affitti stellari, ai mutui che i miei amici non potranno mai aprire per pagarsi una casa, alle centinaia e centinaia e forse migliaia di famiglie che sono in graduatoria per le case popolari e non riescono ad accedervi. Non mi fa sentire sicura il reato di blocco stradale, perché, ad esempio, il Governo non fa nulla per le ragioni per cui quelle persone bloccano le strade e si fanno arrestare. Non parlo solo della crisi climatica, colleghi, che dovrebbe essere la nostra preoccupazione numero uno. Parlo anche delle crisi industriali che lasceranno, probabilmente, nei prossimi tempi a casa sempre più lavoratori a cui il Governo non sta dando mezza risposta, perché non c'è traccia di politica industriale da parte di questo Governo da due anni a questa parte, che però va a criminalizzare probabilmente i lavoratori che protesteranno per i loro diritti e contro il loro licenziamento.
Non mi fa sentire sicura il fatto che la scienza conti così poco per questo Governo da demonizzare e criminalizzare una pianta che ha zero effetti psicotropi, e ammazzare un settore solo per fare la solita insopportabile propaganda contro la droga. Insomma, voi parlate, colleghi, di diritto alla sicurezza. Vi ricordo che non è inserito in Costituzione tra i diritti fondamentali dell'individuo, e forse questo non è un caso perché la sicurezza è sempre un equilibrio con la limitazione delle libertà personali, ed è un mezzo ma, forse, sarebbe bello parlare di sicurezza dei diritti, sicurezza del diritto alla salute…
…sicurezza del diritto al reddito, al benessere, del diritto alla casa. Risposte sociali a problemi sociali. Ciò che voi non fate in questo ennesimo decreto dove non mettete un euro per dare una risposta a questi problemi. È una bugia imperdonabile agli italiani questa che raccontate. Il diritto penale totale e il diritto sociale zero.
Noi non ci stiamo e non ci staremo mai.