Discussione generale
Data: 
Lunedì, 26 Maggio, 2025
Nome: 
Antonella Forattini

A.C. 2355

Grazie, Presidente. Intervengo su questo decreto-legge per ribadire la scorrettezza istituzionale messa in campo da questa maggioranza nel gestire questo provvedimento. A questo proposito, vorrei riprendere l'appello pubblicato in questi giorni e sottoscritto da numerosi costituzionalisti, studiosi e docenti di diritto costituzionale che hanno sentito il dovere di intervenire collettivamente di fronte a un episodio istituzionale di particolare gravità: l'adozione, appunto, da parte del Governo, di un decreto-legge che ha assorbito il contenuto del disegno di legge sulla sicurezza, sottraendolo al normale confronto parlamentare e imponendolo con la forza dell'urgenza.

Ecco, la denuncia dei 238 costituzionalisti è chiara: non siamo di fronte a una semplice forzatura procedurale ma a un vero e proprio strappo costituzionale, senza alcuna giustificazione né sul piano formale né sul piano sostanziale.

Il disegno di legge sulla sicurezza era ormai vicino alla conclusione del suo iter parlamentare, ma il Governo ha invece scelto di intervenire con un decreto-legge - strumento previsto dalla Costituzione solo in casi straordinari di necessità e urgenza - per chiudere il confronto politico e imporre d'autorità un impianto normativo che presenta numerosi profili di incostituzionalità. Ecco, i costituzionalisti hanno voluto denunciare non solo il metodo ma anche il merito di questo intervento.

Ci troviamo, infatti, di fronte ad una torsione securitaria che colpisce direttamente i diritti fondamentali e le libertà costituzionali. Si introducono nuove figure di reato e aggravanti in modo vago e indeterminato, in contrasto con i principi di legalità e tassatività. L'aggravante prevista se il reato si commette, ad esempio, all'interno di una stazione ferroviaria ne è un esempio emblematico.

Si reprimono forme di dissenso civile e di partecipazione democratica, equiparando la resistenza passiva e pacifica a condotte violente; si autorizza l'uso di armi da parte delle Forze dell'ordine e anche fuori servizio, con rischi evidenti per l'equilibrio tra autorità e garanzie; si estendono misure come il Daspo urbano, per colpire cittadini non ancora giudicati colpevoli, violando la presunzione di innocenza. Si tratta di un impianto normativo che mina l'architettura costituzionale e ridisegna in modo surrettizio i rapporti tra cittadino e Stato.

Come sottolineato nell'appello, il vero problema non è solo ciò che si fa, ma il disegno politico che si intravede: un modello di governo che si fonda sull'eccezione, sull'urgenza permanente e sull'uso politico del diritto penale come strumento di controllo. Difendere la Costituzione, oggi più che mai, significa respingere questa deriva, significa ricordare che la sicurezza non può mai essere usata come alibi per comprimere i diritti e che la forza della legge deve essere sempre equilibrata dalla forza delle garanzie. Condivido con i costituzionalisti, che hanno sottoscritto l'appello, che gli organi di garanzia costituzionale sappiano vigilare, con fermezza e censura, un intervento normativo che tradisce lo spirito democratico della nostra Carta costituzionale. Condividiamo e ci uniamo a questo grido di allarme per senso di responsabilità e per non essere complici di questo abominio.

Nelle pieghe di questo provvedimento il Governo, inoltre, se la prende, criminalizzandolo, con un settore strategico per il sistema produttivo del nostro Paese: quello della canapa industriale e lo fa per un mero problema ideologico. Ci sono a rischio 3.000 imprese e 12.000 lavoratori, per 900 milioni di euro per i quali non si sono trovate soluzioni concrete. È intollerabile che il Governo continui a ignorare la gravissima situazione in cui è precipitato l'intero comparto della canapa industriale, criminalizzando un settore innovativo e produttivo senza alcun fondamento reale in termini di sicurezza o tutela della salute pubblica.

Il decreto Sicurezza si configura come un atto punitivo e irresponsabile, che mina il principio della leale concorrenza, viola il diritto europeo ed espone l'Italia al ridicolo sul piano internazionale. Con l'entrata in vigore delle nuove disposizioni, oltre 3.000 imprenditori, che coltivavano circa 4.000 ettari di canapa industriale, vengono improvvisamente considerati fuorilegge. A rischio ci sono anche 12.000 posti di lavoro e un volume d'affari annuo pari a circa 900 milioni di euro. Il 95 per cento delle infiorescenze prodotte in Italia è destinato all'esportazione, principalmente verso altri Paesi dell'Unione europea, dove trovano piena legittimità e utilizzo.

Non è stata prevista nessuna proroga per consentire agli operatori di adeguarsi, né è stata concessa una finestra temporale per lo smaltimento o la regolarizzazione delle produzioni. Il provvedimento entrerà in vigore senza un confronto, un ascolto, colpendo un settore che negli ultimi anni ha mostrato dinamismo, innovazione e forte potenziale di crescita. Il Governo deve urgentemente chiarire la distinzione tra usi leciti e illeciti della canapa, promuovendo una regolamentazione equilibrata che favorisca la crescita del comparto e tuteli gli investimenti e l'occupazione.

Non si possono trasformare migliaia di imprenditori da soggetti legali a criminali dall'oggi al domani, né si possono ignorare le gravi ricadute economiche e sociali che questo comporta. È necessario aprire da subito un confronto serio e trasparente per individuare soluzioni sostenibili. La propaganda è una prerogativa del centrodestra, che cerca, ogni giorno e in ogni contesto, di far passare la narrazione edulcorata di un Paese che scivola sempre più in basso. Ebbene, noi diciamo: basta con questa propaganda. Servono responsabilità, visione e rispetto per un settore che merita di essere valorizzato e non distrutto.