A.C. 2526
Grazie, Presidente. Ministra, io prima di intervenire rispetto a questo provvedimento mi pongo una domanda, e se vuole mi permetto umilmente di porgliela. Non è tanto diretta esclusivamente a lei, ma più che altro a questo Paese, alla classe politica di questo Paese a tutte e tutti coloro che l'hanno anche preceduta: l'Italia è un Paese che investe nell'università? È un Paese che investe in ricerca? Sa perché glielo dico, Ministra? Perché chi le parla lavora nell'università da più di 20 anni, e da quasi 15 lo fa all'estero, e quindi la domanda che le pongo ha, come dire, anche una sorta di nota autobiografica.
Detto questo, di solito quando si fanno le analisi dei provvedimenti - so di aprire, probabilmente, anche una discussione che a taluni può piacere meno - di solito noi siamo allenati, e quando ragioniamo in termini empirici rispetto alla valutazione dell'impatto di scelte politiche, la prima riflessione che facciamo, Ministra, qual è? È quella di capire qual è il rapporto degli investimenti di un Paese in un determinato settore rispetto al PIL. Partiamo dai fondamentali e facciamo una fotografia. E allora quanto investe questo Paese in rapporto al PIL in università e ricerca?
La media europea sfiora i due punti e mezzo percentuali, Paesi come la Germania superano il 3 per cento, la Francia è nella media europea con il 2,4, il Belgio supera il 3, la Svizzera il 3,3, l'Italia è inchiodata all'1,33 per cento. È chiaro ora, Ministra, che non è che le si può buttare la croce addosso in questo triennio; lei ha ereditato una condizione certamente complicata, però, probabilmente, nell'ultimo triennio questa condizione è stata un po' aggravata - la dico così.
Entriamo nel merito del provvedimento specifico. Si parla di questi famigerati 160 milioni per gli enti di ricerca che, però, Ministra - lei mi consentirà con il rispetto e il garbo istituzionale che non è che le debbo, che sento di porgerle -, mi sembra un tantino il gioco delle tre carte, nel senso che noi abbiamo delle risorse che togliamo da un posto e le spostiamo da un altro e però, alla fine, sono sempre della stessa famiglia. Noi stiamo cioè facendo una riallocazione di risorse che sono, comunque, nel comparto specifico e, quando leggo che addirittura vengano sottratti 30 milioni di euro al CNR, per poi riallocarli da quest'altra parte, mi sembra un tantino un gioco non appropriato.
Perché accade questo Ministra? Secondo me, accade questo perché, ancora una volta, purtroppo, in questo Paese, si fa fatica ad avere una visione sistemica di cambiamento, di riforma o di sostegno all'università e alla ricerca. Questo è il tema vero. Il tema vero è che noi fatichiamo da anni - e purtroppo mi dispiace doverlo constatare, Ministra, lei non è l'eccezione che conferma la regola, purtroppo -, noi facciamo fatica a immaginare uno scenario diverso per l'università italiana, per la ricerca italiana, sottovalutando un aspetto. Gliel'ho già detto in un altro provvedimento: lei ha l'onere di governare, dal mio punto di vista, uno dei Ministeri più importanti nell'era contemporanea, perché non esiste processo di innovazione, non esiste processo di cambiamento vero della società e anche del sistema produttivo, degli usi, dei costumi, se non attraverso la ricerca e l'università è la culla, all'interno della quale, insieme agli enti di ricerca, la ricerca si espleta e si manifesta. Purtroppo, debbo segnalare, che questa cosa non sta accadendo.
Ancora, noi avevamo bisogno, in questo Paese, di limare o quantomeno ridurre le forme di precariato. Guardi, Ministro, le sta parlando una persona che non è innamorata della stabilizzazione. Mi spiego: non è innamorata della stabilizzazione nella misura in cui la ricerca libera tu la paghi il doppio, il triplo, il quadruplo rispetto a quello che dovresti fare normalmente, spingendo le persone a una mobilità, a una ricerca spinta e quant'altro; quando, invece, ti trovi in un contesto dato - ed è qui la responsabilità della politica -, dove le risorse non ci sono, allora tu devi poter offrire a queste persone la tranquillità e la stabilità psicologica mentale del lavoro che fanno e offrirgli la possibilità, attraverso il lavoro, seppur non ben retribuito, di potersi costruire un avvenire e - immagini Ministro - una famiglia e qualsiasi altra cosa.
Arriviamo al cuore dell'elemento economico-finanziario, perché ho imparato in questi tre anni, Ministro, che noi qui possiamo pensare qualsiasi cosa, immaginare la legge più bella del mondo, ma poi, a un certo punto - credo che sarà capitato anche a lei, nonostante la sua lunga, lunghissima esperienza anche politica -, nel momento in cui tu puoi pensare la legge più bella del mondo, cozzi con l'ufficio che ti dice, a un certo punto: sì, ma la quantificazione di questo provvedimento? I soldi dove li prendiamo e come diamo atto e seguito alla bella legge che avete pensato. Se noi facessimo la fotografia dello stato dell'arte, potremmo dire: tutto sommato viene fatto un investimento economico, certo non è straordinario, ma intanto è un primo segnale. E fin qui, chi ci ascolta dall'esterno, chi legge i titoli dei giornali, dice: beh, insomma, la Ministra ha prodotto risorse aggiuntive, nuove, per fare cose.
In realtà, però, non è così, perché tutto questo aveva un senso se non ci fosse stato un taglio di 178 milioni al Fondo di finanziamento ordinario dell'università e della ricerca; se non ci fosse stato uno stralcio al Piano straordinario di 340 milioni; se non ci fosse stato il mancato adeguamento per gli stipendi e i contratti del personale (che ammonta, all'incirca, in questi anni, a 300 milioni); in sostanza, Ministro, se non ci fosse stato un taglio, subìto a cascata, addosso alle università e ai centri di ricerca, pari quasi a un miliardo di euro. Allora qual è la condizione nella quale noi ci troviamo e come, con questo provvedimento, lei, Ministra, interviene nel tema?
Di fatto, per quello che è il provvedimento, non c'è nulla che faciliti, agevoli l'elemento centrale dell'università e della ricerca - lo è sempre stato e lo è tuttora per i parametri internazionali - che è la mobilità. Ministro, noi ormai ci siamo trasformati in un Paese dove gli atenei sono regionalizzati, se ti va bene, altrimenti sono provincializzati. Che cosa voglio dire? Ragazze e ragazzi, studenti e studentesse, le famiglie non hanno più le condizioni economiche per poter far seguire i corsi ai propri figli in università diverse, se non quelle vicino casa, perché non ci sono le condizioni economiche. Questo produce il fatto che, anche rispetto a un mondo che di per sé, per definizione, dovrebbe essere quello che costruisce ascensore sociale, che attraverso lo studio, la formazione consente anche a coloro che sono nate e nati in condizioni sociali, familiari, economiche svantaggiate di poter colmare il gap, questo non è più possibile. Basta leggere le statistiche dell'ultimo decennio, ma se vuole, anche vent'anni, e notare come la mobilità, in questo Paese, si sia pressoché fermata.
Secondo punto, Ministra, noi stiamo arrivando. Ricordo che ero ancora un giovane assistente universitario e si parlava, lo sentivo dai miei professori, quando ragionavano del fatto che noi rischiavamo, in Italia, di trasformare le università italiane in licei plus. La liceizzazione - mi passi il termine, l'invenzione del termine inappropriato - degli atenei italiani. Noi cioè stiamo avendo sempre più atenei che fanno didattica e sempre meno atenei che fanno ricerca e non è un caso che tutta la querelle, anche avanzata e sottolineata da Confindustria rispetto alla funzione che debbano o non debbano avere le università telematiche, sta esattamente lì.
Guardi, non ho nessuna contrarietà per nessuna forma di insegnamento e di alta formazione. L'importante è che però ci capiamo dove andiamo ad allocare le risorse e come le allochiamo, perché lei, Ministra, si troverà e si sta già trovando oggi dinanzi a una questione epocale: gli atenei, le università italiane sono ancora in grado, tutte, di produrre il minimo richiesto di ricerca o noi dobbiamo incamminarci verso una soluzione che immagina che ci siano atenei di solo insegnamento e atenei di eccellenza, perché la ricerca di eccellenza in Italia si fa, Ministra e se ne fa tanta?
Ma non si fa e non si è fatta, in questi anni, grazie agli interventi governativi, senza distinzione di colore, ma si è fatta intanto perché c'è un patrimonio, un capitale umano di talenti che si mettono in gioco. Il problema è che poi, a un certo punto, nel momento in cui il mondo della ricerca internazionale capisce che sono talenti e vede quello che pubblicano, seduta stante vengono presi e gli vengono offerte opportunità in giro per il mondo. Non è un caso che noi abbiamo una quantità crescente.
Guardi, Ministra, ci sono corridoi interi delle università in giro per l'Europa: un giorno, se vuole, ci facciamo un giro insieme e lei potrà vedere che nelle targhettine fuori agli uffici iniziano a moltiplicare e aumentare i cognomi italiani. Io ricordo che, quando ho messo piede per la prima volta nel 2011 nella mia università, erano ancora pochi; oggi, nei corridoi di molte università estere, un po' come accadeva nei cantieri negli anni Sessanta, la lingua di comunicazione è divenuta quasi l'italiano. E allora questa è una domanda che probabilmente lei, soprattutto Ministra, dovrebbe porsi.
Ancora, io ho la sensazione, Ministra, che noi tendiamo sempre più a vivere in un Paese dove l'università si è trasformata - se vuole -, è ritornata ad essere un mestiere o un percorso per censo. Questo è un problema; questo è un problema serio perché, nonostante - uno fa quello che può - gli annunci, anche roboanti, maestosi, in realtà la condizione strutturale di chi fa ricerca è ferma, ma com'è ferma in tutto il Paese. Purtroppo, quando noi abbiamo un problema salariale e di stipendi, non è che questo riguarda solo gli operai: no, questo riguarda tutti, a partire dal comparto della ricerca. Il problema, però, Ministra, dov'è? È che quando tu, a parità di funzione, ti sposti di 1.000 o di 500 chilometri, nel contesto europeo, e la stessa funzione, lo stesso lavoro ti è pagato cinque volte tanto, in una condizione diversa, Ministra, lei che cosa avrebbe fatto? Sarebbe partita.
Allora, il tema sta lì. Ho capito, lei mi dice di no, però, Ministra, ma, probabilmente, è così. Io mi auguro un giorno…
Lei, diffida, ho capito che lei diffida.
Lei si fida? Eh, ho capito, però, probabilmente, decine di migliaia…
No, no, Presidente, stiamo interloquendo civilmente. Probabilmente, migliaia di ricercatrici e ricercatori si fidano un po' meno. È complicato fidarsi, quando tu hai la volontà anche di costruire famiglia o quando hai la volontà di sopravvivere, e quando hai anche la volontà e l'esigenza legittima di vederti riconosciuta una professionalità e di poter lavorare in un certo modo.
Allora, quando si fa un provvedimento d'urgenza, noi ci saremmo aspettati che ci fosse una certa urgenza, a partire da una, se vuole: noi abbiamo un obiettivo fissato dal PNRR, che sono 60.000 posti letto negli studentati. Siamo arrivati a realizzarne, sì e no, 11.000. La scadenza è nel 2026: io mi auguro e auspico che, da questo punto di vista, si possa fare qualcosa, ma non lo troviamo.
E, ancora, la relatrice giustamente prima, nella sua relazione, elencava i punti significativi di questo provvedimento. Nell'articolo 1 si parla che: si ritiene importante promuovere e sostenere l'incremento qualitativo dell'attività scientifica, tecnologica, nonché le infrastrutture di ricerca, eccetera eccetera. D'accordissimo, Ministra, siamo tutti d'accordo, anzi la sosteniamo riguardo all'articolo 1. Però, poi, non capiamo come, un po' più avanti, nell'articolo 5, voi andate a tagliare, eliminare e cancellare esattamente le reti integrate che, in un certo qual modo, si erano strutturate in questo Paese, per non parlare poi del Piano Sud e quant'altro.
Chiudo, mi avvio a chiudere, cercando di fare delle osservazioni mirate rispetto ai punti qualificanti o dequalificanti di questo provvedimento. Voi avete fatto un provvedimento d'urgenza che sostanzialmente, sulla visione generale dell'università, non dice nulla; di fatto, è un decreto attuativo, attua norme, attua scelte che la politica, da più parti, ha compiuto negli ultimi mesi. Ma entriamo nel merito della questione.
Punto primo. Bene, Ministra, lei finalmente va a dare attuazione al processo di stabilizzazione - poi, possiamo discutere se sei mesi prima, sei mesi dopo, ma non è questo il tema - delle ricercatrici e dei ricercatori del CNR. Grazie, Ministra, sono soldi nostri. Sono soldi delle opposizioni, a partire da Alleanza Verdi e Sinistra (AVS), Partito Democratico e MoVimento 5 Stelle, che, nell'ultima legge di bilancio, hanno messo insieme dal proprio fondo, fondino parlamentare. Quindi, non sono soldi che noi abbiamo strappato in legge di bilancio; sono soldi assegnati che noi abbiamo messo a disposizione, perché abbiamo fatto una scelta condivisa, politica, ovvero abbiamo visto che nel più importante, più grande centro nazionale di ricerca... E giunga da parte nostra, del Partito Democratico, l'in bocca al lupo: finalmente, Presidente, la Ministra ha individuato un presidente, il professor Lenzi. Voi rivendicate una cosa che, in realtà, abbiamo fatto noi. Allora, diciamola così: la ringraziamo, Ministra, per la collaborazione, perché da parti diverse, la politica collabora, un Ministro è stato solerte - forse poteva essere un po' più veloce, ma meglio tardi che mai - a dare attuazione a risorse che le opposizioni hanno stanziato per il CNR.
Dopodiché iniziano le domande: Ministra, ma posso capire la ragione? Perché io, veramente, quando l'ho letto non l'ho capito. Ma glielo dico perché noi qui, in quest'Aula, trasversalmente, colleghi di opposizione e di maggioranza, stiamo portando avanti un provvedimento che lavora esattamente alla valorizzazione del dottorato di ricerca, per cercare di innovare la pubblica amministrazione. Ora, io vorrei capire, Ministra, ma come è possibile? Ma chi l'ha pensato, Ministra, che si tolgano master, dottorati di ricerca, scuole di specializzazione per partecipare ai concorsi? Lei mi risponderà: ma nessuno partecipa. E, allora, aumentate gli stipendi. Perché io vorrei capire noi che stiamo facendo; cioè noi i titoli di alta formazione li cancelliamo perché non partecipano. E, allora, non li vogliamo e se non li vogliamo, diciamolo. Diciamo che stiamo assumendo tipologia di personale diverso e va bene così. Ma è un deprezzamento del suo dicastero e del Paese, secondo noi.
Avete aumentato una direzione generale. Perché? Ci serviva? Era necessario per dissipare i problemi che abbiamo? Avete aggiunto 150.000 euro di consulenze l'anno. Delle due l'una, Ministra: togliamo i titoli preferenziali (dottorato di ricerca, master, scuole di specializzazione) perché poi dobbiamo pagare le consulenze esterne? Cioè non ho capito: l'innovazione, in questo Paese, si può fare solo in outsourcing.
Chiudo, Presidente. Dieci milioni per la cybersicurezza: ma è mai possibile che ogni Ministero debba investire soldi per la cybersicurezza quando la linea è una? Ma, come Governo, potete fare un provvedimento di cybersicurezza che riguardi tutta la macchina dello Stato o ogni Ministero deve avere il suo? Io questa, francamente, è una cosa che ancora non ho capito. Chiudo così, forse con la cosa peggiore. Lei sì, Ministro, mi risponderà che ha uniformato, gliene do atto. Ma si può continuare, in questo Paese, a tassare - e chiudo, Presidente - le borse di ricerca? Ma è mai possibile che noi continuiamo a tassare le borse di ricerca, che sono già una miseria e continuano ad essere una miseria?
E, allora, per tutte queste ragioni, purtroppo, Ministra - purtroppo, perché guardavamo con attenzione profonda questo provvedimento -, noi saremo costretti a dover esprimere un parere contrario a questo provvedimento, che non risolve i problemi all'università e alla ricerca italiana.