Grazie, Presidente. Sono ore di gioia per la liberazione di Alberto Trentini. Vorremmo dire una cosa semplice: grazie Italia! Grazie a tutti coloro che, dentro e fuori le istituzioni, hanno lavorato a questo risultato: la nostra intelligence e la diplomazia che lei, Ministro, rappresenta. Grazie anche a tutti i mediatori internazionali che hanno spinto il regime a liberare un numero rilevante di prigionieri politici e stranieri.
Quando diciamo “grazie Italia”, pensiamo anche a coloro che lo hanno ricordato ciascuno dei 423 giorni di ingiusta detenzione e lo hanno fatto con discrezione, anche in quest'Aula, ma continuando sempre a tenere acceso il faro su Alberto Trentini. Non era un detenuto, ma era un ostaggio, che abbiamo atteso a lungo, troppo a lungo. Lo aspettavamo durante le liberazioni dei prigionieri a Capodanno e poi con quelle successive all'attacco americano. Non è questa la giornata per scandire la sequenza di eventi, tappe e anche di errori, perché finalmente Alberto è in Italia insieme a Mario Burlò, dopo altri connazionali liberati e con il pensiero a quelli che ancora devono tornare. Noi vogliamo dirgli oggi: bentornato! Bentornato figlio di un'Italia che crede nella pace, nella libertà e nella dignità di tutti gli esseri umani: ha scritto ieri don Luigi Ciotti che in questi mesi è stato vicino alla famiglia, con la loro avvocata, anche nei lunghi e dolorosi mesi senza risposta.
Chi era Trentini? Era un cooperante, lavorava per una ONG che si chiama Humanity & Inclusion. Cooperazione, umanità e inclusione sono parole sulle quali la destra poteva riflettere almeno un giorno, invece che continuare a denigrarle come ha fatto il capogruppo di Fratelli d'Italia. C'è una generazione che porta in giro il volto dell'Italia migliore. Alberto era un costruttore di pace, che ha pagato un prezzo alto per un mondo che fosse diverso da quello che stiamo consegnando alle generazioni future, in cui dilaga il disprezzo per la vita e la dignità umana, e sembra prevalere la legge del più forte.
Lei si è dimenticato, Ministro, cosa è accaduto la notte del 3 gennaio di quest'anno. Glielo ricordo io: un attacco militare unilaterale degli Stati Uniti al Venezuela. Illegale e pericoloso: ha scritto a caldo il New York Times. Illegale sul piano interno e costituzionale e su quello del diritto internazionale, ma anche pericoloso come precedente e come passo verso il definitivo smantellamento dell'ordine multilaterale.
Non è in discussione, onorevole Calovini, il nostro giudizio sul regime di Maduro. Se questo Parlamento si è espresso con condanne unanimi per la violazione sistematica dei diritti umani e con grande solidarietà al popolo venezuelano, lo si deve all'iniziativa del Partito Democratico. Noi abbiamo sempre sostenuto l'opposizione, dialogando con la parte democratica e progressista. Non l'abbiamo liquidata il giorno dopo, come ha fatto Trump. Per noi, invece, è in discussione il vostro giudizio su quello che è avvenuto. Vi siete affrettati - unici in Europa - a considerare l'intervento militare legittimo e di natura difensiva.
È grave, Ministro! Anche voi avete giurato su una Costituzione che, all'articolo 11, ricorda che l'Italia ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali e che l'unica limitazione alla sovranità la consente per aderire a ordinamenti come le Nazioni Unite, non alla dottrina Trump. Non è che gli altri Governi europei, con l'eccezione di Sanchez, o la Commissione abbiano brillato per coraggio, chiarezza e dignità di posizioni.
Ma poi il destino si fa sempre beffe degli ignavi, perché poche ore dopo sono arrivate le minacce alla Groenlandia, che continuano in queste ore in cui Trump dice di non considerare nemmeno l'impatto che avrebbe sulla NATO. La nostra Premier rassicura su Trump. Mentre il Vicepresidente americano Vance dice agli europei di prenderlo sul serio, Giorgia Meloni sta dicendo al mondo di non prendere sul serio il suo amico Trump? Poi le cancellerie europee sono affrettate a invocare il diritto internazionale? Bene, ma il diritto internazionale vale se, quando viene violato, si condanna sempre, ovunque e comunque.
Se, invece, conta “fino a un certo punto” - per citarla, Ministro - si rischia di restare disarmati sul piano politico, prima ancora che su quello della sicurezza, e perde credibilità la costruzione non solo giuridica, ma persino morale del nostro sacrosanto sostegno all'Ucraina, confermando quel doppio standard che si è già vergognosamente manifestato su Gaza. In un mondo in cui il Presidente degli Stati Uniti afferma: che non ha bisogno del diritto internazionale; che non riconosce i limiti al suo potere, se non sé stesso; che garantisce impunità e invoca, anche qui, la legittima difesa per un agente della sua milizia antimmigrazione che uccide deliberatamente a Minneapolis una donna inerme, poetessa, madre, nessuno può dirsi al sicuro.
Lo capiamo o no? Si vuole riportare indietro la storia? Alla politica di potenza, alle sfere di influenza, con gli Stati Uniti che considerano l'America Latina il cortile di casa? Con Cuba minacciata? Il Messico, la Colombia e il Brasile che vanno a elezioni? E non sono illazioni, è la strategia di sicurezza nazionale che va bene a Putin - e, infatti, l'ha lodata - e può andar bene anche ad altri, non va bene a noi, perché l'Europa in questo scenario è tagliata fuori se non è capace di esprimere, con coraggio e dignità, un'altra idea di mondo e di difendere, con coerenza, il multilateralismo.
Anche per questo - me lo lasci dire - non è stata seria la pantomima sul Mercosur: un accordo che ora dovremmo trasformare da mero accordo commerciale, in uno spazio di vera cooperazione politica, ma per questo serve la serietà, che è mancata quando parlavate di narcotraffico, mentre Trump spiegava al mondo che gli interessava solo il petrolio, il controllo delle risorse e che su questa base impostava una nuova relazione con la Vice del precedente regime, perché questo è il presente del Venezuela.
Lei ha annunciato una svolta nelle relazioni con la nuova Presidente, e che ci sia un'evoluzione, Ministro, tutti lo auspichiamo, ci sono i nostri connazionali, ma che sia messo a verbale: le inversioni a U, specialmente quando arrivano nell'arco di due giorni, sono sempre manovre ardite. Non c'era alcun interesse per la democrazia in quello che è avvenuto in Venezuela. Del resto, esportare la democrazia con le armi, con le bombe, nella storia ha già prodotto drammatici fallimenti.
Penso all'Iraq, all'Afghanistan. Ogni nostro pensiero ora va all'Iran: le immagini che hanno superato il blocco di internet raccordano le straordinarie proteste, senza precedenti per dimensione e diffusione, contro i crimini e i fallimenti di un regime marcio, che sta uccidendo in massa, che spara alla nuca alle ragazze, che avvolge in sacchi neri cadaveri a migliaia e migliaia, secondo quello che ha detto la Fondazione Mohammadi della premio Nobel di cui, ancora una volta, chiediamo la liberazione. Gli artisti, gli attivisti, anche gli analisti, ci stanno dicendo con chiarezza che sarà la volontà del popolo a portare al cambiamento, dall'interno, non gli interventi unilaterali esterni, non i bombardamenti israelo-americani.
Un popolo che sta dando la lezione di coraggio al mondo, che conserva della sua millenaria storia l'orgoglio di non essere mai stato colonia di nessuno, e che vuole il cambiamento, non la restaurazione, perché il mondo è pieno di regimi sanguinari, ma la soluzione non può essere la guerra di aggressione e la fine dell'ordine globale basato sulle regole. Dovreste dirlo anche voi, Ministro, con chiarezza. Noi vi diciamo che non può essere nemmeno assistere inermi ai massacri. Per questo chiediamo e crediamo che serva la politica. Anzitutto, farsi portavoce di quel popolo, farsi voce di quel popolo anche in quest'Aula parlamentare, come tutte le volte negli atti che abbiamo presentato in questi anni, e farlo anche nelle piazze. È dal 2002 che ci siamo, accanto allo straordinario movimento “Donna, vita, libertà”. La destra dov'era? Ci saremo ancora questo venerdì e vi aspettiamo. Saremo accanto a coloro che perseguono la via democratica, la libertà e il pieno rispetto dei diritti umani. Serve la politica per stare nei negoziati, anche con l'obiettivo di porre le condizioni che portano alla fine di quel regime.
E pure il diritto, quel diritto internazionale che per noi conta ancora, Ministro, ha strumenti per fare pressione e salvare vite; sanzioni per tutti coloro che ordinano di sparare al popolo e che l'Unione europea deve far rispettare seriamente, così come il perseguimento dei crimini presso le Corti internazionali di giustizia, che andrebbero difese, non sanzionate come ha fatto Trump o delegittimate come avete fatto voi.
Serve la politica - concludo, Presidente - per portare l'orrore dell'Iran alle Nazioni Unite. È difficile? Sì, ma è necessario, perché altrimenti rassegnarsi all'idea del poliziotto del mondo, che agisce fuori da ogni legge, proprio come nei regimi, non solo tradisce i principi di fondo che tengono insieme le nostre istituzioni e il sentimento del popolo, ma rende il mondo un posto insicuro e pericoloso per tutti.