A.C. 1895-A
Grazie, Presidente. Colleghe e colleghi, componenti del Governo, oggi discutiamo di un disegno di legge che nasce dal dolore, dalla memoria ma, soprattutto, dalla necessità di riflettere sulla nostra storia per comprendere il presente e guardare al futuro con sempre maggiore responsabilità. Il 2 luglio 1940, all'inizio della Seconda guerra mondiale, affondava nell'Atlantico settentrionale il piroscafo britannico Arandora Star, una nave da crociera trasformata in mezzo di trasporto di internati civili e prigionieri verso campi di detenzione in Canada. Fu silurata ed affondata da un sommergibile tedesco U-47, probabilmente perché scambiata per unità militare: infatti, non c'erano segnali della Croce Rossa internazionale a bordo della nave. C'erano 1.500 persone a bordo, principalmente civili italiani, austriaci e tedeschi e un gruppo di prigionieri di guerra. D'altronde, dopo la dichiarazione di guerra compiuta da Mussolini il 10 giugno del 1940, l'Italia divenne per l'Inghilterra un Paese nemico, e quindi decine di migliaia di nostri connazionali furono arrestati e poi condotti in campi di detenzione nei Paesi del Commonwealth. Su 710 civili italiani a bordo dell'Arandora Star, 446 sono morti al largo delle coste irlandesi dopo essere partiti dal porto di Liverpool.
Questa tragedia, Presidente, va ricordata come una delle più dolorose perdite di vite civili italiane causate dalla guerra nazifascista, spesso dimenticata o marginalizzata nella memoria collettiva del Novecento. Molti cadaveri furono ritrovati sulle coste di Irlanda e Inghilterra: è il caso di Giuseppe Delgrosso, primo ad essere riconosciuto, nato nel parmense e trasferitosi con la famiglia in Scozia, la cui salma fu restituita dal mare su una spiaggia dell'isola di Colonsay, dove c'è il memoriale simbolo delle vittime di questa tragedia. Ma nel suo insieme rimane una storia poco conosciuta e per questo è bene, con questa proposta di legge, istituire la Giornata del ricordo e ufficializzare una memoria pubblica e un riconoscimento istituzionale. In questi decenni, la memoria di questa tragedia è stata affidata al racconto orale dei parenti e al lavoro delle comunità locali.
Si tratta, infatti, di un pezzo della storia degli emigranti italiani che, come tante storie di emigrazione, avviene spesso per nuclei territoriali che poi rimangono coesi. È successo così anche nella tragedia: anche una volta internati, molti compaesani rimasero assieme e assieme morirono sull'Arandora Star. È così che il comune di Bardi, nell'Appennino parmense, ha avuto 48 morti, tutti originari dello stesso paese e così per tanti altri deceduti, provenienti dalla gran parte delle regioni d'Italia. È quindi merito dei sindaci, delle comunità locali e dei familiari delle vittime aver tenuto per tanti anni vivo il ricordo di questa tragedia. Nel piccolo paese dell'Appennino laziale da cui proviene la mia famiglia, Picinisco, ci sono stati 18 morti.
C'è una lapide che li ricorda nel parco del Paese. Tra questi, due fratelli di mio nonno: italiani come tanti, emigrati per lavorare tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento. Mi si consenta allora, Presidente, non solo come componente di questa Camera ma anche come familiare delle vittime, di esprimere tutto il mio apprezzamento per questa iniziativa promossa, innanzitutto, dal primo firmatario, il collega Amich, sottoscritta dal collega Fornaro e da tanti colleghi e che spero possa avere la più ampia approvazione.
Arriviamo a questo passaggio, che può dare un degno ricordo civile alle vittime dimenticate dell'Arandora Star, dopo che già nella scorsa legislatura un ordine del giorno approvato dalla Camera aveva dato un indirizzo in questa direzione, e soprattutto dopo la lettera che il Presidente Mattarella ritenne di inviare il 2 luglio del 2020, a ottant'anni dall'affondamento dell'Arandora Star, ai familiari delle vittime. Mi si consenta allora, Presidente, di concludere questo intervento con le parole che il Presidente rivolse familiari: “(…) A 80 anni da quel tristissimo avvenimento, desidero commemorare quelle vittime innocenti, esprimendo sentimenti di vicinanza e solidarietà ai loro discendenti. Il ricordo della loro sofferenza costituisce un monito perenne contro le guerre e a favore dell'amicizia e della collaborazione tra i popoli”.