A.C. 2761
Grazie, Presidente. Colleghe, colleghi, discutiamo oggi dell'ennesimo decreto-legge sull'Ilva in un contesto che non può e non deve essere separato da ciò che sta accadendo fuori da quest'Aula.
Pochi giorni fa - e oggi purtroppo è stato celebrato il funerale - un lavoratore ha perso la vita all'interno dello stabilimento di Taranto. È una tragedia che ci colpisce profondamente e che impone rispetto, responsabilità e verità. Alla famiglia di Claudio Salamida, di soli 47 anni, va ancora il nostro cordoglio e la nostra vicinanza. Ai lavoratori e alle lavoratrici va il nostro sostegno, così come esso va alle organizzazioni sindacali che hanno fatto immediatamente sciopero, perché la sicurezza sul lavoro non è una variabile negoziabile, soprattutto in uno stabilimento che da anni vive in condizioni di precarietà produttiva, manutentiva e gestionale. Proprio per questo, nel corso dell'esame di questo decreto-legge, così come dei precedenti, come Partito Democratico abbiamo presentato degli emendamenti per rafforzare la sicurezza degli impianti e delle condizioni di lavoro, per garantire gli interventi strutturali sulla manutenzione e per prevedere un vero piano di emergenza per tutti i siti siderurgici. Emendamenti purtroppo respinti dal Governo e dalla maggioranza, che ancora una volta ha scelto di non intervenire in modo strutturale sul tema della sicurezza, nonostante quanto accaduto dimostri drammaticamente quanto sia necessario farlo.
Questo decreto-legge viene presentato come un intervento indispensabile per garantire la continuità operativa degli impianti, ma per comprenderne davvero la portata occorre collocarlo nel contesto più ampio in cui si inserisce. Siamo di fronte - dicevo - all'ennesimo decreto dopo una lunga sequenza di provvedimenti emergenziali dall'insediamento del Governo Meloni, iniziati nel gennaio del 2023. Dopo tre anni dobbiamo chiederci a che cosa sia servita questa stagione: certamente non a costruire una strategia industriale credibile.
La crisi dell'ex Ilva ha radici profonde, nessuno lo mette in discussione; ne abbiamo parlato anche lungamente all'interno della Commissione.
Ma nell'ultimo triennio è oggettivamente precipitata per l'incapacità di questo Governo, in particolare del Ministro delle Imprese e del made in Italy, di definire un percorso serio di rilancio industriale, di decarbonizzazione, capace di tenere insieme il diritto alla salute - e alla sicurezza, ovviamente, delle comunità locali - ed il futuro occupazionale di migliaia di lavoratori. Nel frattempo, la produzione è crollata ai minimi storici, l'azienda perde milioni di euro al giorno, gli impianti restano in condizioni critiche e migliaia di lavoratori vivono sospesi tra il lavoro e la cassa integrazione. L'indotto, di cui abbiamo parlato ancora poco fa, è allo stremo, così come nella comunità di Taranto, di Genova, di Novi Ligure e di Racconigi, che continuano a pagare il prezzo più alto dell'assenza di visione.
Il decreto-legge in esame non apre una prospettiva, non disegna un futuro, ed è questo il limite più grosso che presenta perché davvero si eviti che tutto collassi. Stanzia sì qualche risorsa pubblica per l'amministrazione straordinaria, prevede qualche finanziamento ponte, ma non dà certezze per il dopo: non c'è un piano industriale, non c'è una strategia per la decarbonizzazione, non c'è una visione del ruolo pubblico, non ci sono garanzie sul medio periodo per l'occupazione e, soprattutto, non c'è una risposta ambientale e sanitaria per i territori. È un decreto che rincorre la crisi, non la governa; non affronta neanche quei nodi specifici e concreti, come quello del Fondo Tamburi, limitandosi a ricalcolare gli indennizzi già erogati e lasciando fuori nuovi aventi diritto, nonostante le indicazioni della giurisprudenza più recente.
È in corso un quadro in cui si inserisce una trattativa avviata dal Governo dopo il fallimento dell'ultima gara; trattativa, tra l'altro, presentata come una svolta ma che, nei fatti, appare per quello che è: un'offerta simbolica, un euro per l'acquisizione dell'intero compendio industriale dell'Ilva, accompagnato dalla richiesta di una forte partecipazione pubblica e da impegni di investimento che sono tutti da verificare, in assenza di un piano industriale condiviso con i lavoratori, con i sindacati, con le istituzioni locali e con i territori.
Ad oggi non sappiamo quali sono i livelli produttivi, chi sosterrà i costi della transizione, come sarà garantita la continuità nella fase di trasformazione, quale sarà il ruolo dello Stato nella governance e quali tutele reali saranno assicurate all'insieme dei lavoratori e delle lavoratrici. Nello stesso tempo, lo Stato continua a immettere delle risorse pubbliche senza sapere dove vuole arrivare. È un'ambiguità che alimenta l'incertezza, la sfiducia e l'insicurezza dei lavoratori e delle comunità che stanno attorno a Ilva.
Il Partito Democratico non si è mai sottratto al confronto: abbiamo presentato emendamenti per rafforzare la sicurezza, per garantire le tutele occupazionali, per dare continuità agli ammortizzatori sociali, per sostenere l'indotto, dicevo, a vincolare le risorse pubbliche a degli obiettivi chiari di riconversione industriale e ambientale, per rafforzare sì il ruolo pubblico nella governance e istituire, come abbiamo chiesto ripetutamente, un Tavolo nazionale guidato dalla Presidenza del Consiglio con obblighi di trasparenza e informazione al Parlamento. Tutte queste proposte sono state respinte.
Al posto di una strategia, il Governo ha scelto la perenne gestione emergenziale chiudendo ogni spazio di confronto nel merito. Questa vicenda è il simbolo del fallimento della politica industriale del Governo Meloni. Dopo tre anni non esiste un disegno sulla siderurgia italiana e non c'è una visione sul ruolo del nostro Paese nella transizione europea, mentre l'Italia perde capacità produttiva e il sistema industriale si indebolisce. La Presidente del Consiglio, in quella che doveva essere la conferenza stampa di fine anno, che poi si è trasformata in quella di inizio anno, ha dichiarato che non permetterà che il futuro dell'Ilva finisca nelle mani di opportunisti e predatori: e ci mancherebbe ancora! Ma non basta tutto ciò, servono delle decisioni, serve una regia pubblica forte. Ricordo di averla chiesta al Ministro Urso quando ha girato per i territori portando in giro delle ipotesi che si sono rivelate del tutto fantasiose.
Insomma, Taranto, Genova, Novi Ligure, Racconigi e tutte le comunità coinvolte non possono continuare a vivere nell'incertezza permanente né essere costrette a scegliere tra l'occupazione e il diritto alla vita e alla salute. Questo non è un bivio rispetto al quale possiamo mettere davanti le nostre comunità.
Con questo decreto, purtroppo, non si scioglie nessuno di questi nodi: si rinvia ancora e si prende tempo, ma il tempo, per l'ex Ilva, è finito da tempo. Per queste ragioni, il Partito Democratico esprimerà un netto voto contrario, un voto contrario che è un giudizio politico su un Governo che, dopo tre anni, non è stato in grado di offrire risposte credibili ed efficaci. Continueremo a stare dalla parte dei lavoratori, delle comunità locali e di chi crede che questo Paese debba avere un futuro industriale, ma che quel futuro non possa essere affidato all'improvvisazione e alla gestione emergenziale con cui il Governo continua ad affrontare questa vicenda.