Dichiarazione di voto di fiducia
Data: 
Mercoledì, 14 Gennaio, 2026
Nome: 
Andrea Gnassi

A.C2758

Grazie, Presidente. Onorevoli colleghe e colleghi, signor Sottosegretario, il 2026 è iniziato con una ulteriore accelerazione della storia: la cattura di Maduro; gli obiettivi di Trump sul petrolio venezuelano, che un tempo avremmo definito deliranti, ma che ormai sono nel dibattito politico internazionale; le rivolte in Iran e il dolore, i massacri e i lutti del popolo iraniano, a cui va tutto il nostro supporto, la nostra solidarietà e la nostra vicinanza; poi ancora i continui attacchi di Putin all'Ucraina; le mire espansionistiche della Cina su Taiwan; la dipendenza dell'Europa dal gas russo prima e oggi da quello americano.

Il 2026 già si preannuncia come un anno di snodo epocale, la cui filigrana, però, sembra fin da ora riconoscibile: la crescita di neoimperialismi da parte delle superpotenze, che, con il tentativo di definire un nuovo ordine mondiale, ridefiniscono il loro ruolo nel mondo, definendo poi un nuovo ordine mondiale senza, e anzi, schiacciando l'Europa. C'è il tentativo di stabilire un nuovo ordine mondiale, sì, che vede protagonisti in particolare Stati Uniti, Russia e Cina per l'affermazione di un nazionalismo competitivo e nel perseguimento dell'obiettivo del superamento del multilateralismo e della cooperazione tra Paesi.

I protagonisti principali in campo stanno provando a ricostruire questo nuovo ordine, nuovi assetti geopolitici, equilibri strategici e nuove sfere di influenza, sfidandosi sui piani che la storia nei secoli ha già proposto. Sono i piani dell'innovazione tecnologica (con la rivoluzione digitale, i big data e l'economia dello spazio), il piano della trasformazione dei modelli produttivi legati alla dimensione delle materie prime e delle fonti energetiche (c'è una nuova geopolitica energetica) e il piano della forza.

Con Trump e chi di fatto lo segue scompare l'atlantismo, inteso come progetto politico e ideologico nato dalla lotta e dalla sconfitta del nazifascismo e in opposizione ai regimi autoritari del blocco sovietico. Per Trump l'Europa ha perso centralità, gli assetti democratici dei Paesi europei sono pastoie e burocrazie. Il trumpismo nega il cambiamento climatico. Il modello che si vuole affermare negli Stati Uniti e nel mondo sancisce l'ineguaglianza sociale come inevitabile conseguenza che premia i più capaci. Un'America di nuovo grande ha bisogno di autoritarismo, tecno-capitalismo digitale e forza militare che si legano tra loro.

Per Trump l'Europa è un ostacolo alla costruzione di rapporti bilaterali tra gli Stati Uniti e i singoli Paesi. Gli Stati Uniti di Trump sono guidati da un criterio di potenza. Contano i Paesi ricchi e forti militarmente, le autocrazie sono considerate più affidabili delle democrazie: Putin e non l'Ucraina; la Cina, con la quale sfidarsi e trovare poi nuovi equilibri. Non conta l'Europa, non conta la democrazia. Ogni Stato è chiamato a costruire così, in questo pensiero, la sua grandezza da solo, guidato da un sovranismo nazionale, meglio se dipendente dagli Stati Uniti.

La sfiducia di fatto del Governo Meloni, di questa destra che governa l'Italia nell'Europa, si fonda sulla condivisione di una cultura della destra trumpiana, il superamento della divisione dei poteri e il loro accentramento. C'è un'affinità culturale nella creazione del consenso con la rincorsa populista sull'immigrazione e c'è un'affinità sul negazionismo climatico. C'è poi l'illusione, da parte di questo Governo, che nella sfida competitiva globale possa avere senso una sorta di nano-sovranismo nazionale per avere qualche spazio, magari con uno strapuntino, dato come l'osso al cane, che viene elargito da chi vuole sfasciare l'Europa.

Da qui la scelta del Governo italiano. La scelta del Governo italiano è molto chiara: non investire per cambiare l'Europa e con questa, rinnovata, stare nei processi del mondo. Da qui il rifiuto di un investimento strategico in una difesa comune europea, e viceversa in una dipendenza tecnologica, satellitare e militare dagli Stati Uniti. Da qui il rifiuto del Governo Meloni di investire nell'alleanza tra i grandi centri di ricerca europea per colmare il gap tecnologico con USA e Cina. Da qui il rifiuto del Governo Meloni nell'azione comune europea per la trasformazione digitale e la decarbonizzazione del sistema produttivo.

Le politiche energetiche stanno dentro questa cultura di questo Governo, queste azioni e questa visione del mondo. Sì, perché anche in campo energetico entriamo in un nuovo ordine mondiale. Siamo di fronte a una nuova geopolitica energetica. Per secoli in Europa i territori sono stati contesi e gli Stati si sono combattuti sulle materie prime e sulle fonti energetiche. Poi, per fortuna, nel 1951, dopo il conflitto della Seconda guerra mondiale, è nata la CECA, la Comunità europea del carbone e dell'acciaio, che ha unito le materie prime e le fonti energetiche.

Oggi ci troviamo in uno snodo della storia, in una fase storica dove i neonazionalismi e i neoimperialismi tornano sulla scena mondiale senza esclusione di colpi. Il diritto internazionale viene trattato in queste ore come il più inutile dei principi che regolano le relazioni tra Stati e popoli. Si passa da “il diritto internazionale è importante, ma fino a un certo punto” - la clamorosa affermazione è autorevolissima, è del Ministro Tajani - al plauso di Giorgia Meloni per l'azione di Trump in Venezuela, giudicata legittima.

“Penso che l'Italia debba scegliere se difendere il diritto internazionale, e quindi dire no alle azioni unilaterali, oppure stabilire che vige la legge del più forte, dove il diritto internazionale lo stabilisce chi ha la maggiore capacità militare.

Capisco che possa essere utile a potenze nucleari come gli Stati Uniti, la Francia e la Gran Bretagna. Non mi è esattamente chiaro perché dovrebbe essere utile ad una Nazione un tantino militarmente meno attrezzata come l'Italia”: lo diceva Giorgia Meloni. Allora, visto che adesso le è così chiaro, signora Presidente, potrebbe venire in Aula a riferire perché l'Italia dovrebbe essere favorevole a sostenere la legge del più forte e non il diritto internazionale?

È così che parliamo oggi di energia? Perché parlare di energia vuol dire avere a che fare con il diritto internazionale, avere un'idea del diritto internazionale. Parlare e affrontare il tema dell'energia significa parlare di un'idea di futuro che accompagna il cambio di paradigma delle produzioni di beni e servizi, che passa dalla digitalizzazione e dalla decarbonizzazione. Significa avere un'idea di politica estera, di politica industriale, un'idea di Europa. Allora, voi dentro questa vostra visione, lo strapuntino che magari vi regala Trump con un tweet, fate questo decreto.

È un decreto che, ancora una volta, dimostra che non siete all'altezza non della sfida, ma neanche di voler stare nei processi mondiali. In Aula l'ennesimo decreto-legge con la fiducia, senza un confronto con le opposizioni. Un provvedimento che, come sempre, è forte nel titolo, “Misure urgenti in materia di Piano Transizione 5.0 e di produzione di energia da fonti rinnovabili”, ma è scarso, inefficace e debolissimo sui contenuti. Manca totalmente una visione di politica industriale ed energetica, centrata sull'innovazione tecnologica e sulla sostenibilità ambientale, sociale e territoriale.

È un insieme disorganico di misure. Non solo non restituisce una direzione di marcia, ma addirittura accresce la confusione e la complessità del quadro normativo. In 3 anni di Governo non sarà mica ancora colpa di Romolo e Remo, di quelli che c'erano prima e così via? In 3 anni di Governo il Paese ha visto aumentare i prezzi dell'energia e delle bollette per famiglie e imprese, il moltiplicarsi delle regole, il ridursi della certezza del diritto. In Italia abbiamo una crescita vicina alla zero, e noi sicuramente non ci rallegriamo di questo, ci preoccupiamo di quello che dice l'Istat.

Su queste dimensioni delle sfide l'Italia ha bisogno di unire intelligenze e confrontarsi per arrivare ad interventi capaci di incidere sui nodi strutturali, anche in accordo con la legge di bilancio e con il Piano nazionale di ripresa e resilienza. Costava molto investire nel Parlamento italiano, discutere e arrivare persino a sfidare l'opposizione, cioè noi, ad essere, nell'interesse nazionale, costruttivi? Non lo avete fatto, siete scappati, avete blindato il decreto e ne avete fatto uno confuso, che limita la possibilità delle imprese di innovarsi tecnologicamente.

Qual è la Transizione 5, 6, 7, 10.0 verso il futuro che avete in mente? In questo decreto non c'è nulla. C'è una definizione, c'è una serie infinita di elenchi dove, tutto sommato, la transizione energetica - lo avete scritto - è una sorta di elenco di crediti di imposta. Questi, semmai, sono alcuni strumenti di una politica industriale e non la politica industriale.

La principale misura del PNRR sulla transizione energetica è stata smontata pezzo a pezzo, avete tagliato quasi 4 miliardi. C'erano 6,3 miliardi di risorse europee e un orizzonte temporale di oltre due anni, che il Governo Meloni ha ridotto a brandelli trasformandoli nell'ennesimo cappello delle mance. Avete trasformato Transizione 5.0 in un imbuto burocratico.

C'è il tema poi dei nuovi impianti. Attenzione: noi concordiamo con l'inderogabilità dell'obiettivo di 80 gigawatt entro il 2030 al punto da aver proposto i meccanismi (da voi bocciati) di controllo, sanzionatori e premiali per le regioni che non raggiungono gli obiettivi quota parte, ma c'è il paesaggio italiano con le sue bellezze e vanno coinvolte le autonomie locali e le regioni nella programmazione. Si devono utilizzare gli strumenti di pianificazione territoriale per concorrere al raggiungimento di quegli obiettivi e non si può dare il via libera con silenzio-assenso alla devastazione del paesaggio. Si veda, ad esempio, il…

 …il decreto stabilisce che l'energia prodotta da impianti non programmabili venga incentivata anche quando non venga immessa e non sia assorbibile dalla rete. Occorre una svolta: studiate i dati. Con i big data vedrete che si può produrre energia rinnovabile non consumando suolo.

Per questi motivi noi voteremo contro la fiducia, nell'interesse del Paese e non aspettando il solito tweet di Trump che ci dica come sbarcare la giornata.