A.C. 2758
Grazie, Presidente. Colleghe e colleghi, questo decreto legge giunge oggi all'esame di Montecitorio dopo un passaggio che non possiamo non definire frettoloso, inadeguato e irrispettoso del ruolo della Camera dei deputati. Ancora una volta, su un provvedimento che incide profondamente sul futuro energetico e industriale del Paese, il Parlamento è stato chiamato a pronunciarsi con tempi compressi in modo rispettoso delle stesse istituzioni. Soprattutto, questo decreto restituisce ancora una volta l'immagine di un Governo palesemente diviso e privo di una linea politica unitaria e coerente.
Quello che il Governo chiama Transizione 5.0 è in realtà un enorme caos amministrativo e finanziario, che sta paralizzando le imprese e minando la fiducia nelle istituzioni. Doveva essere un superamento del Piano Transizione 4.0 e invece si è trasformato in un incubo burocratico. Prima il Governo ha drasticamente definanziato il 4.0, tagliando le aliquote dei crediti d'imposta fino al 20 per cento, poi ha annunciato a gran voce il 5.0 promettendo il ritorno al 50 per cento, salvo non essere in grado nemmeno di renderlo operativo. Piattaforme bloccate, fondi esauriti, comunicazioni tardive e guide pubblicate a ridosso delle scadenze. Così si gettano nel caos imprese che avevano già avviato investimenti, cantieri e ordini irrevocabili. Questa non è una politica industriale, è un'improvvisazione e, assolutamente, propaganda.
Presidente, suo tramite, vorrei dare un consiglio non richiesto alla Presidente del Consiglio Meloni ma, soprattutto, anche sentendo le parole del Presidente Gusmeroli. In Toscana, a Pistoia, in località Le Piastre, esiste un museo molto molto particolare che si chiama il museo della bugia. Per partecipare al campionato della bugia bisogna iscriversi ai bandi specifici pubblicati annualmente dall'Accademia della bugia, solitamente inverno o primavera, per le sezioni grafica o, addirittura, letterale.
Quindi, le bugie che voi avete raccontato possono descriversi così, magari possiamo elencarne alcune: immigrazione, il blocco navale non realizzato e l'aumento degli sbarchi; aumento delle accise della benzina, anziché il taglio; mancata tassazione delle multinazionali e delle banche; mancato taglio del cuneo fiscale; mantenimento della riforma Fornero e tagli pensionistici; mancato aumento delle pensioni minime a mille euro; aumento dell'IVA sui pannolini e latte in polvere, in contrasto con le politiche pro natalità; mancato salvataggio dell'Alitalia e svendita a Lufthansa; critiche sui tagli e difficoltà sul servizio sanitario nazionale; bonus edilizi e cancellazione della proroga promessa.
Le bollette? L'ha detto ora il Presidente Gusmeroli. Ma di cosa stiamo parlando? Di quale taglio stiamo parlando? Avete aumentato le bollette degli italiani. Questo è un fatto oggettivo.
E guardate, fatto salvo tutto questo elenco, se volete noi siamo disponibili - visto che il Partito Democratico in Toscana è molto organizzato - a portare il Governo ad iscriversi a questa Accademia della bugia perché voi ne avete dette veramente, veramente tante.
Questa contraddizione attraversa tutto il decreto. Da un lato, una parte della maggioranza predica l'autonomia dei territori, il rispetto delle competenze locali, il ruolo centrale delle regioni e dei comuni. Dall'altra parte, il Governo prosegue con determinazione in una logica di accentramento amministrativo, imponendo decisioni dall'alto, riducendo gli spazi di partecipazione degli enti locali, svuotando quel principio di autonomia che, a parole, viene continuamente detto: autonomia differenziata. Alla faccia dell'autonomia differenziata.
Entrando nel merito del provvedimento, proprio su Transizione 5.0. Il titolo è ambizioso, “energia da fonti rinnovabili” ma vediamo che questo titolo così importante non solo non risponde ai problemi reali delle famiglie, alle imprese locali che affrontano problemi ogni giorno. Infatti, il costo dell'energia resta elevatissimo, la normativa è complessa ed instabile, i procedimenti amministrativi sono lenti e incerti, e gli incentivi industriali vengono continuamente modificati rendendo impossibile una seria programmazione degli investimenti. Dopo tre anni di Governo Meloni sono stati fatti solamente passi indietro.
Ma il quadro attuale è purtroppo chiaro: il costo dell'energia è aumentato, l'incertezza normativa è cresciuta e la realizzazione degli impianti da fonti rinnovabili è diventata molto difficile.
Di fronte a questo scenario ci saremmo aspettati un decreto capace di intervenire in modo strutturale, coordinato, con Legge di bilancio e con il PNRR che fosse, veramente, ancora più avanti.
Invece ci siamo trovati davanti a un provvedimento che non scioglie i nodi ma li rinvia e li complica. Il caso delle comunità energetiche è esemplare proprio perché per mesi la destra, riproponendo le scelte dei precedenti Esecutivi, le ha indicate come uno strumento centrale della transizione energetica, capace di rafforzare l'autonomia dei territori, ridurre così i costi e coinvolgere i cittadini e le amministrazioni locali.
Poi, a pochi giorni dall'apertura del bando, le risorse del PNRR sono state ridotte drasticamente e, per questo, non le ripristina impedendo di fatto soluzioni efficaci e programmazione assolutamente inesistente. La fotografia perfetta di una linea politica incoerente.
Si parla di protagonismo dei territori ma, di fatto, si sottraggono i loro strumenti e le risorse fondamentali. La stessa ambiguità emerge con forza sulla disciplina delle aree idonee.
Da un lato si afferma di voler ripristinare le specificità territoriali, dall'altro si introducono norme che accentuano le decisioni, riducono il ruolo degli enti locali e aumentano il rischio dei conflitti e contenziosi.
Noi avevamo chiesto una clausola di salvaguardia per i procedimenti avviati, per evitare il blocco degli investimenti e l'espunzione dei ricorsi. La risposta è stata una norma che, così com'è scritta, rischia di paralizzare invece interi territori.
Sul rapporto con gli enti locali la contraddizione del Governo è ancora più evidente. A parole si parla di ascolto ma, nei fatti, si scelgono strumenti che impongono obiettivi dall'alto senza tener conto delle caratteristiche geografiche, ambientali e sociali dei singoli territori.
Noi avevamo proposto un approccio diverso, basato sulla responsabilità condivisa, sulla premialità, incentivare chi cresce e chi riesce a contribuire di più alla produzione di energia rinnovabile anziché di punire chi incoraggia in questo caso le difficoltà e, soprattutto, la possibilità di poter produrre più energia.
Una proposta di buonsenso, respinta più volte da parte del vostro Governo. Noi abbiamo provato a portare avanti soprattutto scelte che riguardano temi importanti.
Questa è l'essenza di una linea unitaria che si riflette proprio nella parte del decreto dedicato alla pianificazione e al Piano Transizione 5.0. Una misura nata come pilastro del PNRR con oltre 6 miliardi di euro e un orizzonte pluriennale. È stata attuata in modo frammentato e incerto: decreti attuativi tardivi, regole cambiate più volte, procedure complesse. Quando finalmente la misura iniziava a funzionare, le risorse sono state ridotte e le agevolazioni chiuse anticipatamente.
Anche qui le imprese hanno pagato il prezzo di un Governo diviso e privo di una strategia industriale coerente, figlia di una dialettica incapace di poter dare indirizzi per la crescita del Paese.
Proprio per questo, noi del Partito Democratico siamo convintamente a favore delle energie rinnovabili, all'autonomia energetica del Paese, della concertazione virtuosa dei territori. Strumenti oggi indispensabili per coniugare la riduzione dei costi delle famiglie, delle imprese e il contrasto alla crisi climatica.
Proprio per questo riteniamo che la transizione non possa essere né calata dall'alto, né frammentata da decisioni contraddittorie. Deve essere partecipata, condivisa, costruita insieme ai territori con obiettivi chiari e strumenti stabili. Il nostro modello è chiaro: forte sostegno alle rinnovabili, programmazione nazionale coordinata ma fondata sul protagonismo dei territori, responsabilità condivise e primalità per chi contribuisce di più. Non può esistere una transizione in cui si invoca l'autonomia quando fa comodo e si accentra tutto quando bisogna decidere. Illustre Presidente, colleghe e colleghi, questo decreto è l'ennesima dimostrazione di un Governo diviso e privo di una direzione chiara. Ambizioso nel titolo, debole nei contenuti, contraddittorio nelle scelte.
Per queste ragioni, pur ribadendo il nostro sostegno agli obiettivi della transizione energetica ed industriale il Partito Democratico esprime un giudizio nettamente negativo e annuncia il proprio voto contrario. L'Italia ha bisogno di una transizione reale, efficace, coerente e credibile, e questo decreto non lo è.