Discussione generale
Data: 
Lunedì, 2 Marzo, 2026
Nome: 
Sara Ferrari

Grazie, Presidente. Colleghe e colleghi. Ministra, esiste ancora oggi in Italia una questione femminile se il 51 per cento della popolazione solo per essere nata con un cromosoma genetico XX e non XY ha condizioni di vita diverse e comunque inferiori per qualità al genere maschile, in ragione di quel dato di nascita, come destino? Sì, esiste ancora una questione di genere. Ce lo dicono i dati; dati che fotografano con esattezza e spietatezza ineludibile un'emergenza nazionale. Sono i dati delle agenzie istituzionali pubbliche, che studiano la società italiana, le sue caratteristiche, gli elementi di forza e di debolezza. Tra quelli che determinano debolezza, il primo è certamente la mancata valorizzazione di quel 51 per cento della popolazione da cui ne discendono altri, immediati, rispetto alla natalità, alla competitività del Paese. Tutto questo rappresenta un danno sociale ed economico collettivo. Sono dati che ci dicono con evidenza indiscutibile che la parità formale è sì riconosciuta in questo Paese dalla Costituzione e dalle leggi, ma ciò non vale affatto per la parità sostanziale. Vuol dire che è vero sulla carta, ma non nei fatti.

La mancata piena partecipazione delle donne in Italia alla vita economica, politica e sociale è un elemento di debolezza, dicevo, non soltanto individuale, ma collettivo. Riguarda, in primis, l'accesso al lavoro come strumento di autonomia. Registriamo, infatti, un divario occupazionale e salariale e un tasso di occupazione generale delle donne tra i più bassi in Europa: una su due non ha un'occupazione formale stabile e il gender pay gap, cioè il divario retributivo, si aggira tra il 20 e il 25 per cento, aggravato, poi, nel comparto privato. Abbiamo il part time usufruito, sostanzialmente, in gran parte dalle donne e la maggior parte di questo è un part time involontario, che determina precarietà e occupazione femminile nei settori, purtroppo, a minor valore aggiunto. Allora, servono regole di trasparenza salariale obbligatorie e sistemi premianti per le aziende. La penalità della maternità e il carico di cura sono quelli che gravano sulle donne in ragione del loro essere le caregiver principali della famiglia rispetto agli anziani, ai bambini e alla casa. E cosa succede? Succede che le donne abbandonano il lavoro per la mancanza di servizi, cioè anche quelle che il lavoro lo avevano - e sono solo una su due, in questo Paese, quelle che ce l'hanno - lo abbandonano, in gran numero, una volta divenute madri per la mancanza di servizi pubblici, in particolare per la mancanza di servizi pubblici all'infanzia: qui registriamo il grande fallimento del PNRR.

Sappiamo che esiste un soffitto di cristallo, cioè quelle barriere invisibili, tradizionali e culturali che non consentono, poi, alle donne la piena valorizzazione delle competenze formative che hanno maturato. Registriamo ancora scarsissima leadership nei vertici, nei consigli di amministrazione, nei ruoli dirigenziali, nelle posizioni apicali della politica, dell'università, dell'economia. Registriamo mancata presenza o, meglio, ancora troppo residuale presenza femminile nei settori STEM: quel divario che c'è nello studio, poi, evidentemente si ripercuote nell'occupazione, non consentendo alle donne di essere presenti in quantità massiccia nelle professioni più remunerative e strategiche per il futuro.

Poi c'è la violenza che è la manifestazione più estrema e drammatica della disparità di potere fra i generi nel nostro Paese: femminicidi, violenza domestica, molestie sul lavoro, violenza economica che è un sistema e che deriva da quanto ho appena detto rispetto alla mancata autonomia lavorativa. Alla base del percorso di vita e di lavoro delle donne italiane c'è un grosso tema di discriminazione culturale, c'è anche una mancata capacità di orientare correttamente, ad esempio, le scelte formative che sono condizionate da quell'autosegregazione di genere, spesso inconsapevole, che riguarda non solo i minori, nel momento in cui fanno le loro scelte, ma soprattutto gli adulti di riferimento che sono sia le famiglie sia le scuole. Un tema questo mai sufficientemente considerato che genera poi insuccessi formativi, infelicità e occupazioni meno retribuite. Oggi abbiamo ancora la maggior parte di ragazze presenti nei licei mentre la maggior parte di maschi presenti negli istituti tecnici e in quelli professionali.

I dati del Ministero dell'Istruzione ci dicono, però, che se gli uni e gli altri hanno una stessa percentuale di ottenimento dei titoli, le donne, però, le ragazze riescono in maggior numero rispetto ai maschi a finire i percorsi formativi e il tasso di abbandono scolastico mentre nei maschi supera quello che è il livello massimo raccomandato dall'obiettivo europeo del 9 per cento, perché si attestano al 12,2 per cento, le ragazze non superano il 7 per cento.

Quindi, questi dati sull'istruzione confermano quella terribile tendenza per cui le donne raggiungono traguardi formativi più alti e abbandonano meno, ma questo non si traduce in un maggior vantaggio non solo in un vantaggio non maggiore ma nemmeno paritario nel mercato del lavoro. Cosa frena la loro piena valorizzazione? La maternità, ma non solo la maternità reale, la potenzialità di diventare madri e, quindi, il tema dei congedi paritari che questo Governo - ahi noi - ha bocciato soltanto la settimana scorsa, quelli che sono l'occasione non soltanto per i padri di poter godere del loro ruolo genitoriale appieno contro stereotipi tradizionali che li vogliono lontani dai figli nei primi anni di vita, ma che consentono anche, appunto, alle donne la piena valorizzazione come potenziali lavoratrici alla pari che hanno la stessa credibilità e lo stesso valore per una azienda, nel momento in cui assume, che possono avere i colleghi maschi potenziali padri. Finché continuerà a convenire assumere e investire sul capitale umano di genere maschile, l'investimento in competenze femminili sia privato sia delle famiglie sia pubblico del sistema scolastico sarò sprecato e, dunque, una perdita di competitività di ricchezza, benessere e di futuro per il nostro Paese. In sostanza, il paradosso italiano trasforma un potenziale talento in forza lavoro inutilizzata. Ebbene, allora, con questa mozione noi oggi intendiamo chiedere e condividere con il Governo tutta una serie di azioni che vanno a correggere questi deficit, questi limiti che sono anche nell'ambito sanitario, nell'ambito pensionistico - ahi noi - e chiediamo finalmente a questo Governo di seguirci in queste indicazioni. Noi non ci accontenteremo più di dichiarazioni d'intenti, siamo convinti che la parità si costruisce con le risorse, con le leggi e con la volontà politica. Su questo noi non faremo un passo indietro e attendiamo che anche il Governo della prima donna Premier passi finalmente dalle parole ai fatti. Ci troverà pronti e pronte.