Grazie, Presidente. Discutiamo oggi una mozione che riguarda non soltanto l'assetto istituzionale dell'Unione europea, ma il futuro del progetto politico ed economico unico, nato per garantire pace, democrazia e benessere in tutto il continente europeo, alla cui costruzione il nostro Paese ha fortemente creduto e contribuito e che oggi necessita però di un nuovo rilancio, di cui l'Italia può e deve farsi promotrice.
Proprio alla vigilia del 70° anniversario dei Trattati di Roma, che segnarono l'avvio di un percorso straordinario di integrazione, l'Europa però si trova davanti, ancora una volta, a un passaggio cruciale. Non è un'affermazione retorica o enfatica, colleghi, ma una constatazione: o l'Unione sceglie di rafforzarsi, rilanciando le proprie ambizioni politiche e istituzionali, oppure accetta, suo malgrado, un lento e progressivo declino, fatto di marginalità economica, irrilevanza geopolitica e crescente disillusione dei cittadini proprio nella nostra istituzione europea.
Nello scenario attuale, caratterizzato da minacce al sistema multilaterale e ai valori democratici, che arrivano dalla politica dell'Amministrazione Trump, e dal ritorno di rigurgiti di nazionalismo in molti Paesi europei, abbiamo il dovere di interrogarci con molta onestà. Il livello di integrazione raggiunto in Europa è ancora adeguato alle sfide che abbiamo avanti? È sufficiente promuovere e proteggere il nostro modello sociale per garantire una sicurezza comune, per sostenere una politica estera coerente e per costruire una reale autonomia strategica? La risposta purtroppo è no. Non basta più difendere lo status quo, serve un salto di qualità nella prospettiva federale. Pensiamo alle sfide tecnologiche in corso. In molti ambiti (dal digitale all'intelligenza artificiale, all'aerospazio e alla difesa) l'Unione europea, più che generare innovazione, si è finora limitata a regolamentarla. Tuttavia, questo non basta per garantire crescita, sviluppo e occupazione.
Per sostenere la duplice transizione, la competitività, la capacità industriale, l'autonomia strategica e l'indipendenza energetica europee sono necessari investimenti ingenti, fino al cinque per cento del PIL annuo dell'Unione, secondo il rapporto Draghi.
L'esperienza del Next Generation EU ha dimostrato che quando l'Europa decide di agire insieme, con strumenti finanziari e debito comune, è in grado di cambiarlo il corso degli eventi, e lo si è ampiamente dimostrato nei tempi della pandemia. Quella stagione, però, non può essere isolata e relegata a una emergenza pandemica, perché senza una visione, una prospettiva e senza investimenti pubblici comuni noi diventeremo soltanto un mercato di consumo, mentre la ricchezza, il lavoro e gli investimenti si spostano altrove. E non solo. Per sostenere adeguatamente il modello di sviluppo europeo sono anche necessari una capacità fiscale comune, nuove risorse proprie e un bilancio europeo più ambizioso (oggi fermo intorno all'1 per cento del PIL europeo), così come occorre realizzare presto un mercato unico compiuto e pienamente integrato e una vera e propria unione dei mercati dei capitali, come evidenziato anche dal rapporto Letta. In altre parole, serve raggiungere un livello più avanzato di integrazione economica, però non si deve separare la competitività dalla coesione sociale e territoriale, altro aspetto fondamentale della visione di sviluppo europea. L'aumento delle diseguaglianze è la principale minaccia alla stabilità delle democrazie europee. Per questo è fondamentale rafforzare il pilastro europeo dei diritti sociali, garantire mercati del lavoro equi, sistemi di protezione inclusivi e accesso universale alle cure e ai servizi essenziali. Insomma, una vera e propria rivoluzione sociale e culturale. E invece assistiamo a un bilancio europeo che riduce le risorse per la coesione territoriale e limita lo spazio delle politiche sui territori. Un rischio politico, ancora prima che finanziario.
C'è poi un nodo istituzionale che non è possibile eludere: il superamento dell'unanimità, che spesso paralizza le scelte comuni, quelle più importanti, quelle strategiche. Con 27 Stati membri, mantenere il diritto di veto in ambiti cruciali come la politica estera, la difesa, la sicurezza comune e la regolazione del mercato interno significa restare fermi, inerti, a logiche intergovernative che limitano la capacità decisionale dell'Unione e alimentano, purtroppo, la retorica nazionalista. In questo quadro, anche lo strumento delle cooperazioni rafforzate dovrebbe essere valorizzato quando non è possibile raggiungere l'accordo di tutti, per evitare che poi l'immobilismo diventi la regola. In questi mesi abbiamo assistito a iniziative che vanno invece in tutt'altra direzione, verso un maggiore potere agli Stati, come il documento e il pre-summit voluti proprio dal Governo italiano e da quello tedesco prima dell'incontro informale dei leader europei sulla competitività. È una scelta che noi del Partito Democratico riteniamo profondamente sbagliata. In un mondo di grandi potenze continentali, frammentare e limitare l'azione dell'Unione europea significa indebolire tutti, a partire proprio dal nostro Paese, l'Italia. Pensiamo piuttosto che sia giunto il momento di intraprendere con coraggio, attraverso una grande mobilitazione, la strada verso gli Stati Uniti d'Europa.
È un convincimento radicato, che il Partito Democratico ha già espresso nel manifesto presentato dalla sua delegazione al Partito europeo e che molti consigli regionali stanno già adottando e facendo proprio. Ed è questo che chiediamo al Governo, cara Sottosegretaria, di sostenere fattivamente il rilancio del progetto europeo verso la prospettiva federale, nella consapevolezza che solo un'unione più integrata e più forte può tutelare gli interessi dei cittadini italiani e di quelli europei. Chiediamo al Governo di lavorare per un bilancio europeo più forte, per investimenti comuni, anche attraverso il debito comune, per nuove risorse proprie, per un mercato unico dei capitali e per una capacità fiscale comune, in modo da sostenere sia la competitività, sia la crescita, che la coesione sociale e territoriale in Europa. Chiediamo che l'Italia contribuisca alla costruzione di una politica estera europea realmente condivisa e di una vera difesa comune.
Chiediamo che il nostro Paese si faccia promotore di una riforma dei trattati per il superamento del potere di veto e dell'unanimità nei processi decisionali dell'Unione, per rafforzare il ruolo del Parlamento europeo e completare il mercato unico. È giunto il momento di esercitare la sovranità insieme e in modo più efficace per affrontare le sfide complesse, globali che abbiamo di fronte.
Questa è la posizione che come Partito Democratico portiamo in Aula, una posizione pragmatica per rispondere ai bisogni delle persone. L'alternativa è un'Europa ripiegata su sé stessa, dominata dai veti incrociati e incapace di proteggere il proprio modello sociale ed incidere sugli equilibri globali. È una scelta di interesse nazionale, di coerenza con la nostra storia costituzionale e con la tradizione europeista italiana. Per il nostro Paese, che è uno dei fondatori dell'Unione, l'appartenenza europea è infatti una scelta strategica, permanente e irreversibile, che trova il suo fondamento giuridico proprio nell'articolo 11 della Costituzione, il quale consente limitazioni di sovranità a favore di un ordinamento che assicuri, però, pace e giustizia tra i popoli e tra le nazioni. Un'appartenenza che noi oggi, come Partito Democratico, chiediamo sia ulteriormente esplicitata e rafforzata nel suo ancoraggio costituzionale