La ringrazio, signor Presidente. La mozione di cui discutiamo oggi affronta una delle questioni più profonde e, al tempo stesso, più rimosse del nostro Paese: il destino delle aree interne e con esse il destino di milioni di cittadine e di cittadini che oggi rischiano di essere considerati marginali, residuali, quasi sacrificabili. Parliamo di oltre 13 milioni di persone distribuite in migliaia di comuni. Non si tratta di una minoranza, si tratta di una parte essenziale del nostro Paese; eppure, da molti anni questi territori sono attraversati da un processo continuo di svuotamento demografico, di desertificazione economica e sociale, di perdita di servizi fondamentali. Ma oggi, rispetto al passato, c'è un elemento in più ed è un elemento grave, va detto con molta chiarezza, perché non siamo più soltanto di fronte a ritardi o insufficienza delle politiche pubbliche, siamo di fronte a una vera e propria emergenza nazionale, causata da un'impostazione culturale e politica che, in alcuni passaggi, ha dato l'impressione di considerare lo spopolamento come un destino inevitabile e irreversibile quando, nella prima versione del Piano strategico nazionale per le aree interne, si è arrivati a ipotizzare, per alcuni territori, un accompagnamento al fine vita. Si è superato ogni limite non solo politico, ma anche istituzionale e morale, perché un Governo che teorizza il declino di una parte del territorio dello Stato, smette di essere garante dell'uguaglianza e diventa spettatore, se non addirittura responsabile delle disuguaglianze. Ecco, noi questa visione la contestiamo e la respingiamo con forza. Le aree interne non sono destinate allo spopolamento. Lo spopolamento è il risultato di scelte o di mancate scelte, è il prodotto di politiche che hanno concentrato risorse, servizi e opportunità altrove. Se è il prodotto di scelte, allora può essere cambiato facendo scelte diverse. Per contrastare lo spopolamento occorrono politiche pubbliche che garantiscano il diritto a restare di migliaia di ragazze e di ragazzi che sono costretti ad abbandonare le comunità in cui nascono. Il diritto a restare è una responsabilità pubblica, significa che ciascuno deve poter scegliere dove vivere senza essere costretto ad andarsene per mancanza di servizi di lavoro e di prospettive. Oggi per migliaia di giovani, soprattutto del Mezzogiorno, delle aree interne, della mia terra, la Sicilia, partire non è più una scelta, è diventata una necessità.
I dati sono inequivocabili: oltre 630.000 giovani tra i 18 e i 34 anni hanno lasciato l'Italia negli ultimi anni, con una perdita enorme di capitale umano. Questi giovani hanno lasciato i loro territori dove progressivamente si sono ridotte le condizioni minime per costruire un futuro. Qui si innesta un altro punto su cui questa mia mozione è molto chiara e su cui noi vogliamo essere altrettanto netti: la scelta del Governo di dividere artificialmente le aree interne dai comuni montani è una scelta sbagliata e va rivista. Parliamo di territori che condividono gli stessi problemi: spopolamento, carenza di servizi, difficoltà infrastrutturali, isolamento geografico. Separarli significa frammentare le politiche, moltiplicare le disuguaglianze e, soprattutto, significa produrre effetti dannosi. Nell'attuale quadro normativo sono oltre 700 i comuni che hanno perso la qualifica di montani e, con essa, l'accesso a risorse fondamentali per garantire servizi e promuovere sviluppo. In particolare, l'impossibilità di applicare le norme sul dimensionamento scolastico, porterà alla chiusura di centinaia di presidi educativi, rendendo quelle comunità ancora più fragili e ancora più povere. Per questo chiediamo con forza che i criteri di classificazione vengano rivisti. Non si può continuare a basare tutto su parametri rigidi, ignorando la realtà concreta dei territori, la distanza dai servizi e le condizioni socio-economiche. Serve una classificazione più giusta, più aderente alla realtà, più coerente con l'obiettivo che tutti diciamo di voler perseguire, che è quello di contrastare lo spopolamento. Signor Presidente, in questi anni la Strategia nazionale per le aree interne ha rappresentato un'intuizione importante, ma non basta più. Le valutazioni ci dicono che, pur avendo prodotto risultati su singoli progetti, non è riuscita a invertire la tendenza demografica. E allora serve oggi un salto di qualità, non si può più accettare che si mettano in discussione risorse già destinate a questi territori.
L'ipotesi di definanziare centinaia di milioni di euro per progetti già programmati va nella direzione opposta rispetto a ciò che serve. Il messaggio che si manda in questo modo è devastante: si dice a quei territori che non solo sono in difficoltà, ma che non sono neanche una priorità. Noi pensiamo il contrario: pensiamo che le aree interne siano una risorsa strategica per il nostro Paese dal punto di vista ambientale, culturale ed economico, ma soprattutto pensiamo che siano luoghi di vita e che, senza persone, nessuna strategia ha senso. Per questo il diritto a restare deve diventare il criterio guida di ogni politica pubblica su questi territori. Questo significa garantire servizi essenziali: scuola, sanità e trasporti, investire in connettività e lavoro agile, sostenere imprese, giovani e innovazione con l'introduzione di forme di fiscalità di vantaggio per iniziative imprenditoriali e per le attività produttive, tutelare le risorse ambientali e culturali e la cura del territorio contro i fenomeni di dissesto idrogeologico; significa anche valorizzare chi lavora in questi contesti: gli insegnanti, i medici e gli operatori pubblici, senza i quali le comunità si svuotano.
Noi oggi siamo chiamati a fare una scelta politica chiara: decidere se vogliamo continuare ad accettare un'Italia che si divide, che si svuota nelle sue aree più fragili o se vogliamo costruire un'Italia più equilibrata e più coesa. A questi temi sono state dedicate diverse specifiche iniziative legislative, tutte con l'obiettivo di contrastare il fenomeno dello spopolamento e soprattutto della fuga di intere generazioni dai propri territori di origine. Anche la mozione che stiamo discutendo va in questa direzione e indica una strada ben precisa. Chiedo al Governo di correggere gli errori, di rafforzare le politiche pubbliche e di restituire centralità ai territori troppo a lungo trascurati. Allora, noi chiediamo con questa mozione degli impegni al Governo: il primo è quello di dar seguito a quanto contenuto nella mozione sul tema delle aree interne - la mozione Sarracino ed altri n. 1-00354, tra l'altro, approvata da questo Parlamento all'unanimità -, di modificare la legge n. 131 del 12 settembre 2025 per rivedere i criteri di classificazione dei comuni montani basati esclusivamente su parametri di altimetria e pendenza, di non definanziare progetti della SNAI, del ciclo di programmazione 2014-2020, destinando l'intero ammontare delle risorse a misure di sviluppo socio-economico delle aree interne, favorire lo sviluppo economico, in particolare nel settore turistico, nelle aree interne attraverso forme di fiscalità di vantaggio sugli immobili, affrontare il tema dell'immigrazione giovanile come una vera emergenza nazionale, contrastare proposte che danno seguito a interventi sulla cosiddetta remigrazione, prevedere per gli interventi previsti nell'ambito della ZES unica Mezzogiorno un sistema premiale di incentivi per gli investimenti realizzati dalle imprese nelle aree classificate come SNAI e adottare tutte le iniziative normative necessarie in materia di dimensionamento scolastico per evitare la chiusura delle scuole nei piccoli comuni e garantire l'istruzione, il diritto all'istruzione a tutte e a tutti.
Mi avvio alle conclusioni, signor Presidente. Questa mozione afferma un principio: nessun territorio è condannato al declino e nessun luogo deve essere abbandonato. Sta a chi ha la responsabilità di Governo decidere se confermare questa condanna o se agire per cambiarne il corso.