Discussione generale
Data: 
Mercoledì, 23 Novembre, 2022
Nome: 
Elly Schlein

Grazie, Presidente. Signor Presidente, signora Ministra, colleghe e colleghi deputati, fra due giorni ricorre la Giornata internazionale contro la violenza di genere e sono onorata che proprio a questa ricorrenza si leghi il mio primo intervento in quest'Aula. Da qui, mi permetto di dire che il 25 novembre dovrà essere un momento importante di riflessione istituzionale - certo - ma soprattutto una giornata di mobilitazione, di denuncia collettiva di una piaga sociale che non è più tollerabile.

Dal 1° gennaio al 20 novembre di quest'anno, sono state 104 le donne uccise, di cui 88 in ambito familiare o affettivo e 52 sono state uccise dal partner o dall'ex. Avete capito bene: 52, la metà delle donne uccise quest'anno, sono state uccise con un'arma letale. Il presupposto malato di un diritto al possesso sul corpo della donna non nasce - come spesso leggiamo, in un'inaccettabile narrazione mediatica che assume il punto di vista del carnefice - da un raptus, da folle gelosia o da un amore disperato, ma dal patriarcato. È un dato incontrovertibile: la violenza sulle donne nella società patriarcale non è episodica, ma strutturale. Allora, per affrontarla, bisogna agire in modo sistemico su più fronti - normativo, preventivo, culturale, economico - partendo dal sostegno alla preziosa attività che svolgono i centri antiviolenza e le case rifugio, con i loro saperi, rispettandone l'autonomia e favorendone la presenza capillare nel Paese.

Bisogna prendere molto sul serio le segnalazioni di violenze e molestie, anche prima che prendano la forma di una denuncia alle Forze dell'ordine, dal momento che otto donne su dieci non denunciano perché temono di non essere credute. Forse perché, attraverso la vittimizzazione secondaria, ci si permette di misurare la credibilità di una denuncia in base al tempo che ci ha messo la vittima a denunciare, come se non fosse una questione spesso di dislivello di potere o di paura, o forse perché si minimizzano costantemente gli episodi di cat calling, che non è una simpatica tecnica di approccio, ma una forma di molestia, in Francia punita con una norma apposita.

Quando una donna non denuncia per paura di non essere creduta, è il fallimento dello Stato e dell'intera società e, ancor più grave, è quando la denuncia non basta a salvarla, come è accaduto ad Alessandra Matteuzzi. Serve formazione specifica del personale pubblico che viene a contatto con le donne che subiscono violenza, delle operatrici e degli operatori sanitari e sociali, dell'amministrazione giudiziaria e delle Forze dell'ordine. La sfida culturale va vinta con un impegno, che inizi prima che sia troppo tardi, per sradicare il pregiudizio sessista, già sui banchi di scuola, con un grandissimo investimento sull'educazione alle differenze e non certo per cancellarle, ma per metterle a valore, assicurando a tutte e a tutti uguali diritti e dignità di persone.

È anche l'occasione per ricordare che la violenza patriarcale non colpisce solo le donne, colpisce anche le persone LGBTQI+, che sono persone con diritti e non certo un abominio e mi auguro che il Governo prenderà le distanze dalle affermazioni del capogruppo di Fratelli d'Italia al Senato, Malan.

Bisogna agire continuando il lavoro intrapreso negli ultimi anni, a cui ha dato un contributo fondamentale la Commissione parlamentare d'inchiesta sul femminicidio, presieduta dalla senatrice Valente.

Altro tassello fondamentale - lo sappiamo - nel contrasto alla violenza di genere è l'emancipazione economica delle donne: solo così si potranno liberare anche da quel ricatto. L'anno scorso, in questa data, eravamo in compagnia delle lavoratrici della SaGa Coffee di Gaggio Montano che, davanti alla fabbrica, in un presidio al freddo, difendevano il proprio reddito e la propria libertà, ma anche quella delle vittime di violenza che spesso sono sotto ricatto perché senza lavoro. Attenzione: cancellare il reddito di cittadinanza vuol dire cancellare strumenti di emancipazione.

Alle donne che fuoriescono dalla violenza bisogna garantire la casa - bene il “reddito di libertà”, ma servono più risorse perché quelle attuali ancora non bastano - e poi un lavoro dignitoso, non povero o precario; bisogna anche chiudere i divari salariali e occupazionali di genere e investire nelle infrastrutture sociali ed educative per liberare le donne dal carico di cura che grava sproporzionatamente sulle loro spalle e le frena nel lavoro.

Proprio le donne, insieme ai giovani, hanno pagato il prezzo occupazionale più alto della pandemia perché avevano già ereditato i contratti e le condizioni occupazionali più precarie; a questa precarietà si lega pure il destino violento che hanno subito troppe lavoratrici uscite di casa per andare al lavoro e mai più rientrate, come successo a Luana D'Orazio intrappolata nell'orditoio a cui stava lavorando in una fabbrica tessile, come è successo a Nicoletta Palladini morta incastrata tra un nastro trasportatore e una macchina porta bancali in una vetreria a Borgonovo. Ricordo loro due, ma ve ne sono troppe altre; lo dico perché il lavoro precario - e le donne lo conoscono bene – è anche il lavoro meno sicuro. Anche su questo urgono interventi. Nelle aule ci batteremo in tutte queste direzioni, ma il Governo non può solo fare provvedimenti identitari contro le persone più fragili senza mai dire la parola precarietà perché è quella che spesso mette a freno l'indipendenza delle donne e i loro percorsi di autonomia. Su questo concludo, ricordando anche quelle stanze dell'orrore dove sono state uccise a coltellate tre prostitute nel quartiere di Prati, una delle quali costretta a vendere il proprio corpo perché non aveva altri mezzi per mantenere sua figlia, chiedendo di sapere dalla rappresentante del Governo, dalla Ministra, quale sarà l'impegno, anche per rispettare la Convenzione di Istanbul, che compie dieci anni, ma che in troppi Paesi a guida nazionalista viene quotidianamente calpestata.