Grazie, Presidente. La sera del 6 maggio 1976, Mario, un ragazzo di Udine, stava trasferendo un capolavoro dei Pink Floyd dal vinile su di un mangianastri. Sta su YouTube quel nastro, lo si può sentire ancora adesso e vale quanto mille parole. Ci sono prima le note di Shine on you crazy diamond, poi la puntina che saltella sul vinile, rumori sempre più forti, voci che si accavallano in un tempo infinito.
Erano da poco passate le 21 e nulla fu più identico a prima: 59 secondi in cui manca la terra sotto i piedi e tutto trema con tale forza da scaraventarti di nuovo al suolo, se provi ad alzarti e scappare. Il 6 maggio 1976 bastarono 59 secondi di un terremoto di magnitudo 6,5 della scala Richter per portarsi via 990 vite, ferire 2.607 persone, sfollarne 100.000, cancellare 17.000 case. Lo ricostruisce così Giada Messetti quell'istante. Lei non c'era, è nata a Gemona, 5 anni dopo quella sera. Oggi è una sinologa affermata e nel cinquantesimo anniversario della tragedia ha scelto di raccontare in un libro anche gli aspetti meno indagati, i volti meno conosciuti di chi ha visto cambiare la sua esistenza per sempre. Racconta i primi anni di vita trascorsi in un prefabbricato, un'infanzia segnata da quella minaccia: l'Orcolat, l'orco cattivo, come chiamavano il ventre della terra che si muoveva.
Sono tante e tanti i figli del terremoto, quelli che hanno frequentato le scuole, per anni, dentro grossi cubi rossi, freddi d'inverno, bollenti d'estate, che, quando scendevano le scale correndo, tremava tutto. Molto si è detto sulla laboriosità del popolo friulano, di quella gente riservata che si rimboccò le maniche per un'opera di ricostruzione che non fu solo materiale. Prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese, come si disse, a conferma che, senza lavoro, non ci sarebbe stata vera ricostruzione; ma, senza una vera ricostruzione, il Friuli avrebbe conosciuto un'emigrazione senza ritorno. Ma quella ricostruzione passò dentro gli animi e i lutti di migliaia di famiglie.
In questo nostro tempo, dominato da un idealismo che rimuove il valore profondo della collegialità, quella ricostruzione segnò il successo del governo più prossimo alle persone. I sindaci ne furono protagonisti e lo furono nella percezione di un intero popolo, persino con i loro errori e le manifestazioni e le giuste rivendicazioni. Ci fu l'azione della neonata Protezione civile, ma ci fu anche la battaglia per l'Università di Udine, nella convinzione che una realtà ancora prevalentemente agricola e operaia dovesse rinascere facendo leva sulla formazione, la cultura.
È difficile, forse è impossibile raccontare a chi non ha vissuto quella prova cosa volesse dire la vita nelle tende, la fila per il cibo, dove classi, ceti e storie diverse incrociavano i loro destini. Certo, c'era un moto di solidarietà, nella convinzione che una comunità scopre la forza dell'aiuto reciproco quando quell'aiuto si fa bisogno per rialzarsi da terra. La solidarietà si è estesa all'Italia intera, all'Europa, a parti del mondo e, se oggi si percorrono le strade dei paesi colpiti, la toponomastica questo lo racconta: strade, vie, piazze intitolate a gemellaggi, con incontri annuali ancora attivi, con le comunità che arrivavano allora in soccorso da ovunque.
Il racconto di Giada Messetti incrocia testimonianze che aiutano a capire, come quella di Sandro. Lui aveva 12 anni quella sera e in quella notte si consumò - lo dice lui - il passaggio più drammatico tra l'infanzia ed un'età che di colpo si faceva adulta. Ventinove ore era rimasto sotto le macerie, di fianco alla madre e al fratello, che non ce l'avrebbe fatta. Basterebbe questo ad ammonire noi, quest'Aula solenne, i Governi che si sono succeduti da allora e quelli che arriveranno a farsi carico della sicurezza del nostro territorio, della sua cura contro un dissesto e un rischio sismico che troppe tragedie ci ha consegnato nel tempo.
“Quando tornano le rondini” è il titolo scelto da Giada Messetti per il suo libro. E a spiegarlo, quel titolo, c'è un altro video di 38 secondi, anche questo lo si vede su YouTube. Sono immagini in bianco e nero del Friuli devastato. Poi compare il volto di un bambino che dice soltanto: “le rondini ci abbandonano”. Allora, da fuori campo, la voce di una donna adulta chiede al bambino: “perché ci abbandonano? Sono venute le rondini a Gemona quest'anno”. E lui, il piccolo, di rimando: “sì, le rondini sono venute, ma le case sono cadute e non c'erano nidi per le rondini”. “E che cosa speri” chiede la donna al bambino “per l'anno prossimo?” E lui: “nel prossimo anno spero che le rondini tornino tutte qui e che ritrovino anche le loro case ricostruite”.
Ecco, se c'è un modo di ricordare a tutti noi e a questo meraviglioso Paese la tragedia di mezzo secolo fa, mettiamola così, colleghi, facciamo in modo che le rondini non debbano mai più vergognarsi di noi.