Dichiarazione di voto finale
Data: 
Mercoledì, 17 Settembre, 2025
Nome: 
Anthony Emanuele Barbagallo

A.C. 1917-B

 

Grazie, signora Presidente. Quella che si sta consumando in queste giornate, in queste ore, è l'ennesima pagina buia di questa legislatura.

Vede, Presidente, viene violentato uno dei principi, dei cardini fondamentali che abbiamo studiato nei libri di scuola e all'università, quello del procedimento previsto dall'articolo 138 della nostra Carta costituzionale. I nostri padri costituenti hanno immaginato la doppia lettura, prevista dall'articolo 138 per le modifiche alla Carta costituzionale, come una valutazione approfondita, un momento di riflessione del Parlamento e delle varie forze parlamentari, come un momento di confronto per garantire al dibattito di soppesare le conseguenze sociali, le valutazioni giuridiche necessarie per modificare la nostra Carta costituzionale.

Invece, quello che è accaduto in questi mesi, con il doppio passaggio, è questa forzatura per far valere la legge dei numeri, imponendo questa nottata, nell'assenza e nei banchi vuoti dei colleghi della maggioranza, tranne qualche rara eccezione, che certamente non onora il dibattito parlamentare e il prestigio e la tradizione costituzionale del nostro Paese.

Quindi viene confermata, ancora una volta, quest'idea per cui il centrodestra, la maggioranza che sostiene il Governo Meloni, utilizza le regole costituzionali e utilizza le pieghe dei regolamenti parlamentari per forzare il dibattito e piegarlo ai propri desiderata.

Nel corso sia del primo passaggio alla Camera che nel corso del primo passaggio al Senato, il Partito Democratico ha evidenziato una serie di vulnus che caratterizzano questa sedicente riforma. Diciamo intanto sedicente perché non ha certo le caratteristiche di una riforma, perché la riforma per se stessa va condivisa. Lo dice lo stesso termine: riforma. Quindi evoca un momento di condivisione e di approfondimento; va condivisa con le forze parlamentari, con le categorie produttive, con le categorie sociali, con gli ordini professionali, ed è quello che è assolutamente mancato nella riforma che riguarda la separazione delle carriere. Questa è la prima contestazione che abbiamo mosso nel dibattito.

Sul metodo. Un metodo che il Governo Meloni ha deciso di affrontare su una materia delicatissima, come quella della giustizia, proponendo un testo blindato fin dalla sua prima lettura: un testo chiuso, impermeabile a qualunque apporto, sia da parte della opposizione, ma anche da parte della stessa maggioranza; una blindatura che non ha precedenti, che è contraria allo spirito dei costituenti e che mostra una concezione della democrazia preoccupante. Si decide di modificare una legge fondamentale dello Stato non solo a colpi di maggioranza, ma respingendo ogni emendamento, ogni proposta che avrebbe potuto arricchire una riforma che accade in un tempo nerissimo per la giustizia. È stato respinto perfino il nostro emendamento che chiedeva di assicurare la parità di genere nel sistema elettivo dei componenti del Consiglio superiore della magistratura, bocciato nel nome di una blindatura veramente inaccettabile.

Per venire poi al merito della riforma, abbiamo evidenziato alcuni dati, come quello che è evidente: cioè che la separazione delle carriere di fatto già esiste. Con le riforme nella precedente legislatura, con la riforma proposta dall'allora Ministro Cartabia, è possibile un solo passaggio in tutta la carriera, da effettuarsi nei primi 9 anni della carriera stessa. Ed ancora, si parla di circa 20 passaggi all'anno - pensate - su 10.000 magistrati, quasi sempre dalla carriera di pubblico ministero a quella di giudice. E i numeri citati dai deputati del PD in Commissione fino ad adesso dimostrano che assai meno dell'1 per cento dei pubblici ministeri passa dalla funzione di giudice e ancor meno sono i giudici che passano alla funzione di pubblico ministero.

Ci dobbiamo chiedere con forza, anche in questa nottata di interventi, se veramente serviva una riforma costituzionale per affrontare questi 20 passaggi all'anno oppure, come a noi pare, questa riforma del Governo Meloni non è altro che uno scalpo ideologico, è un intervento fuori tempo massimo sulle carriere dei magistrati o, addirittura, un pezzo del patto, come è parso e com'è evidente, tra le varie anime che sostengono la maggioranza, con la riforma dell'autonomia differenziata, che sta tanto a cuore alla Lega, quella del premierato, che sta a cuore a Fratelli d'Italia, e questa della separazione delle carriere, che sta a cuore a Forza Italia.

Quindi si demolisce la Costituzione per tenere la maggioranza compatta. Inoltre, un altro aspetto che ci preoccupa è che se, per il solo fatto di appartenere al medesimo ordine giudiziario non vi è più imparzialità, bisognerebbe per paradosso separare anche gli ordini dei giudici di primo grado dagli ordini dei giudici di secondo grado. Allora, a noi resta il sospetto: il sospetto che questa riforma in realtà non voglia separare le carriere, ma piuttosto separare la magistratura, spaccarla in due, dunque indebolirla, in un momento in cui le istituzioni democratiche e l'articolazione dei poteri sono messi a dura prova.

Resta la consapevolezza - lo abbiamo detto all'inizio del dibattito, anche stasera lo hanno ben evidenziato i miei colleghi all'inizio degli interventi - che, francamente, le priorità della giustizia italiana in questo momento erano altre. La giustizia italiana soffre di numerosi e gravi problemi. Il Governo Meloni, con l'ultima legge di bilancio, ha previsto tagli per 500 milioni di euro all'intero comparto nei prossimi due anni. C'è una strutturale carenza di organico: mancano magistrati, le udienze dal giudice di pace vengono fissate al 2030 e il processo telematico è in tilt. Ecco, questa certamente era una delle priorità per la giustizia italiana, quella di garantire un processo telematico adeguato. Abbiamo sprecato l'opportunità che ci aveva dato anche il COVID-19, da questo punto di vista: un processo telematico moderno ed efficiente, come accade in altre democrazie mature e in altri Paesi europei, e che invece vede l'Italia al palo. Le imprese e i cittadini chiedono giustizia e chiedono di uscire da questo calvario della lentezza dei processi. Su questo ci saremmo aspettati una riforma, un momento di confronto tra le forze parlamentari.

E poi c'è un altro tema, un altro grande tema che ci affligge e che riteniamo la priorità assoluta nel sistema della giustizia italiana: quello delle carceri. Guardi, Presidente, nella mia esperienza parlamentare ho avuto modo di visitare numerosi istituti di pena. Lo abbiamo detto più volte: il sistema delle carceri è veramente al collasso, non solo per il sovraffollamento, con punte superiori al 130 per cento rispetto alla capienza prevista; il numero dei suicidi è eloquente, non soltanto dei suicidi tra i detenuti, ma - ahimè - anche tra la Polizia carceraria, che nel 2024 ha già superato ogni record e che continua ancora, con dati peggiori, nel 2025. Rispetto ai problemi veri, a cui stiamo accennando, della giustizia italiana, il Governo Meloni non ha fatto e non fa assolutamente nulla: non ha portato nessun beneficio e nessun miglioramento.

Chiudo il mio intervento, Presidente, con uno scandalo che sta colpendo la giustizia e su cui il Governo non muove una foglia, che a nostro giudizio rappresenta la vera priorità, ed è questa vergogna tutta italiana dei telefonini nelle carceri.