Dichiarazione di voto finale
Data: 
Mercoledì, 17 Settembre, 2025
Nome: 
Rosanna Filippin

Grazie, signora Presidente. Onorevoli colleghe e colleghi, per lo meno quelli che sono rimasti in quest'Aula vuota alle ore 5,20 del mattino. 

La riforma costituzionale che stiamo votando in questa terza lettura, perché il risultato di questo procedimento è chiaramente scontato, non è un dettaglio tecnico, né una mera questione ordinamentale.

E' un passaggio che incide sul rapporto fra potere politico e giustizia, tra le garanzie dei cittadini e il funzionamento stesso della democrazia. La separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri o, più correttamente, la separazione delle magistrature viene presentata come un passo in avanti verso il giusto processo. In realtà è un passo indietro, è una scelta che rischia di piegare la giustizia all'interesse del potere politico. I nostri costituenti vollero che i giudici e i pubblici ministeri appartenessero allo stesso ordine, con le stesse garanzie di indipendenza perché - lo sappiamo tutti - venivamo da un regime in cui il pubblico ministero era un funzionario del governo, soggetto al Ministro della Giustizia e, come tale, non libero.

Con la riforma costituzionale - quella vera - volevano invece liberarlo da quella catena, perché sapessero tutti - vittime, imputati, cittadini - che l'accusa sarebbe stata esercitata non per compiacere il potente di turno, ma solo in nome della legge. Invece con questa piccola riforma questa catena rischiamo di rimetterla, perché un pubblico ministero separato dal corpo della magistratura con un suo proprio Consiglio superiore, con carriere autonome e culture professionali distinte, sarà inevitabilmente più esposto alle pressioni dell'Esecutivo, sarà inevitabilmente più vicino al potere politico che al potere giudiziario. E allora diciamolo chiaramente: il pubblico ministero post riforma non sarà più il magistrato indipendente che esercita obbligatoriamente l'azione penale, sarà un organo che, passo dopo passo, tenderà ad allinearsi alle priorità del Governo di turno. L'obbligatorietà dell'azione penale, che è il nostro presidio di uguaglianza e di imparzialità, perché tutti devono sapere di essere uguali davanti alla legge, si trasformerà invece in discrezionalità politica. E noi sappiamo bene cosa significa: inchieste che si aprono e si chiudono non in base alla legge, ma in base all'opportunità del momento, in base a chi si vuole colpire o chi si vuole proteggere.

Colleghi e colleghe, questo non è il giusto processo, è il rischio di un processo ingiusto in cui la bilancia pende dalla parte dell'accusa, esattamente il contrario di quello che si vorrebbe, forte della vicinanza al potere, in cui la difesa resta schiacciata da una macchina investigativa ancora più sbilanciata. Non basta separare i ruoli per garantire l'imparzialità. L'imparzialità si garantisce con regole processuali o, meglio ancora, procedimentali - come ha appassionatamente difeso ed esposto poco fa il collega D'Alfonso - e con una cultura del contraddittorio che oggi manca e che questa riforma non affronta affatto. Questa separazione, inoltre, non risolve nessuno dei veri problemi della giustizia, a cominciare dalla lentezza esasperante dei processi. Come Partito Democratico non abbiamo mai nascosto i problemi della giustizia. Qualche volta abbiamo proposto anche soluzioni che, per certi versi, si avvicinano a soluzioni che sono state anche discusse oggi in quest'Aula, ad esempio l'eccessiva durata dei processi, dei processi penali, l'imprevedibilità delle sentenze penali; è semplicemente intollerabile, così si contraddice la civiltà giuridica perché la civiltà giuridica dice che sulla base delle norme dovrebbe essere possibile prevedere il risultato di una sentenza di un processo. E invece talvolta non è così, lo sappiamo molto bene.

Quindi non risolve questa riforma i problemi della giustizia, non li risolve perché, per esempio, non risolve nulla a proposito di carenze di organico, di mancanza di strutture e di tecnologie; non ridurrà di un giorno la durata dei procedimenti; non darà maggiore certezza ai cittadini; non porterà più efficienza nelle aule di giustizia. Servirà soltanto a ridefinire i rapporti di forza tra il potere politico e l'esercizio dell'azione penale. Il rischio è l'opposto rispetto al giusto processo: che un pubblico ministero dotato di un proprio organo di autogoverno diventi ancora più autoreferenziale, ancora più sganciato dai limiti costituzionali, ancora più esposto alle pressioni mediatiche e politiche, chiuso nel suo fortino, non contaminato dalle esperienze degli altri, sempre citando il collega D'Alfonso che suggeriva che un pubblico ministero dovesse aver fatto nella sua vita l'avvocato e, perché no, persino l'imputato.

Ricordava in un recente articolo la Presidente Cassano che nel 1999 il Parlamento fece una scelta completamente diversa da quella di oggi, perché con la legge n. 479 stabili che prima di essere assegnati alle funzioni di pubblico ministero, obbligatoriamente i magistrati dovessero esercitare funzioni giudicanti collegiali, perché è nel collegio che si stempera l'individualismo, è nel collegio che si impara a mettere in discussione le proprie convinzioni, è nel collegio che ci si confronta con gli altri e si affina quella sensibilità sul concetto di prova che dovrebbe fondare l'esito dei nostri processi. La prova, non la vicinanza a qualcuno. E allora io mi chiedo e vi chiedo: è questo che vogliamo consegnare ai cittadini? Un pubblico ministero che, di fatto, torna a rispondere più al Governo che alla Costituzione? Un processo in cui il principio di uguaglianza viene sacrificato sull'altare di una presunta riforma ordinamentale? Io credo di no, io credo che il nostro compito sia difendere l'autonomia e l'indipendenza della magistratura in tutte le sue funzioni, perché così, solo così garantiamo a ciascun cittadino che la giustizia sarà uguale per tutti, sia seduto in quest'Aula oppure sia sulla strada, come il tassista che poco fa mi ha portato a Montecitorio alle 4 del mattino.

Il vero obiettivo, invece, deve essere un altro: formazione rigorosa del pubblico ministero, rispetto delle regole del giusto processo, equilibrio tra accusa e difesa, una revisione - anzi, una istituzionalizzazione - di regole procedimentali che davvero mettano fine agli abusi, non un pubblico ministero superpoliziotto esaltato oggi e domani reso strumento del potere politico.

Onorevoli colleghi, noi non possiamo votare a favore di una riforma che spaccia per modernizzazione solo ciò che è arretramento. Non possiamo votare a favore di un progetto, come in questo caso, che mina l'indipendenza della magistratura ma lascia tutti irrisolti i veri nodi del processo penale. Questa riforma davvero - come diceva il collega prima - resta, a questo punto, un mero adempimento burocratico, ed è la vera ragione - al di là di quello che, talvolta, viene individuato come lo scontro politico, lo scontro ideologico - del nostro voto contrario.