Dichiarazione di voto finale
Data: 
Mercoledì, 17 Settembre, 2025
Nome: 
Roberto Morassut

A.C. 1917-B

 

razie, Presidente. Il Partito Democratico ha duramente criticato qui e contestato questo provvedimento nelle precedenti letture parlamentari.

Voteremo contro anche in questa occasione. Le critiche che abbiamo espresso, sia nel confronto nelle Commissioni che nelle Aule e anche nel confronto pubblico nella società civile, riguardano il modo attraverso il quale si intende giungere alla modifica di questa parte della Costituzione, profonde questioni di merito e, infine, anche il contesto nel quale questa riforma viene calata, cosiddetta riforma della Giustizia ossia lo stato di salute reale della Giustizia italiana, partendo dalle questioni di contesto della efficienza della macchina della Giustizia, dove abbiamo evidenziato che i numerosi e gravi problemi di cui la Giustizia soffre e sui quali la riforma Cartabia aveva iniziato a mettere mano sono del tutto ignorati da questo Governo che, come è stato ricordato, ha tagliato risorse per centinaia di milioni e per due anni e ce ne aspettiamo altri (provvederà con la prossima legge di bilancio). Viene lasciata a se stessa, senza risposta, la strutturale carenza di organico, sia per i magistrati che per il personale amministrativo, si allungano i tempi delle udienze per i giudici di pace, si ferma il processo telematico e la lentezza dei processi non è affrontata, anzi l'introduzione e il rafforzamento del decisivo ufficio del processo viene di fatto accantonato, le carceri hanno un affollamento del 130 per cento e i suicidi tra i detenuti e la Polizia carceraria hanno toccato in questo anno del 2025 dei livelli da record.

Ecco tutto questo, che è la polpa viva della situazione della Giustizia italiana, non viene affrontato dal Governo, che non investe, non velocizza i processi, non allevia la situazione dei penitenziari, non porta beneficio alle imprese e ai cittadini, che sono e restano impastoiati nelle sabbie mobili delle lentezze burocratiche, con costi enormi anche per l'economia, oltre che per il diritto. È una condotta che ci sta portando, anche qui, fuori dall'Europa, fuori dal cerchio – ahimè, sempre più ristretto - di quelle Nazioni civili che guardano alla pena come strumento riabilitativo, pur nelle sue durezze necessarie, anziché come vendetta meramente punitiva.

Sul metodo va ricordato ancora una volta - e lo abbiamo visto - che il Governo ha deciso di affrontare questa discussione, così importante, con un testo che ha sempre detto il Ministro Nordio era bloccato fin dall'inizio, impermeabile a qualunque modifica dell'opposizione, ma anche della stessa maggioranza, volendo dimostrare così che la Costituzione, per la destra, si cambia a colpi di maggioranza, comportamento del tutto contrario allo spirito dei Padri costituenti che, va sempre ricordato, pure in un momento di forti e incipienti divaricazioni politiche e ideologiche seppero ben distinguere, tra il giugno del 1947 e il dicembre del 1947, il terreno politico da quello costituzionale, lo scontro ideologico da quello delle comuni regole democratiche e di convivenza dentro la Repubblica. E le scelte della maggioranza e del Governo nella condotta parlamentare di queste ore aggravano il carattere dispregiativo nei confronti del Parlamento che, nonostante l'impegno del Partito Democratico e delle opposizioni, verrà lasciato per 24 ore e più senza lavorare, pur di garantire quei numeri che la maggioranza stessa ha bisogno, con fatica, di racimolare. Questa rottura, che viene operata, con queste e con altre riforme costituzionali, che forse non riuscirete nemmeno a portare in porto per le loro evidenti lacune proprio sul piano del diritto costituzionale, che sono state rivelate rilevate dai massimi organi di garanzia, a partire dalla Consulta, è molto grave, perché vuol dire che considerate le regole figlie della politica e non il contrario, dimenticando anche che una parte - una parte - della destra italiana, erede mai negata della storia del fascismo, esiste oggi e governa anche grazie a una democrazia liberale, aperta, universale, che fu costruita sulle ceneri del regime fascista e dell'occupazione straniera e nazista, con la lotta popolare di migliaia di italiane e di italiani.

Sul merito: la separazione delle carriere nei fatti già esiste, si è ricordato, ma non esiste come legge, ma come scelta dei magistrati all'interno di una legge e all'interno di un ordinamento che non fossilizza cristallizzandole forzatamente, le due funzioni, le due carriere del magistrato requirente e del giudice giudicante. 

Con la riforma Cartabia, è noto, il numero dei passaggi di carriera era già stato notevolmente ridotto - in percentuale sull'insieme - del numero dei magistrati, in totale assai meno dell'1 per cento e in un tempo limitato di nove anni. Quindi non serviva una riforma costituzionale per questo, la verità è che questa riforma fa parte di un accordo sconclusionato, all'interno della maggioranza, tra le forze politiche che ne fanno parte, ad ognuna delle quali è stato garantito un tema, una bandiera: la giustizia a Forza Italia, il premierato a Fratelli d'Italia, l'autonomia differenziata alla Lega, che costituzionale legge non è ma di fatto lo è. Un accordo che già appare compromesso dalla effettiva realizzabilità dell'intero pacchetto.

E poi la realtà è che l'altro grave aspetto - che è contenuto in questo testo cioè la demolizione di un CSM unico per tutta la magistratura - serve per indebolire uno dei poteri dello Stato, per azzopparlo, quello della magistratura, definendo due organismi e dei metodi di nomina che, nel cancellare peraltro la parità di genere all'interno degli organismi, ne inficiano l'articolazione democratica, pensando e credendo di risolvere il problema delle correnti e del pluralismo introducendo un sorteggio che solo apparentemente affida al caso la scelta dei componenti, componenti selezionati dal Parlamento e quindi dalla maggioranza che governa il Parlamento in quel preciso momento.

Si vuole, è evidente, una magistratura schiava della politica, impaurita dalla politica e la si vuole in nome di un garantismo double-face. Questo non è garantismo, è un garantismo per i livelli alti e decisionali della società, mentre verso i livelli bassi, indifesi, si persegue la politica repressiva, aggressiva dei decreti Sicurezza.

E qui, signor Presidente, vorrei fare l'ultima annotazione. Con questo nuovo disegno della giustizia italiana si va verso una giustizia di classe, che colpirà più facilmente i deboli o coloro che non hanno la forza, l'organizzazione e le risorse per difendersi efficacemente in processo e premierà i forti che, per converso, possono sostenere con più chance l'impatto con i procedimenti giudiziari, per tre motivi.

Primo, se le figure del PM e del giudice vengono, per così dire, cristallizzate o, dico io, incarognite, sparirà l'obiettivo comune della ricerca della verità e della giustizia che oggi pesa, comunque, su entrambi e sulla difesa dell'imputato - indipendentemente dal ruolo in processo - ma si stabilirà, per legge, per ruolo e per prospettiva definitiva un regime di competizione con obiettivi contrapposti. Sparirà il confronto sempre più - che è la base del processo e della ricerca della verità - per sfociare in una dimensione quasi pirandelliana dove il vero non è il vero ma è quello che esce dalla lotta rude tra posizioni in campo. Rischio che è sempre in agguato ma che così verrà sancito per sempre.

Secondo, come già detto, il PM diventa un superpoliziotto che viene riassorbito dalla polizia giudiziaria resuscitando il codice Rocco - la cui ombra peraltro non si è mai del tutto dispersa, nello stile italiano - mentre il giudice uscirà come una figura strana che dovrà persino dimostrare, in primo luogo, di essersi definitivamente liberato dal lucore accusatorio del pubblico ministero. Un sistema conflittuale, quindi non compositivo e non di collaborazione, nella pur diversa funzione come in un vero sistema liberale.

E infine, in prospettiva, nulla impedisce di pensare - anzi lo si deve tenere il conto - che prima o poi venga messa in discussione l'obbligatorietà dell'azione penale, da parte del PM, il quale finirà per valutare in modo sostanzialmente discrezionale i procedimenti da intraprendere, quindi di una figura di fatto politica anche se non in senso partitico - ma volendo anche - che decide sulla sua opinione non sulla legge.