A.C. 1917-B
Grazie, Presidente. Signor Ministro, non mi era mai capitato di parlare in quest'Aula avendo come interlocutore pressoché esclusivo il processo verbale: lo considero comunque un grande privilegio.
Ci sono elementi, in questi passaggi, che fanno riflettere; non è la prima volta che accade, ma stavolta è davvero pervasivo: la blindatura delle riforme costituzionali, il patto tra i leader della maggioranza, che hanno tripartito le riforme stesse in premierato, autonomia differenziata, separazione delle carriere in magistratura. Sono comunque procedure sbagliate, sia quando hanno portato al referendum che le ha poi tolte di mezzo, sia quando hanno visto la luce con esiti contraddittori, come quelle del Titolo V, che hanno finito per sovraccaricare di lavoro alla Corte costituzionale, per ridurne gli effetti negativi. E, poi, le regole del gioco, visto che qualcuno le ha citate, non possono essere fissate neppure dal patto della maggioranza parlamentare con il suo elettorato.
Questa controriforma colpisce al cuore la tripartizione dei poteri fissata dalla cultura democratica e dall'ispirazione della Carta costituzionale. Si possono anche dividere con accuratezza le funzioni di indagini inquirenti da quelle giudicanti, ma la storia dei magistrati militanti - talvolta mutanti, come nel caso suo, signor Ministro - prelude a qualche intento punitivo e alla sottomissione della magistratura nel suo complesso al Governo del Paese.
E qui mi viene da riflettere su un passaggio: il 26 gennaio 1994 Berlusconi si rivolge all'Italia dicendo che è il Paese che ama. Con quel discorso in realtà cavalca “Mani pulite” che, fin dall'inizio, con le sue TV e i suoi giornali - quelli di Berlusconi - fiancheggiava i pubblici ministeri inquirenti di Milano e dopo le elezioni li ha corteggiati proponendo loro di entrare nel suo Governo. Mitico il giovane Brosio che, per Rete4, presidiava il marciapiede davanti al palazzo di giustizia. Berlusconi dice: la vecchia classe politica italiana è stata travolta dai fatti e superata dai tempi. L'affondamento dei vecchi governanti, schiacciati dal peso del sistema di finanziamento illegale dei partiti, lascia il Paese incerto impreparato nel difficile passaggio ad una nuova Repubblica. Queste erano le parole di Berlusconi e io potrei sintetizzare che questa maggioranza parlamentare di oggi è figlia di quella magistratura inquirente (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista). Berlusconi la usò senza scrupoli istituzionali, etici e morali e la contestò solo dopo aver ricevuto l'avviso a Napoli, come indagato, da Presidente del Consiglio a fine 1995. Trent'anni dopo, persiste quell'intento punitivo e vendicativo. Lo dico avendo pagato un certo prezzo personale in quegli anni, ma non avendo mai puntato il dito contro la magistratura, ed essermi difeso con dignità ed onore, non dai processi, ma nei processi.
L'intento punitivo appare confermato nello spostare a vantaggio del potere politico i complessivi equilibri di governo della magistratura, a cancellare la valenza costituzionale della obbligatorietà dell'azione penale, ad annullare il principio che i magistrati vanno distinti in relazione alle funzioni svolte, a rimettere in discussione la separazione dei poteri previsti dalla Costituzione. L'intento che si ripropone, come voleva in realtà Berlusconi, a cui avete titolato la riforma stessa, è quella di sottomettere al Governo il concreto esercizio dell'iniziativa penale, riducendo l'ufficio del pubblico ministero a terminale processuale delle Forze di polizia, a loro volta sottoposte all'impulso di Ministri chiave della compagine di Governo.
È molto dubbio che sia prudente una netta differenziazione dei processi formativi e delle conoscenze professionali di due distinte categorie di magistrati, con il rischio di produrre un giudice privo di una conoscenza adeguata della realtà dell'indagine e un pubblico ministero radicato nella cultura e nella prassi consolidata nelle azioni di Polizia. Nel dramma, o anche nella commedia, quante più parti si interpretano, quanti diversi ruoli si giocano, tanto più si può prendere, imparare e affinare: si pensi al dovere che oggi fa capo al pubblico ministero, di non disattendere la raccolta di prove a discarico dell'imputato, si concentrerebbe esclusivamente sulle prove a carico dell'accusato. D'altro canto, in questi anni, la riforma Castelli 2005-2006 prima e la riforma Cartabia poi hanno progressivamente ridotto, se non azzerato, la possibilità di passare dalle funzioni giudicanti a quelle requirenti e viceversa, non ci sarebbe stata dunque necessità di una simile controriforma. A meno che l'obiettivo vero non sia quello di rimettere in discussione le modalità di attuazione del principio della separazione dei poteri così come delineata nella Costituzione. Questo è il punto che ci impone di chiedere ai nostri concittadini se è prudente andare avanti in questa direzione. Non si tratta di una semplice separazione delle carriere, ma di un complessivo riassetto della funzione giudiziaria e di una profonda ridefinizione dei rapporti tra i poteri stessi, ma questo incide sul principio fondamentale dello Stato democratico, a cui restiamo affezionati sempre di più, proprio constatando con apprensione la tendenza crescente a valutare positivamente l'efficacia delle autocrazie, spesso anticamera della dittatura. Siamo proprio agli antipodi. E, questo, a differenza del clima costituente alla base della ricostruzione del Paese dopo la guerra, può portare delle lacerazioni di cui non c'è sicuramente bisogno. Per questo mi sento molto lontano da questa vostra impostazione.