A.C. 218-A e abbinate
Grazie, Presidente. Onorevoli colleghe, onorevoli colleghi, intervengo a nome del gruppo del Partito Democratico su un provvedimento che affronta un tema che non può e non deve essere oggetto di contrapposizione ideologica: la lotta contro l'HIV, contro l'AIDS e le infezioni sessualmente trasmesse.
Il testo in esame aggiorna il quadro normativo, superando la legge n. 135 del 1990, e introduce un Piano nazionale triennale, rafforzando prevenzione, screening, presa in carico territoriale, sorveglianza epidemiologica e contrasto allo stigma. Sono obiettivi che condividiamo ed è proprio perché li condividiamo che riteniamo che il testo possa essere ulteriormente rafforzato e forse si sarebbe dovuto procedere a questo rafforzamento già nei lavori di Commissione. Infatti, avevamo presentato emendamenti puntuali, tecnici, non ostruzionistici. Non abbiamo messo in discussione l'impianto della legge, abbiamo provato a migliorarne la qualità normativa e l'efficacia concreta e auspichiamo che questi miglioramenti si possano realizzare nel passaggio d'Aula.
In Commissione, purtroppo, non abbiamo assistito a nessuna apertura da parte del Governo, nessuna disponibilità ad accogliere proposte migliorative. Lo diciamo senza spirito polemico, ma con senso di responsabilità parlamentare, perché il confronto non è un ostacolo, ma è un valore.
I nostri emendamenti erano strutturati su cinque punti. In primo luogo, abbiamo chiesto maggiore chiarezza sui test community-based. Avevamo chiesto che le esecuzioni dei test e la comunicazione degli esiti restassero in capo esclusivamente al personale sanitario, non certo per sfiducia verso il Terzo settore, che riconosciamo come fondamentale, ma per garantire uniformità clinica, appropriatezza e sicurezza su tutto il territorio nazionale.
In secondo luogo, ci siamo fortemente caratterizzati per chiedere la massima uniformità delle commissioni regionali: abbiamo proposto criteri definiti con decreto ministeriale, d'intesa con la Conferenza Stato-regioni, per evitare frammentazioni applicative e differenze territoriali. A questo proposito, voglio ricordare, come recentemente sottolineato dalla Federazione italiana dei medici di medicina generale di Roma, l'importanza dei Percorsi diagnostico terapeutici assistenziali (PDTA), come strumento fondamentale per il percorso di cure di numerose patologie, come l'infezione da HIV.
Ecco, i PDTA vengono approvati a livello regionale, e questo, come spesso capita, purtroppo, provoca alcune disparità di cura tra differenti regioni. È importante offrire una presa in carico omogenea ai pazienti su tutto il territorio nazionale. Oggi l'HIV viene considerata una malattia meno grave perché, grazie all'uso di farmaci efficaci, si può bloccare la trasmissione del virus, ma in questa maniera siamo passati da una situazione di emergenza, in cui la priorità era solo la sopravvivenza dei pazienti, a una condizione di cronicizzazione della malattia, in cui diventa fondamentale garantire anche la qualità della vita dei pazienti, tenendo conto dell'insorgenza di comorbilità legate all'invecchiamento e dell'importanza di una terapia efficace nel tempo, come del minore numero di effetti collaterali.
Da questo punto di vista, i PDTA devono tenere conto di questi cambiamenti e farlo in maniera uniforme su tutto il territorio nazionale: un esempio è la regione Lombardia, che ha strutturato i PDTA per l'HIV. È importante non assumere un approccio orientato alla diminuzione della spesa. Sviluppare, quindi, anche a livello territoriale PDTA fortemente indirizzati alla previsione di opzioni terapeutiche al minor costo, vincolandosi ad obiettivi considerati statici, se non obsoleti, e finalizzati al contenimento della spesa sanitaria porterebbe ad una regressione nelle gestioni delle cure dei pazienti HIV. Quindi è fondamentale che questa regressione nella gestione delle cure non avvenga e che queste avvengano attraverso strumenti uniformi a livello di tutte le regioni.
Terzo punto, chiediamo l'esplicitazione chiara degli strumenti di prevenzione. Chiedevamo di indicare espressamente preservativi e profilassi pre-esposizione (la PrEP) sotto supervisione di centri esperti come strumenti strutturali di prevenzione. Quarto, il rafforzamento della sorveglianza epidemiologica, con maggiore precisione tecnica nella raccolta e nella gestione dei dati. Quinto e ultimo punto, un impianto normativo non cristallizzato nel tempo, per evitare rigidità future, ad esempio rispetto al Piano nazionale della prevenzione.
Non abbiamo posto, quindi, bandierine politiche. Abbiamo posto alcune questioni che riteniamo importanti per migliorare la qualità di questa legge, perché pensiamo che la lotta all'HIV non debba essere soltanto una questione clinica: è prevenzione precoce, accesso equo ai test, integrazione tra medicina territoriale e specialistica, contrasto allo stigma, attenzione alle nuove infezioni asintomatiche, aderenza terapeutica e tutela delle persone più vulnerabili.
Su questo terreno serve una politica sanitaria inclusiva, capace di cooperare, perché, quando si parla di salute pubblica, la chiusura non rafforza la maggioranza, indebolisce il sistema. Continueremo a lavorare affinché il Piano nazionale previsto dalla proposta di legge sia realmente efficace, adeguatamente finanziato e attuato con uniformità sul territorio, e continueremo a portare contributi di merito, perché su questi temi non esiste parte politica, esiste la responsabilità di fare bene le cose.