Dichiarazione di voto
Data: 
Martedì, 3 Marzo, 2026
Nome: 
Andrea Casu

A.C. 2713-A

Grazie, Presidente. Onorevoli colleghe, onorevoli colleghi e rappresentanti del Governo, oggi non stiamo discutendo una materia tecnica, stiamo facendo una scelta politica su come lo Stato deve difendere la vita delle persone sulle strade. Il Governo ci chiede un rinvio di altri sei mesi rispetto all'impegno che aveva assunto di completare il lavoro del nuovo codice in 12, anche per la parte che la maggioranza aveva rimandato all'articolo 35 della delega.

Grazie al lavoro in Commissione, siamo riusciti perlomeno a impedire che questo rinvio diventi l'ennesima cambiale in bianco per il Ministero dei trasporti, ma purtroppo non siamo riusciti a ottenere quella che era la nostra richiesta più importante: un impegno pieno a cambiare decisamente rotta sulla sicurezza stradale. Vedete, su questo tema non dovrebbero esserci differenze tra maggioranza e opposizione, dovremmo tutti essere grati nello stesso modo alle associazioni e ai familiari delle vittime per avere avuto la forza e il coraggio di trasformare il proprio immenso dolore in un impegno collettivo, politico e sociale. Non dovremmo giudicarli ma ascoltarli, anche nelle loro critiche più aspre e trovare il modo di recepirle nel nostro lavoro.

Chi di noi ha provato almeno una volta l'emozione, nella terza domenica di novembre, per la Giornata mondiale del ricordo delle vittime della strada, di ritrovarsi in piazza con i familiari, le associazioni, i rappresentanti locali, leggere quello sconfinato elenco di nomi e di età di persone come noi, come i nostri figli e come i nostri genitori, che ci han lasciato mentre attraversavano la strada, magari sulle strisce, oppure in bicicletta o in auto o in moto, sa perfettamente che cosa intendo. La domanda che personalmente mi pongo ogni volta che torno a casa dopo queste manifestazioni, dopo un incontro, dopo una telefonata con chi si batte in prima linea per la sicurezza stradale sul proprio territorio e che tutti dovremmo ringraziare, senza distinzioni di colore politico, è: stiamo facendo abbastanza come parlamentari e come istituzioni per fermare questa scia di sangue? Ecco, la risposta che mi do ogni giorno è “no”, non abbastanza.

Non abbiamo ancora i dati complessivi del 2025, sappiamo che nel 2024 ci sono stati 3.030 morti sulle strade. I numeri di questi morti sono sempre per difetto, perché purtroppo la morte può arrivare anche diversi mesi dopo l'impatto, sfuggendo così alle statistiche. Stiamo parlando di oltre 170.000 sinistri con lesioni e oltre 230.000 feriti, con un costo sociale complessivo che arriva a 23 miliardi di euro. Pensateci un attimo: sulle nostre strade bruciamo ogni anno, nel sangue e nelle lamiere, più risorse di quelle previste dall'ultima manovra finanziaria. Abbiamo registrato nelle morti una lieve flessione nel primo semestre del 2025, stimata nel 6,8 per cento. È una piccola buona notizia, ma non può bastare a convincerci che stiamo facendo abbastanza. Purtroppo, invece conferma quello che abbiamo denunciato dal primo giorno: gli strumenti scelti dal Governo non sono all'altezza della sfida che dobbiamo affrontare.

Per prima cosa state sbagliando le parole. Quando vi chiediamo di togliere la parola “incidenti” dal codice, vi chiediamo di accettare una sfida politica e culturale indispensabile. La parola “incidente” richiama la fatalità, cioè qualcosa che accade per caso. Nella stragrande maggioranza dei casi non è così. Molte volte siamo di fronte a comportamenti sbagliati, a distrazioni evitabili e a eccessi di velocità, ma non solo. Si tratta spesso della logica conseguenza di scelte infrastrutturali, tecnologiche o normative che non hanno messo al primo posto la difesa della vita, la prevenzione dello scontro. Nessuna curva, nessuna strada dovrebbe essere definita killer o della morte. Quando questo avviene, abbiamo già perso tutti. Per questo vi abbiamo chiesto di chiamarli “scontri”, perché le parole sono importanti. Chiamarli incidenti deresponsabilizza collettivamente non solo chi è alla guida, ma anche tutti noi. Chiamarli scontri restituisce l'idea della nuda e cruda realtà di un evento tremendamente violento, che ha cause e responsabilità precise, non casuali. Perché di violenza stradale stiamo parlando, e possiamo fermarla solo se decidiamo di affrontarla guardandola negli occhi, non facendo finta di non vederla.

State poi anche sbagliando i tempi della vostra azione normativa. Noi non abbiamo mai contestato la necessità di sanzioni severe per chi mette a rischio la propria vita e quella degli altri attraverso comportamenti sbagliati. È giusto intervenire dopo, ma è troppo tardi. Non potete accontentarvi di punire, dovete fare di più per prevenire. Il fallimento dell'alcolock è la cartina tornasole di questo Governo. A distanza di 14 mesi dall'entrata in vigore del codice, è stato annunciato più volte, ma nessuno ha mai risposto alle nostre interrogazioni sul monitoraggio, sui controlli effettuati, su quanti ne sono stati installati. E sapete perché non avete mai risposto? Perché il Ministro Salvini avrebbe dovuto ammettere che non è stato montato ancora alcun alcolock, visto che solo a febbraio ne avete pubblicato i modelli sul sito. E non solo siete in ritardo, ma state anche sbagliando nell'applicazione di questo strumento, perché negli altri Paesi europei i nuovi strumenti vengono associati a sanzioni e controlli, a percorsi riabilitativi e diagnostici di recupero. Perché se, come ci dice l'ultimo rapporto DEKRA, nei Paesi ad alto reddito uno scontro stradale su cinque vede coinvolte persone che hanno abusato di sostanze alcoliche, non possiamo limitarci a impiegare anni per capire quando e come chiedere di montare dispositivi sui loro mezzi. Dobbiamo fare di più dopo, per prevenire questi comportamenti prima (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista).

Anche sulla tecnologia stiamo perdendo troppe occasioni. Pensiamo ai dispositivi per gli angoli ciechi, per evitare che centinaia di persone vengano schiacciate senza nemmeno essere viste. Una doppia tragedia, nella vita di chi muore e di chi uccide, che la tecnologia potrebbe prevenire e che lo Stato dovrebbe finanziare su tutti i mezzi circolanti, non solo sui nuovi mezzi. Per non parlare dei dispositivi di assistenza alla guida, per la limitazione della velocità e per inibire l'utilizzo degli smartphone, accessibili solo per chi ha la tasca abbastanza profonda da poterseli permettere. Voi oggi chiedete un rinvio, ma sulle sfide tecnologiche, sulla guida autonoma, che insieme abbiamo affrontato in Commissione, questo codice è già in ritardo e invece dovrebbe dare nuovo impulso, perché i grandi numeri nella riduzione dei morti sono arrivati quando si ha avuto il coraggio di scrivere nelle leggi e di compiere salti e cambiamenti per tutti, dalle cinture di sicurezza, agli ABS, agli airbag di serie, passando per i caschi dei motociclisti (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista).

Ed anche sulla formazione siamo in ritardo. Quattordici mesi fa abbiamo cambiato profondamente il codice in Parlamento, ma milioni di persone continuano a guidare con la stessa patente presa prima, magari venti o trenta o quaranta o cinquanta anni fa, senza un vero sistema strutturato di aggiornamento lungo l'intero arco della propria vita. Nel frattempo, cambiano veicoli, tecnologie, regole e aumentano i pericoli per chi non resta al passo con questo cambiamento.

Infine, c'è la grande questione della velocità nelle città, nei luoghi dove c'è la maggiore presenza di pedoni, di biciclette, di passeggini. Dove solo pochi chilometri orari possono fare la differenza tra la vita e la morte.

Le tendenze e le indicazioni europee sono chiarissime: la velocità è uno dei principali fattori che contribuiscono agli scontri stradali. La Commissione europea ha indicato, a febbraio, come esempio positivo, la scelta della Spagna di introdurre il limite dei 30 chilometri orari in ambito urbano su gran parte della viabilità cittadina, e avete visto quello che è successo con gli ordini del giorno: è bastato togliere la parola “Città 30” in un ordine del giorno sulle “Città 30” e sulle indicazioni della Commissione europea per avere un voto favorevole del Governo e l'approvazione di quest'Aula.

Ecco, quello che noi vi chiediamo di guardare è che le “Città 30” non sono una bandiera ideologica, non sono un complotto internazionale contro Meloni e Salvini, sono la nuova frontiera della civiltà stradale, la misura di sicurezza urbana riconosciuta a livello europeo per proteggere pedoni, ciclisti, bambini, anziani. E tutti siamo pedoni quando non siamo alla guida, non dimentichiamolo mai. Proteggerli non serve a difendere altri ma a difendere tutte e tutti. Su questo punto si è toccato il punto più basso nel confronto politico. Abbiamo visto addirittura manifestazioni contro il coraggio dei sindaci che si battono per difendere le vite dei propri cittadini. Ed io vorrei, invece, che il Parlamento li ringraziasse tutti, a prescindere dal colore della propria maggioranza. Ad Olbia come a Treviso, a Bologna come a Roma, Milano, Napoli, Torino. In tutte le città dobbiamo dire grazie a tutti i sindaci che, con coraggio, stanno scegliendo di seguire le indicazioni europee per salvare le vite. Dovrebbero essere aiutati, non ostacolati dal Ministero. Se non vi piace il nome - come avete dimostrato con gli ordini del giorno - potete cambiarlo, ma non potete cambiare la sostanza delle cose.

Lo stesso vale per la mobilità ciclabile e pedonale: il metro e mezzo in sorpasso, le infrastrutture protette, le bikeline, le case avanzate. Non sono concessioni simboliche, sono strumenti che possono fare la differenza tra la vita e le morti. Indebolirli od ostacolarli significa ferire non solo i ciclisti ma colpire tutta la mobilità.

Per tutte queste ragioni, fino a quando su questi punti specifici non sentiremo parole chiare e nette, non potremo mai sostenere l'azione di questa maggioranza e di questo Governo. Il punto politico è questo: come per tutta la sicurezza, anche sulle strade il vostro indirizzo resta sbilanciato sulla repressione e troppo debole sulla prevenzione. Non mette davvero al centro l'obiettivo primario, ridurre drasticamente il numero delle vittime degli scontri.

Noi continueremo a lavorare per una sicurezza stradale che unisca prevenzione, formazione, tecnologia e protezione per tutti i cittadini, a cominciare da quelli più vulnerabili. Per una sicurezza che sia responsabilità, non propaganda.

Per queste ragioni, con il rispetto per il lavoro svolto dal Parlamento ma con chiarezza politica, il gruppo del Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista voterà contro questo rinvio e continuerà a chiedervi di cambiare rotta.