“Oggi abbiamo incardinato in commissione Lavoro alla Camera la nostra proposta unitaria sul salario minimo. Una misura di civiltà che cambierebbe la vita a 4 milioni di persone che nonostante abbiano un lavoro si trovano in condizione di povertà. Giorgia Meloni e la sua maggioranza non hanno più scuse: affrontino questa emergenza votando la nostra proposta, anziché pensare solo a cambiare la legge elettorale”.
Così Marco Sarracino, deputato dem della segreteria nazionale del Pd.
“E il diritto di voto per i fuori sede? Studenti e lavoratori che sono costretti, per la distanza dal luogo di residenza, a non partecipare al voto.. Al Senato è ferma la proposta di legge, dopo che alla camera il governo ha chiesto la delega. Adesso la destra parla di inserire il provvedimento nella loro proposta di legge elettorale. Una riforma peggiore della legge esistente, che si può solo rifiutare, perché prevede un abnorme premio di maggioranza per chi raggiunge il 40% dei voti e prevede liste bloccate senza preferenze, alla faccia del potere degli elettori di scegliere i propri rappresentanti. Tanti giovani al referendum hanno votato ‘no’ anche per questa discriminazione che svantaggia la loro partecipazione al voto. La legge per il voto ai fuorisede va approvata, senza ricatti o manovre per modificare la legge elettorale in vigore” così il deputato democratico Virginio Merola.
“Per il governo la priorità non sono famiglie e imprese alle prese con il caro carburanti e l’aumento dei costi, ma la legge elettorale. È questa la scelta politica che emerge con chiarezza in queste ore. Mentre si accelera sulla riforma elettorale da approvare entro l’estate, sul fronte economico arrivano solo interventi temporanei e insufficienti. Il decreto sul caro carburanti, che proroga fino al 1° maggio la riduzione delle accise, è l’ennesima misura tampone: non affronta l’emergenza e non offre risposte strutturali”. Lo dichiara Simona Bonafè, capogruppo in commissione Affari costituzionali e vicepresidente vicaria del Gruppo Pd alla Camera.
“Invece di concentrarsi seriamente sul sostegno a famiglie e sistema produttivo - sottolinea l'esponente dem - hanno già deciso tempi e contenuti della legge elettorale, ma continuano a parlare di confronto con le opposizioni. In commissione abbiamo chiesto di limitare il perimetro della riforma, ma è evidente che siano già stati stabiliti anche gli emendamenti”.
“Noi - conclude Bonafè - ribadiamo la nostra contrarietà a questa proposta di legge elettorale, che introduce un premio di maggioranza tale da consentire a chi vince di scegliersi da solo il Capo dello Stato. Inoltre, questa riforma allontana ulteriormente gli eletti dai cittadini, eliminando i collegi uninominali, e introduce di fatto una forma di premierato mascherato, indicando nel programma il nome del candidato premier”.
“La “finta apertura” di Donzelli di ieri sera si è già rivelata per quello che è: un tentativo di far sembrare dialogo ciò che dialogo non è. La maggioranza non solo parte da un testo condiviso solo dai partiti di maggioranza, ma i trucchetti visti oggi in Ufficio di Presidenza confermano che non c’è nessuna apertura: si cerca di allargare la legge anche agli italiani all’estero, non per discutere, ma per inserire norme già pronte a vantaggio della maggioranza e a danno delle opposizioni” così la capogruppo del Pd nella commissione affari costituzionali della Camera, Simona Bonafè.
Le liste di attesa non sono un problema tecnico, né una questione amministrativa, ma sono lo specchio di un sistema sanitario che questo governo sta lentamente, ma sistematicamente smantellando. I numeri parlano chiaro: nel 2025, 5,8 milioni di persone sono state costrette a rinunciare a cure o esami, un cittadino su 10. Non stiamo parlando di piccoli disagi, ma di diritti negati, di malattie non diagnosticate, di cure impossibili. Chi può si rivolge al privato pagando, chi non può aspetta per l’eternità o rinuncia alle cure.
Le attese medie sono di 105 giorni, per una tac fino a 360 giorni, visite specialistiche 500 giorni, colonscopia 720 giorni. A questa situazione emergenziale il governo ha scelto di rispondere con la solita propaganda, anziché con i fatti. La mozione della maggioranza è piena di desiderata e di proposte ipotetiche, senza alcun obiettivo concreto.
Il cosiddetto decreto liste d'attesa, approvato nel giugno del 2024 a cinque giorni dalle elezioni europee, è stato presentato come una svolta storica. Ma era solo uno spot elettorale. A quasi due anni dall'approvazione, dopo 660 giorni, mancano ancora decreti attuativi fondamentali. Non ci sono piani straordinari di assunzioni. Non c'è un euro aggiuntivo strutturale per il personale. L'Organismo nazionale di verifica e controllo sulle liste d'attesa, istituito nel 2024 con oltre un milione e mezzo di euro di dotazione, non è ancora operativo. Un sistema opaco, garantito dalla totale assenza di controllo. Questo non è governare la sanità: è nascondere il problema sotto il tappeto.
La situazione è chiara. Lo certifica lo stesso Ufficio Parlamentare di Bilancio: il sistema sanitario italiano rallenta, sotto un costante sottofinanziamento, il privato cresce e i fondi sanitari sono in forte espansione. Così le disuguaglianze aumentano e si mina il principio costituzionale di universalità delle cure.
Per il Partito democratico la difesa del sistema sanitario nazionale è una priorità, e dovrebbe esserlo per qualsiasi governo, perché su questo ci giochiamo la democrazia di un paese e l'uguaglianza dei cittadini.
Le nostre proposte sono semplici e nette: portare il finanziamento pubblico al 7,5% del PIL, la media europea, in un percorso pluriennale credibile; superare i tetti di spesa per il personale e avviare un piano straordinario di assunzioni, perché mancano quarantamila tra medici e infermieri e la situazione peggiora ogni anno, adeguando le retribuzioni e prevedendo incentivi economici per chi opera nelle aree interne o disagiate; rendere la Piattaforma nazionale delle liste d'attesa pienamente trasparente, con dati leggibili per regione e per struttura; rendere finalmente operativo l'Organismo di verifica e controllo; vietare la chiusura delle agende e garantire il pieno rispetto della normativa su intramoenia, quando il pubblico non riesce a rispettare i tempi, evitando che il costo ricada sui cittadini; rafforzare la medicina territoriale e l'investimento in prevenzione.
Sono proposte che il Partito Democratico porta avanti da anni, a partire dalla legge Schlein che la maggioranza ha bocciato con la solita arroganza. Una emergenza seria merita una risposta vera. Per questo continueremo a batterci, perché la salute degli italiani non diventi una variabile dipendente dall'indifferenza di chi ci governa”. Lo ha detto in aula Ilenia Malavasi capogruppo Pd in commissione affari sociali della camera, dichiarando il voto favorevole alla mozione del Pd e contrario a quella di maggioranza.
“La maggioranza evidentemente non ha compreso il messaggio chiaro che gli italiani le hanno mandato con il referendum: le regole del gioco non si cambiano a strappi”. Così la capogruppo democratica in Commissione Affari Costituzionali della Camera, Simona Bonafè, risponde a Tg Parlamento alla vigilia della seduta che incardinerà la legge elettorale presentata dalla maggioranza. “L’apertura alle opposizioni che sentiamo tanto evocare in queste ore è solo di facciata - aggiunge - e lo confermano il testo presentato con il solo accordo tra i partiti di governo prima del referendum e i quattro relatori di maggioranza, che sembrano più interessati a controllarsi tra loro che al merito della proposta”.
“La legge elettorale ha a che fare con le regole del gioco e, proprio per questo, riguarda tutti. È un terreno su cui non sono accettabili forzature né tantomeno interventi calati dall’alto. Da Giorgia Meloni vediamo purtroppo il ripetersi dello stesso schema: dopo il tentativo della separazione, bocciato dai cittadini al referendum, si arriva oggi a una proposta di modifica della legge elettorale che appare il frutto esclusivo di un accordo tra i partiti di governo, senza alcun reale confronto con le opposizioni. Su questi temi serve responsabilità, non prove di forza a colpi di maggioranza” così Simona Bonafè, Vicepresidente del Gruppo PD e Capogruppo in Commissione Affari Costituzionali della Camera dove domani inizierà l’esame della riforma.
“Il Governo promette, ma poi in corso d’opera si rimangia la parola. Nel frattempo gli imprenditori hanno investito, si sono indebitati e oggi pagano il prezzo di scelte incerte e incoerenti: è il minimo che si arrabbino”. così Toni Ricciardi, Vicepresidente del Gruppo PD alla Camera commenta le critiche che Confindustria sta facendo al governo per aver cambiato le regole in corsa su Transizione 5.0.
“Da quattro anni – prosegue Ricciardi - denunciamo come il Governo guidato da Giorgia Meloni non si stia occupando dell’economia reale, della vita concreta delle persone e delle difficoltà quotidiane di famiglie e imprese. Oggi ci troviamo alla vigilia di una crisi energetica probabilmente senza precedenti, con scenari che richiederebbero interventi immediati, seri e condivisi. In questo contesto, stupisce e preoccupa che la priorità dell’esecutivo sia la legge elettorale. Il Paese ha bisogno di risposte su lavoro, energia e crescita, non di operazioni politiche che appaiono distanti dai problemi reali degli italiani peraltro costruite contro le opposizioni”.
“Errare humanum est, perseverare autem diabolicum. La maggioranza ci riprova con la legge elettorale, una legge elettorale non condivisa perché ha paura di perdere.
L’ennesima riforma non condivisa con le opposizioni, fatta a colpi di maggioranza, e questo sta iniziando a pesare anche sul giudizio dei cittadini sul governo Meloni.
La presidente Meloni è in grande difficoltà. Vorrebbe andare subito al voto, ma sa che il gradimento della maggioranza è in forte calo, non lo diciamo noi del Pd ma lo dicono i sondaggi dopo il clamoroso fallimento del referendum sulla giustizia. Per questo la maggioranza è in totale caos e stanno saltando le poltrone come birilli”. Lo ha detto Stefano Graziano, capogruppo pd in commissione difesa della Camera e vigilanza Rai, ospite di Rainews 24.
"In tema di politiche del lavoro l'opposizione riesce a fare sintesi e a presentarsi unita con proposte concrete. Dopo la sconfitta della maggioranza al referendum, è la dimostrazione che un'alternativa credibile sta prendendo forma". Lo afferma il deputato Arturo Scotto, capogruppo Pd in commissione Lavoro, intervenendo sull'esito del referendum e sulla risposta della maggioranza, sottolineando come l'opposizione stia invece costruendo un'alternativa credibile e concreta.
“La reazione del governo – aggiunge l’esponente dem - è però emblematica. Anziché dire 'fermiamoci un attimo, sediamoci e approviamo il salario minimo', la destra non ha trovato niente di meglio che presentare la legge elettorale. Cioè il modo in cui cercano a tavolino di non perdere le elezioni.
"È incredibile – conclude Scotto - quale sia la scala delle priorità di un governo che evidentemente pensa di più a mantenere il potere piuttosto che a risolvere i problemi di milioni di lavoratori. Lavoratori che hanno perso potere d'acquisto, che non riescono a fare la spesa e che sono condannati a una vita precaria".
"In tema di politiche del lavoro l'opposizione riesce a fare sintesi e a presentarsi unita con proposte concrete. Dopo la sconfitta della maggioranza al referendum, è la dimostrazione che un'alternativa credibile sta prendendo forma". Lo afferma il deputato Arturo Scotto, capogruppo Pd in commissione Lavoro, in un'intervista sui canali social dei deputati Pd, in merito all'esito del referendum e alla risposta della maggioranza, sottolineando come l'opposizione stia invece costruendo un'alternativa credibile e concreta.
“La reazione del governo – aggiunge l’esponente dem - è però emblematica. Anziché dire 'fermiamoci un attimo, sediamoci e approviamo il salario minimo', la destra non ha trovato niente di meglio che presentare la legge elettorale. Cioè il modo in cui cercano a tavolino di non perdere le elezioni.
"È incredibile – conclude Scotto - quale sia la scala delle priorità di un governo che evidentemente pensa di più a mantenere il potere piuttosto che a risolvere i problemi di milioni di lavoratori. Lavoratori che hanno perso potere d'acquisto, che non riescono a fare la spesa e che sono condannati a una vita precaria".
"Non erano passate nemmeno 24 ore da un referendum che ha consegnato un messaggio molto chiaro, ovvero non si governa con l'arroganza con cui questa maggioranza ha portato avanti la riforma costituzionale sulla separazione delle carriere, che il governo riparte dalla riforma elettorale. Il messaggio sembra non essere stato recepito, perché si riparte esattamente da dove eravamo rimasti: ancora una volta chiusi dentro al palazzo. La legge elettorale riguarda le regole del gioco, quindi riguarda tutti e il testo dal quale stiamo partendo è frutto di un accordo tra i soli partiti di maggioranza, che noi respingiamo al mittente". Lo afferma la deputata Simona Bonafè, capogruppo in commissione Affari Costituzionali e vicepresidente vicaria del Gruppo Pd.
"Dopo le dimissioni nel governo – prosegue l’esponente dem - dopo il regolamento dei conti interno a Fratelli d'Italia, dopo aver dato la priorità alla legge elettorale, quando cominceranno ad affrontare i problemi veri del paese? Il caro carburanti è tornato sopra i due euro nonostante il decreto del governo, il potere d'acquisto delle famiglie si erode, le imprese sono in difficoltà, la sanità non funziona come dovrebbe".
"Se neanche quel risultato referendario ha consentito al governo una riflessione profonda sul suo operato, che cosa serve – conclude Bonafè - per svegliare la Presidente del Consiglio rispetto alle urgenze del Paese? L'agenda di questo governo non corrisponde alle esigenze reali dei cittadini".
“Ancora una doccia fredda per il governo. Dopo la netta bocciatura popolare al referendum sulla giustizia, arriva oggi il Report dell’Ocse che taglia ancora le stime di crescita del Paese. È la conferma di quanto stiamo denunciando da tempo come PD, ossia l'assenza totale di una strategia di sviluppo da parte del Governo. Siamo ormai al terzo anno di calo della produzione industriale e il dato vero è che senza il PNRR, mai votato dalla destra, l’Italia sarebbe in recessione. Le politiche economiche dell’esecutivo sono purtroppo assolutamente inefficaci e stanno rallentando il Paese. Invece di occuparsi di temi politici interni, come la legge elettorale, dopo il segnale arrivato pochi giorni fa dalle urne, Meloni dovrebbe iniziare ad ascoltare e ad occuparsi dei problemi reali degli italiani, con cui ha perso completamento contatto”.
Così Piero De Luca, capogruppo Pd in Commissione Affari Europei alla Camera che definisce ‘fallimentare la ricetta economica di Meloni’.
“Non sono passate neanche 24 ore da quando gli italiani hanno respinto con chiarezza il tentativo del governo di modificare unilateralmente la Costituzione, e la maggioranza sceglie di perseverare nello stesso errore, annunciando un’accelerazione sulla legge elettorale. La decisione, resa nota oggi, di avviare già dal prossimo 31 marzo l’esame in Commissione Affari costituzionali alla Camera del testo presentato dal centrodestra conferma una volontà preoccupante di intervenire sulle regole del gioco senza il necessario confronto ampio e condiviso. La Costituzione e le leggi che regolano il funzionamento della nostra democrazia non possono essere piegate a interessi di parte. È grave che si intenda proseguire in questa direzione, anticipando soluzioni che sembrano costruite per favorire l’attuale maggioranza e mettere in difficoltà le opposizioni. Serve rispetto per i cittadini e per le istituzioni. Dopo il segnale arrivato dal Paese, ci saremmo aspettati un cambio di metodo, non una forzatura”, così la capogruppo democratica in Commissione Affari costituzionali della Camera, Simona Bonafè.
“La batosta del referendum non è servita alla destra che addirittura accelera sulla legge elettorale. Una scorciatoia che evidenzia un misto di debolezza e di protervia. Le regole del gioco non si cambiano da soli. Gli italiani lo hanno detto chiaramente con il voto di ieri. La maggioranza è una mosca che continua a sbattere sul vetro”. Lo dichiara Stefano Graziano, capogruppo Pd in commissione Difesa della Camera e di Vigilanza sulla Rai.