Una croce celtica, simbolo del nazifascimo al Tg2. La sfoggia il giornalista Andrea Romoli, alle 20.30
Figlio dell’ex sindaco di Gorizia Ettore Romoli (Forza Italia). Nel 2020 commentò con toni non proprio neutri la vicenda di un prete ucciso da un tunisino. È quanto si apprende su X. I vertici Rai chiariscano immediatamente quanto riportato. Non è accettabile che un giornalista che dovrebbe essere garante dell’informazione democratica sfoggi in pompa magna una spilla simbolo del nazifascismo”. Così in una nota i capigruppo delle opposizioni in commissione di vigilanza sulla Rai Stefano Graziano (Pd), Dario Carotenuto (M5S), Maria Elena Boschi (Iv) e Peppe De Cristofaro (Avs)”.
“Vorrei esprimere tutta la mia solidarietà al direttore di Fanpage Francesco Cancellato. Ora è fondamentale che si faccia chiarezza e luce su quanto sta emergendo dalle indagini della procura. Perché Cancellato ed altri giornalisti sono stati spiati? E soprattutto da chi sono stati spiati? In un paese democratico è inaccettabile che accadano queste cose. Il governo e la presidente Meloni intervengano in modo netto per tutelare la democrazia e la libertà di informazione e di espressione di tutto il popolo italiano”. Lo dichiara in una nota Stefano Graziano capogruppo pd in commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai e in commissione Difesa della Camera.
“Parlo come parlamentare, ma soprattutto come cittadina di Taranto e come madre. La città è costretta da decenni a vivere un conflitto innaturale: quello tra il diritto al lavoro e il diritto alla salute. Il costo umano è stato altissimo: 11 morti sul lavoro negli ultimi dodici anni, l'ultimo dei quali lo scorso 2 marzo. A questo si aggiunge l'allarme dello studio Sentieri, che certifica un eccesso di malattie infantili legato all'inquinamento, trasformando il futuro dei bambini in una promessa fragile”.
Così la deputata democratica, Francesca Viggiano, intervenendo in Aula nella discussione sull'interpellanza urgente per l’ex Ilva ha che riportato al centro il dramma di Taranto, Genova e Novi Ligure.
L'interpellanza denuncia la mancanza di visione strategica da parte del governo. A preoccupare le recenti ammissioni del ministro della Giustizia, che ha dichiarato di non conoscere il provvedimento del Tribunale di Milano che dispone la chiusura dell'area a caldo a partire dal 24 agosto 2026.
"Se un membro del Consiglio dei Ministri - aggiunge Viggiano - non ha contezza di un atto che potrebbe fermare il più grande stabilimento siderurgico d’Europa, significa che il Governo non ha una strategia".
Anche l'ipotesi di vendita al fondo statunitense Flacks Group viene accolta con estrema cautela. “Mancano - spiega la deputata dem - un piano industriale dettagliato, impegni vincolanti sulla decarbonizzazione e garanzie per gli 8.500 lavoratori”.
Nell’interpellanza si chiedono risposte immediate su fatti precisi. Le nubi rosse sui quartieri: Chiarimenti urgenti sulle emissioni anomale registrate tra il 20 e il 22 febbraio 2026. La cassa integrazione: Soluzioni per i 4.450 lavoratori (di cui 3.800 a Taranto) che vivono in una "sospensione della vita" lunga dodici mesi. I debiti verso l'indotto: Interventi per sanare il trattamento discriminatorio verso le imprese creditrici locali.
"Nessuna strategia industriale - conclude Viggiano - potrà mai giustificare un'altra morte. Se lo Stato deve intervenire, deve farlo per proteggere i cittadini e non per socializzare i costi e privatizzare i profitti. Perché l'obiettivo non può più essere solo produrre acciaio, ma rendere la produzione finalmente compatibile con la vita”.
"Intervengo a nome del Partito Democratico per ricordare che in data 23 febbraio ho formalmente chiesto che la ministra del Lavoro venga in Aula a riferire sulla tenuta finanziaria e demografica della previdenza pubblica. Ad oggi, non abbiamo ricevuto una risposta su quando intenda farlo". Lo ha detto in Aula alla Camera il deputato Pd Mauro Laus, intervenendo a fine seduta.
"Parliamo – ha aggiunto l’esponente dem - del futuro previdenziale di milioni di lavoratori. Parliamo dell'equilibrio tra generazioni. Parliamo della sostenibilità dell'INPS nei prossimi decenni. E il Parlamento resta senza informazioni e senza calendario. Nel frattempo assistiamo a un progressivo svuotamento del ruolo legislativo, spesso ridotto a ratificare decisioni già prese altrove. E ora si affacciano anche tentativi di indebolire il controllo giurisdizionale. Se i poteri dello Stato devono restare tre, il Parlamento non può essere quello silenzioso".
"Per questo — ha concluso Laus — torneremo qui ogni settimana, finché la ministra non verrà in Aula a riferire sulla tenuta finanziaria e demografica della previdenza pubblica. Perché riferire al Parlamento non è una cortesia. È un dovere".
“La Commissione europea ha indicato come esempio positivo la scelta della Spagna di introdurre il limite di 30 km/h in ambito urbano su gran parte della viabilità cittadina e quello che abbiamo visto negli ordini del giorno ha dimostrato che è bastato togliere la parola ‘Città 30’ in un ordine del giorno sulle indicazioni della commissione europea per le ‘Città 30’, per avere un voto favorevole del governo e l’approvazione di quest’Aula. Le ‘Città 30’ non sono una bandiera ideologica, non sono un complotto internazionale contro Meloni e Salvini. Sono la nuova frontiera della civiltà stradale, la misura di sicurezza urbana riconosciuta a livello europeo per proteggere pedoni, ciclisti, bambini, anziani. E tutti siamo pedoni, quando non siamo alla guida, non dimentichiamolo mai. Proteggerli non serve a difendere altri, ma a difendere tutte e tutti. Su questo punto si è toccato in passato il punto più basso nel confronto politico, abbiamo visto addirittura manifestazioni contro il coraggio dei Sindaci che si battono per difendere le vite dei propri cittadini. E io vorrei che invece il Parlamento li ringraziasse tutti a prescindere dal colore della propria maggioranza: a Olbia come a Treviso, a Bologna come a Roma, Milano, Napoli, Torino in tutte le città dobbiamo dire grazie a tutti i sindaci che con coraggio stanno scegliendo di seguire le indicazioni europee per salvare vite. Dovrebbero essere aiutati, non ostacolati dal Ministero. Se non vi piace il nome potete cambiarlo, ma non potete cambiare la sostanza delle cose”.
Così Andrea Casu, deputato Pd e vice presidente della commissione Trasporti, intervenendo in dichiarazione di voto dopo l’approvazione del suo Odg che impegna il governo “a seguire e recepire nell’ambito delle politiche nazionali di sicurezza stradale le indicazioni e le raccomandazioni formulate a livello europeo nella relazione del 16 febbraio 2026”.
“Siamo qui per il rispetto che abbiamo per la nostra storia e per il lascito etico e politico che sono le istituzioni democratiche. Questa è una battaglia da fare fino in fondo: ne va della qualità della democrazia”.
Così Chiara Gribaudo, vicepresidente del Partito Democratico, a Torino partecipando all’incontro con Elly Schlein sul referendum costituzionale.
“Noi vogliamo andare oltre i titoli: questa Maggioranza sa solo produrre decreti e riforme che fanno titolo, ma poi nella sostanza creano nuova burocrazia e non aiutano le persone che davvero hanno bisogno di sicurezza - ha detto la deputata dem dal palco - Non è una questione solo di merito ma anche di metodo: non vogliono il dialogo o il confronto, vogliono non governare ma comandare”.
“È una battaglia fondamentale da non dimenticare: lo ha chiesto anche il presidente Mattarella, ma il Governo continua a usare toni scorretti e inaccettabili. Anche questa volta noi non ci sottraiamo” ha concluso Gribaudo.
“Non è possibile che nell’arco di poche settimane all’ex Ilva di Taranto l’ennesimo operaio muoia sul lavoro. Anche stavolta ci troviamo davanti a una ditta in appalto, dove magari il risparmio sulla sicurezza e sulla qualità del lavoro viene prima della vita delle persone. Va fermata questa spirale inaccettabile”.
Così il capogruppo Pd in commissione Lavoro alla Camera, Arturo Scotto.
“Nel testo del Dl sicurezza è grave la totale assenza del trasporto pubblico locale e del trasporto aereo. Nel settore dei trasporti servono interventi in grado di garantire la sicurezza come diritto fondamentale per tutte le lavoratrici e i lavoratori, dobbiamo puntare sulla prevenzione oltre che sulla repressione, garantire il presidio umano stabile delle stazioni, tecnologie per la sicurezza, diritto di autotutela del personale, formazione e cultura della sicurezza, oltre al rafforzamento normativo delle tutele legali, assicurative e psicologiche dei lavoratori, come indicato dal manifesto per la sicurezza ferroviaria presentato unitariamente dai sindacati del settore ferroviario nell’audizione in Parlamento del 5 febbraio. Su questi punti specifici siamo pronti al confronto con il Governo, nell’interesse di tutte le lavoratrici e i lavoratori in prima linea ogni giorno per garantire il diritto alla mobilità e di tutti i cittadini. Questa riflessione non può e non deve limitarsi a singoli interventi spot ma garantire un’azione di sistema più ampia che deve necessariamente riguardare anche le lavoratrici e i lavoratori del TPL, a partire dall’ascolto delle loro istanze, per questo abbiamo chiesto che anche i sindacati del settore possano essere auditi al più presto. L’esclusione del TPL da tutte le misure previste nel testo del dl sicurezza, nonostante il lavoro portato avanti unitariamente da sindacati e parti datoriali in attuazione del protocollo per la sicurezza, è un segnale grave. Il Governo non può continuare a ignorare le continue aggressioni e il pericolo che subiscono ogni giorno oltre 110 mila autoferrotranvieri e internavigatori e il personale del trasporto aereo a cui devono essere garantite le stesse tutele dei loro colleghi ferrovieri”
Lo dichiarano in una nota il senatore e responsabile Economia, Finanze, Imprese e Infrastrutture Pd, Antonio Misiani e il deputato dem e vicepresidente in Commissione Trasporti, Andrea Casu.
"All'alba del 26 febbraio di tre anni fa, a poche centinaia di metri dalle coste di Cutro si consumava una strage di migranti. Morirono 94 persone, tra cui 34 bambini: il più piccolo non aveva nemmeno un anno. Una tragedia che si poteva evitare se i soccorsi avessero funzionato, come ha scritto la Procura di Crotone chiudendo le indagini. Il processo è ancora in corso, quindi attendiamo con fiducia la sentenza. Non ci aspettiamo più, invece, che la premier Meloni tenga fede alla promesse fatte ai sopravvissuti, tra cui quella di potersi ricongiungere con le proprie famiglie.
Il decreto scellerato che il governo varò subito dopo la strage, invece di facilitare i soccorsi, ha inasprito pene, limitato di fatto il diritto d'asilo, minato i diritti dei minori stranieri non accompagnati.
Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. Le stragi in mare continuano: solo poche settimane fa, secondo quanto riferito dalle ONG che effettuano il salvataggio, durante il ciclone Harry, sarebbero morte circa 1000 persone e alcuni dei corpi sono stati trascinati dalle onde sulle spiagge siciliane e calabresi. E proprio in queste settimane, il governo sta preparando un nuovo provvedimento che rende ancora più difficili i soccorsi in mare, ostacolando il lavoro delle ONG contro ogni convenzione internazionale.
Ci batteremo contro queste norme disumane che invece di contenere gli arrivi irregolari aprendo canali legali, vuole impedire i soccorsi lasciando morire le persone in mare". Lo dichiara Laura Boldrini, deputata Pd e presidente del Comitato permanente della Camera sui diritti umani nel mondo.
Dal governo Meloni fallimento su sicurezza, giustizia e tasse
“Il primo dato importante è che un ministro della Repubblica che fa anche il vicepremier dovrebbe essere un po' più attento nelle parole e soprattutto quando si sbaglia dovrebbe chiedere scusa, dovrebbe avere il coraggio di dire che ha sbagliato perché è nella responsabilità di un leader politico e la prima strumentalizzazione è stata esattamente la sua”. Lo ha detto Stefano Graziano, capogruppo PD in commissione difesa della camera ospite di agorà Rai3, riferendosi alle parole del vicepremier Matteo Salvini sul caso di Rogoredo.
“La seconda cosa che vorrei dire è che il nostro Paese, oggi governato dal Governo Meloni, rispetto a tre anni fa in cui c’era il Governo Draghi, è sicuramente meno sicuro. Se uno chiedesse a qualsiasi cittadino cosa ne pensa, direbbe certamente che questo governo ha fallito sui tre temi principali della sua azione, quello sulla sicurezza, sulle tasse e quello che riguarda la giustizia”, ha aggiunto Graziano.
“Penso che il decreto sicurezza sia un errore profondo. Fare un periodo in cui non si sa se l’indagato ha l’avviso di garanzia o meno, è profondamente sbagliato. Va data invece la tutela legale ai poliziotti e alle forze dell’ordine. Nessuno si deve sentire al di sopra della legge; tutti dobbiamo essere uguali rispetto alla legge; tutti devono avere la sicurezza e la condizione di essere difesi davanti alla legge.
Perché c'è Rogoredo? Rogoredo dimostra di essere un sobborgo in condizioni drammatiche ed è il fallimento delle politiche della sicurezza di questo governo. Quando noi diciamo lo Stato deve difendere il cittadino onesto e che io condivido, è chiaro ed evidente che chi più ha giocato sul tema della sicurezza e ha soffiato sul tema della sicurezza, avrebbe dovuto risolvere il problema di quelle zone come Rogoredo.
In più aggiungerei che io stesso sono sostenitore di una politica di sicurezza per le forze dell’ordine, ma dobbiamo dire con chiarezza che le forze dell'ordine da questo governo non hanno avuto un aumento di stipendio; c'è un problema che riguarda le assunzioni del personale; c'è un problema che riguarda gli alloggi; c'è un problema che riguarda le pensioni. Allora la mia domanda rivolta al governo è: ce ne occupiamo degli operatori di sicurezza oppure declamiamo soltanto delle politiche e delle parole senza nessuna azione concreta?”, ha concluso Graziano.
Dal governo Meloni fallimento su sicurezza, giustizia e tasse
“Il primo dato importante è che un ministro della Repubblica che fa anche il vicepremier dovrebbe essere un po' più attento nelle parole e soprattutto quando si sbaglia dovrebbe chiedere scusa, dovrebbe avere il coraggio di dire che ha sbagliato perché è nella responsabilità di un leader politico e la prima strumentalizzazione è stata esattamente la sua”. Lo ha detto Stefano Graziano, capogruppo PD in commissione difesa della camera ospite di agorà Rai3, riferendosi alle parole del vicepremier Matteo Salvini sul caso di Rogoredo.
“La seconda cosa che vorrei dire è che il nostro Paese, oggi governato dal Governo Meloni, rispetto a tre anni fa in cui c’era il Governo Draghi, è sicuramente meno sicuro. Se uno chiedesse a qualsiasi cittadino cosa ne pensa, direbbe certamente che questo governo ha fallito sui tre temi principali della sua azione, quello sulla sicurezza, sulle tasse e quello che riguarda la giustizia”, ha aggiunto Graziano.
“Penso che il decreto sicurezza sia un errore profondo. Fare un periodo in cui non si sa se l’indagato ha l’avviso di garanzia o meno, è profondamente sbagliato. Va data invece la tutela legale ai poliziotti e alle forze dell’ordine. Nessuno si deve sentire al di sopra della legge; tutti dobbiamo essere uguali rispetto alla legge; tutti devono avere la sicurezza e la condizione di essere difesi davanti alla legge.
Perché c'è Rogoredo? Rogoredo dimostra di essere un sobborgo in condizioni drammatiche ed è il fallimento delle politiche della sicurezza di questo governo. Quando noi diciamo lo Stato deve difendere il cittadino onesto e che io condivido, è chiaro ed evidente che chi più ha giocato sul tema della sicurezza e ha soffiato sul tema della sicurezza, avrebbe dovuto risolvere il problema di quelle zone come Rogoredo.
In più aggiungerei che io stesso sono sostenitore di una politica di sicurezza per le forze dell’ordine, ma dobbiamo dire con chiarezza che le forze dell'ordine da questo governo non hanno avuto un aumento di stipendio; c'è un problema che riguarda le assunzioni del personale; c'è un problema che riguarda gli alloggi; c'è un problema che riguarda le pensioni. Allora la mia domanda rivolta al governo è: ce ne occupiamo degli operatori di sicurezza oppure declamiamo soltanto delle politiche e delle parole senza nessuna azione concreta?”, ha concluso Graziano.
“È chiaro che questa maggioranza vuole continuare ad essere proprietaria dell’azienda del servizio pubblico televisivo Italiano e non rispetta nemmeno le leggi che arrivano dall’Europa. Continuare a voler procrastinare l’audizione dell’Ad Rossi e a spostare il recepimento del Freedom Act rende a tutti noto che maggioranza vuole continuare a lottizzare la Rai senza attuare ciò che l’Europa ci chiede rischiando una ulteriore infrazione per l’Italia che si traduce in una ulteriore telemeloni tax per i cittadini”.
Lo dichiara Stefano Graziano capogruppo pd in commissione di vigilanza sulla Rai a margine della capigruppo al Senato che ha fatto slittare i termini per l’audizione dell’ad Rai Giampaolo Rossi e i recepimento del Freedom act.
“Presentata interrogazione Pd”
“Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti è in pieno caos informatico. Chiediamo al Governo di fare piena luce su quanto sta accadendo dal 9 febbraio scorso per l’avvio del nuovo sistema di protocollazione documentale che rischia di paralizzare l’intera macchina amministrativa, con ripercussioni gravissime su pagamenti, istruttorie e gestione dei fascicoli strategici”. Così Andrea Casu, vicepresidente della Commissione Trasporti della Camera e primo firmatario di un’interrogazione al ministro Salvini sottoscritta anche dai deputati dem Barbagallo, Bakkali, Ghio e Morassut.
“Parliamo di un progetto di digitalizzazione da circa 41,7 milioni di euro finanziato con i fondi del PNRR. È inaccettabile che un investimento di tale portata, destinato a modernizzare il Paese, si traduca in un blackout che rischia di configurarsi come interruzione di pubblico servizio. Mentre il ministro Salvini è impegnato in perenne propaganda, gli uffici del suo dicastero non sono in grado di visualizzare allegati o reindicizzare documenti essenziali”.
“Con la nostra interrogazione – conclude Casu – chiediamo al Ministero di chiarire immediatamente le cause tecniche di questo fallimento e quali misure urgenti siano state adottate per garantire la continuità operativa ed evitare che il malfunzionamento possa ripetersi. Il MIT gestisce dossier infrastrutturali vitali per l'Italia: l’inefficienza del dicastero non può mettere a rischio il rispetto delle scadenze europee e l’attuazione degli investimenti strategici”.
“A quattro anni dall'aggressione russa in Ucraina, un'invasione inaccettabile, che ha provocato milioni di vittime tra civili e militari e messo in discussione l'autonomia e la sovranità di uno Stato e di un'intera popolazione, la diplomazia italiana ha fatto immensi passi indietro. Come Partito Democratico siamo orgogliosi di aver sostenuto da subito la resistenza del popolo e delle istituzioni ucraine per affermare la loro libertà, la loro indipendenza e la forza del diritto internazionale. Come ha ricordato il Presidente Mattarella, è intollerabile che ancora oggi si provino a riscrivere i confini degli Stati con la forza e con i carri armati”. Lo dichiara il deputato Piero De Luca, capogruppo Pd in commissione Unione europea.
“Abbiamo sostenuto con tutte le forme di assistenza necessaria la popolazione ucraina: umanitaria, economico-finanziaria e militare. Ora – sottolinea l’esponente dem - chiediamo un'iniziativa diplomatica di pace sempre più forte e incisiva, con un elemento di chiarezza: non può essere un'intesa raggiunta sulla testa degli ucraini né senza il loro protagonismo. In questi anni l'Italia è purtroppo scivolata nelle retrovie della diplomazia internazionale. Con il presidente Draghi eravamo alla guida del treno insieme ad altri leader europei; ora non abbiamo più una linea, non abbiamo più un protagonismo perché siamo schiacciati sulle posizioni di Trump".
“A rischio – conclude De Luca - c'è la sicurezza, l'autonomia, la libertà e i valori del diritto internazionale che caratterizzano l'intera Europa. Chiediamo una pace giusta, sicura e duratura con garanzie precise: non una resa dell'Ucraina, ma uno strumento per riaffermare la sua autonomia e la sicurezza europea. Chiediamo al governo uno scatto d'orgoglio, che riporti l'Italia là dove le spetta, nel solco della grande tradizione diplomatica che caratterizza il nostro Paese”.
“Dopo un anno e mezzo la maggioranza ancora non vuole l’audizione dell’ad Rai Giampaolo Rossi e continua a fare melina. La convocazione resta per l’11 marzo, ma la maggioranza si oppone appellandosi all’articolo 11 del Regolamento, secondo cui è esattamente avvenuta la richiesta delle opposizioni. La maggioranza tiene in ostaggio la Commissione. E la Rai nel frattempo va a scatafascio”. Lo dichiara Stefano Graziano capogruppo Pd in commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai a margine della seduta odierna in commissione.