“La Corte costituzionale certifica le ragioni dei promotori e dei 13 milioni di cittadini che hanno votato il referendum per rimuovere il tetto di 6 mensilità alle indennità per licenziamenti illegittimi nelle imprese con meno di 15 dipendenti. Erano dalla parte giusta. La Corte lo ha fatto usando le stesse motivazioni per cui quel referendum era stato promosso: la forbice fra 0 e 6 mesi non permette al giudice di tenere conto delle circostanze in modo adeguato, e il numero dei dipendenti non è indicatore corretto della forza economica dell’impresa. La Corte sollecita un intervento normativo che dia seguito alla pronuncia di incostituzionalità. Solleciteremo il governo a rispondere a questa richiesta della Corte anche presentando nei prossimi giorni una proposta di legge sul tema”.
Così la deputata e responsabile Lavoro del Pd, Maria Cecilia Guerra, e il capogruppo dem in commissione Lavoro alla Camera, Arturo Scotto.
“Presentata interrogazione al ministro Piantedosi”
“Continuare a far subire discriminazioni ai bambini è una ingiustizia intollerabile, soprattutto se riguarda questioni basilari come l'ottenimento della carta di identità. Per questo chiediamo al ministro Piantedosi quali iniziative urgenti intenda adottare al fine di garantire la piena attuazione della sentenza della Corte Costituzionale e assicurare su tutto il territorio nazionale il riconoscimento effettivo dei figli di coppie omogenitoriali, nel rispetto del principio del superiore interesse del minore e del diritto all’uguaglianza”. Così la vicepresidente del Gruppo Pd alla Camera Valentina Ghio che, con i colleghi Bakkali, Scarpa, Furfaro, Forattini, Pandolfo, Ferrari, Girelli, Malavasi ha depositato un’interrogazione al ministro dell'Interno.
“Con la sentenza n. 68 del 22 maggio 2025, la Corte Costituzionale ha infatti dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 8 della legge n. 40 del 2004, nella parte in cui non prevede la possibilità per la madre non biologica, all’interno di una coppia formata da due donne, di essere riconosciuta come genitrice del minore nato in Italia a seguito di una procreazione medicalmente assistita effettuata all’estero, purché nel rispetto della normativa vigente nel Paese dove la procedura è stata eseguita. La pronuncia ribadisce inoltre che il superiore interesse del minore debba essere il principio guida del diritto di famiglia, anche qualora ciò implichi il superamento di modelli familiari tradizionali. Il figlio nato mediante tecniche di PMA, se voluto e cresciuto da entrambe le madri, ha il diritto di essere riconosciuto legalmente come figlio di entrambe. In diversi comuni italiani il riconoscimento della doppia maternità avviene da anni, in questi giorni è accaduto anche a Genova con la nuova amministrazione della Sindaca Salis, ma spesso ci sono molte difficoltà, in particolare di carattere burocratico e amministrativo.
Una delle criticità maggiormente segnalate riguarda la procedura di registrazione anagrafica e di rilascio della carta d’identità elettronica. Il sistema informatico in uso presso gli uffici anagrafici comunali, gestito dal Ministero dell’interno, prevede infatti esclusivamente due campi predefiniti: “madre” e “padre”. Questo schema impedisce tecnicamente l’inserimento del codice fiscale di una donna nel campo “padre”, generando un ostacolo diretto alla corretta registrazione del minore. Questa limitazione ha portato, in diversi casi, alla sospensione delle pratiche o al ricorso a soluzioni di ripiego, creando disparità di trattamento tra cittadini e gravi disagi per le famiglie. Chiediamo pertanto l’intervento del governo per garantire pienamente il rispetto di una sentenza e di questo diritto su tutto il territorio nazionale”, conclude Ghio.
“Non ci sorprende affatto che anche l’Ufficio del Massimario della Corte di Cassazione sollevi seri dubbi di legittimità costituzionale sul decreto Sicurezza voluto dal governo Meloni. È quanto da tempo sosteniamo e che, con coerenza, ribadiscono costituzionalisti, penalisti, le Camere penali e ora l’autorevole Ufficio del massimario della Corte di Cassazione”. Lo dichiara la deputata Debora Serracchiani, responsabile nazionale Giustizia del Partito Democratico.
“È singolare – prosegue l’esponente dem – che il presidente del Consiglio e il ministro Nordio si dicano stupiti o addirittura increduli di fronte a questi rilievi. Al contrario, ci saremmo aspettati maggiore rispetto per i principi costituzionali da parte di chi ha la responsabilità di aver scritto il provvedimento, visto che si tratta di un testo del governo. Il ministro Nordio, magistrato per quarant’anni, invece di liquidare con sarcasmo il parere della Cassazione, dovrebbe preoccuparsi del livello sempre più basso di qualità normativa raggiunto dal suo governo. Il decreto Sicurezza non fa sicurezza. Introduce misure che nulla hanno a che fare con la tutela dei cittadini e molto con la propaganda. Si passa da un panpopulismo emozionale a un vero e proprio sadismo penale: carcere per donne incinta e bambini, la pena per la resistenza passiva, la repressione del dissenso civile e pacifico. Si colpiscono lavoratori in presidio come accaduto a Bologna, smentendo le promesse fatte in Aula da esponenti della stessa maggioranza”.
“La denuncia del presidente Mattarella sulla drammatica condizione degli istituti penitenziari – conclude Serracchiani – impone al governo un cambio di passo che finora è mancato. Il decreto
Carcere, tanto sbandierato, si è rivelato inutile. Le carceri italiane restano sovraffollate, le condizioni di vita e di lavoro sono intollerabili. I suicidi tra detenuti e agenti sono un segnale drammatico. Il Partito Democratico continuerà a vigilare, a presentare interrogazioni, a ispezionare gli istituti e a chiedere soluzioni concrete. Il ministro Nordio si svegli”.
Sollevata questione di illegittimità costituzionale presso la Corte
“Il Tribunale di Torino ha sollevato questione di legittimità costituzionale sulla legge voluta dal ministro Tajani in materia di cittadinanza. Un passaggio giudiziario che conferma in pieno quanto abbiamo sostenuto con forza in Parlamento: quella norma è profondamente sbagliata, ingiusta e lesiva dei diritti fondamentali degli italiani nel mondo. Il tentativo del governo di restringere per via legislativa – e addirittura tramite decreto – il diritto alla cittadinanza ai discendenti degli italiani emigrati è un atto grave, che calpesta la storia e l’identità stessa del nostro Paese. L’Italia è una nazione costruita sulla migrazione. Dal 1876 a oggi, quasi 40 milioni di persone sono partite in cerca di futuro, portando con sé la lingua, la cultura e l’appartenenza italiana. Negare oggi il riconoscimento della cittadinanza ai figli e nipoti di quegli italiani significa recidere un legame storico e umano che ha reso l’Italia un Paese globale” così il vicepresidente del gruppo del Pd della Camera, Toni Ricciardi che rende noto che la Sezione specializzata in materia di Immigrazione del Tribunale di Torino ha accolto il ricorso che solleva la questione di legittimità costituzionale della nuova legge sull' Cittadinanza italiana che sarà adesso analizzato dalla Corte Costituzionale.
“La Toscana anche sul tema del fine vita è la terra dei diritti civili: la legge regionale rappresenta una iniziativa coraggiosa e necessaria che ha disciplinato per prima in Italia le procedure per l'assistenza sanitaria regionale al suicidio medicalmente assistito secondo le prescrizioni della Corte Costituzionale. Molto resta però da fare perché questa destra oscurantista sta dimostrando ancora una volta di non saper governare, non solo impugnando la normativa regionale, ma proponendo soluzioni divisive, ideologiche che calpestano la dignità e libertà personali”: così il segretario dem della Toscana e deputato Pd Emiliano Fossi intervenendo oggi al convegno “Fine vita tra libertà e diritti” alla Camera.
“Chi è Giorgia Meloni per decidere quanto debba soffrire una persona? Chi siamo noi, come Stato, per imporre a qualcuno di vivere anche quando resta solo dolore?". Lo ha dichiarato Marco Furfaro, capogruppo Pd in Commissione Affari Sociali e membro della segreteria nazionale, nel suo intervento durante il convegno “Fine vita tra libertà e diritti” alla Camera.
"La legge sul fine vita approvata dalla Toscana non obbliga nessuno. Applica con rigore i criteri fissati dalla Corte costituzionale affinché una persona possa dire “basta” a inutili sofferenze e sapere quali procedure seguire. Non è eutanasia di Stato, come dice la destra. È garantire il rispetto della dignità umana e della libertà. Per questo non solo difenderemo la legge toscana, ma rilanciamo: serve subito una legge nazionale sul fine vita. Una legge degna, che non arretri nemmeno di un millimetro rispetto alla sentenza della Corte Costituzionale. Non è possibile che il diritto a morire con dignità debba dipendere dal codice di avviamento postale. La politica deve avere il coraggio di affrontare la complessità. Noi non ci volteremo dall’altra parte, sapendo che una legge non cancella il dolore ma dà almeno dignità a chi lo vive. E questa è una delle più alte forme di umanità che la Repubblica può praticare”.
“Fine vita tra libertà e limiti”: questo il titolo del convegno sui contenuti e sulle finalità della Legge della Regione Toscana numero 16 del 2025 sull’accesso al suicidio medicalmente assistito che avrà luogo domani, mercoledì 18 giugno, presso la Sala Berlinguer del Palazzo dei Gruppi di Montecitorio dalle ore 10 alle ore 13.
L’appuntamento, promosso dall’associazione di promozione sociale Leo Foundation e dall’associazione Luca Coscioni, vuole rappresentare un primo momento di riflessione su un tema che non ha ancora una cornice nazionale, nonostante le sentenze della Corte costituzionale numero 242 del 2019 e 135 del 2024. Ricordiamo che la Legge Toscana, impugnata dal governo, è già stata comunque attuata il 17 maggio scorso.
Prenderanno parte all’evento, tra gli altri, Eugenio Giani, presidente della Regione Toscana; Filomena Gallo, segretaria Associazione Luca Coscioni; Beppino Englaro, della Fondazione Eluana Englaro; Marco Furfaro capogruppo Pd in Commissione Affari Sociali di Montecitorio; Emiliano Fossi deputato e segretario Dem della Toscana; Marina Sereni, responsabile nazionale Sanità Pd; Gianni Baldini, componente comitato promotore Legge sul Fine Vita Regione Toscana.
“Proprio questa mattina Svimez ha lanciato l’ennesimo avvertimento al Governo Meloni, stimando che i 2/3 della crescita del Mezzogiorno dipendono dalla piena attuazione del PNRR. Il Piano rappresenta un’opportunità enorme per i territori meridionali ma rischia anche di diventare un boomerang se le risorse non verranno spese interamente, visto che da quando la destra governa il Paese tanti investimenti e politiche pubbliche nazionali sono stati o amputati o addirittura abbandonati.”
Così Piero De Luca e Ubaldo Pagano, rispettivamente Capigruppo del Partito Democratico in Commissione Politiche dell’UE e in Commissione Bilancio a Montecitorio, a margine della Tavolo rotonda “34 & 40% al Sud”, tenutosi nel pomeriggio a Lamezia Terme.
“Per il Governo Meloni il PNRR è ad oggi un fallimento. Come se non bastasse, lo stesso Governo ha definanziato una serie di fondi ulteriori dedicati alle politiche di sviluppo del Mezzogiorno: a partire dal fondo perequativo infrastrutturale, fino ad arrivare al progetto della ZES Unica, passando per i miliardi di euro tolti al Fondo di Coesione e agli enti locali per finanziare il Ponte sullo Stretto. Oggi parlare di effettivo rispetto della clausola del 40% in favore del Sud è pura utopia, considerato che gli ultimi dati pubblici a riguardo sono fermi al 31 dicembre 2023. Un fatto che, purtroppo, non deve stupire, visto il totale disinteresse che questo Governo dimostra ogni giorno verso il futuro del Mezzogiorno e la completa assenza di trasparenza che contraddistingue il suo operato. Uno scenario che sarebbe stato addirittura peggiore se la Corte Costituzionale non avesse smantellato la follia secessionista dell’autonomia differenziata firmata da Calderoli.”
“Colpiscono i toni trionfalistici della maggioranza rispetto all'indagine conoscitiva sui LEP. Dalla relazione finale emergono enormi criticità rispetto all'impostazione e all'approccio seguito finora dal Governo rispetto all'autonomia differenziata, rilevando peraltro il «massiccio effetto demolitorio» della pronuncia della Corte costituzionale del 2024. Tutti gli auditi hanno chiarito gli ostacoli che tutt’oggi si frappongono a una piena e uniforme attuazione dei LEP sul territorio nazionale, tra cui in particolare quelli di ordine finanziario. L'assenza di risorse rischia solo di aggravare i divari territoriali esistenti. Peraltro, è emerso da tutte le audizioni l’esigenza di assicurare il pieno coinvolgimento del Parlamento, istituzione volta a di comporre la complessità del pluralismo istituzionale.
Come Partito Democratico abbiamo contestato il mancato recepimento di alcuni emendamenti volti a precisare ulteriormente il senso e la logica dei LEP nel nostro sistema costituzionale. Ed abbiamo criticato il riferimento nel testo ad un prossimo provvedimento annunciato dal Ministro per gli affari regionali e le autonomie, Calderoli, per la definizione dei LEP. Per noi la riforma spacca Italia va fermata del tutto. Non c'è modo di portarla avanti in queste condizioni senza aumentare irreparabilmente i divari nel Paese” così una nota dei componenti democratici nella commissione bicamerale questioni regionali, i deputati Piero De Luca, e Claudio Stefanazzi e il senatore Daniele Manca.
“Fratelli d’Italia ha perso ogni senso del limite e ogni rispetto istituzionale. Attaccare una sentenza della Corte Costituzionale è un fatto di estrema gravità. È inaccettabile che Fdi si permetta di mettere in discussione una delle massime garanzie democratiche del nostro ordinamento, solo perché una decisione non corrisponde alla propria ideologia.
È ancora più allarmante pensare che proprio questo partito, che oggi mostra disprezzo per l’equilibrio tra i poteri dello Stato, stia portando avanti il progetto di riforma in senso presidenzialista. Siamo davanti a una deriva preoccupante. Giorgia Meloni prenda le distanze dalle parole di Montaruli e chiarisca se l’attacco alla Consulta è una posizione personale o l’espressione di un disegno politico più ampio”.
Così in una nota la capogruppo del Partito Democratico alla Camera, Chiara Braga.
"La sentenza di oggi della Corte Costituzionale, che apre alla possibilità di estendere l’accesso alla procreazione medicalmente assistita anche alle donne single, è una notizia straordinaria. Finalmente un passo in avanti, di civiltà, in linea con i principi costituzionali e con la società del presente. I giudici hanno chiaramente espresso che non esistono ostacoli giuridici all’estensione dell’accesso alla PMA a nuclei familiari diversi da quelli attualmente previsti. Questo conferma la bontà della nostra battaglia: una battaglia per i diritti, per la libertà, per l’uguaglianza, per il futuro. Non si può continuare a discriminare in base allo stato civile o alla composizione familiare come sa fare bene questa destra. Adesso è il momento del Parlamento raccogliere l’indicazione della Corte e agire con responsabilità. Pochi giorni fa abbiamo depositato una proposta, chiediamo alla maggioranza di discuterne. La politica non può restare ostaggio della propaganda e dell’ignoranza". Lo dichiara Marco Furfaro, deputato del Partito Democratico, capogruppo in commissione affari sociali e promotore della proposta di legge per la modifica della Legge 40.
«Con la sentenza di oggi la Corte costituzionale ha finalmente rimosso un ostacolo ingiustificato al riconoscimento della genitorialità. È una decisione giusta, attesa da tempo, che restituisce dignità e diritti non solo alle madri intenzionali, ma soprattutto ai bambini e alle bambine nati grazie alla procreazione medicalmente assistita» – così l’on. Rachele Scarpa, deputata del Partito Democratico, commenta la decisione della Consulta sull’incostituzionalità del divieto per la madre intenzionale di riconoscere come proprio il figlio nato in Italia da PMA praticata all’estero.
«Questa sentenza mette al centro l’interesse del minore e afferma con chiarezza un principio fondamentale: chi si assume la responsabilità di generare un figlio attraverso un percorso consapevole, non può essere escluso dal suo riconoscimento giuridico. Lo Stato deve garantire protezione e stabilità, non ostacolarle» conclude Scarpa.
“Con il CdM di ieri il Governo dichiara ufficialmente guerra alla Corte Costituzionale, aprendo un altro gravissimo conflitto tra poteri dello Stato. Nella stesura del DDL delega sui Livelli Essenziali delle Prestazioni, il Ministro Calderoli ha soltanto fatto finta di ascoltare i richiami della Consulta e seguirne le indicazioni. Al contrario, ha presentato un testo che ricalca ostinatamente i profili di incostituzionalità che erano stati rilevati con la sentenza di dicembre. È chiaro, ormai, che Calderoli e la Lega stanno combattendo una battaglia personale contro gli interessi della Repubblica e le istituzioni preposte a garantirne l’unità, nel colpevole silenzio degli alleati di Governo, nazionalisti soltanto nei simboli di partito.”
Così Claudio Stefanazzi, deputato del Partito Democratico, componente della Commissione Finanze a Montecitorio.
“Il testo presentato dal Governo non fa altro che aggirare le censure della Corte, soprattutto su due aspetti cardine: in primis, dettando principi e criteri direttivi oltremodo generici, incapaci di orientare le decisioni su standard che riguardano diritti di primaria importanza per i cittadini; in secondo luogo, mancando ancora una volta di indicare le coperture necessarie per permettere agli enti territoriali di garantire con effettività ed efficacia i servizi e le prestazioni legate ai nuovi LEP. Nei prossimi mesi, e ben prima che la Corte possa intervenire nuovamente, vedremo certamente altre forzature. Perché, occorre ricordarlo, il problema non è soltanto nei criteri e nelle risorse, ma anche nella Commissione tecnica per i fabbisogni standard che svolgerà tutto il lavoro a monte. Una Commissione che soffre di un insopportabile conflitto di interessi, a partire dalla sua Presidente, per anni stretta collaboratrice di Zaia alla Regione Veneto e parte integrante della delegazione che trattò le intese per l’autonomia.”
“Come si può avere un minimo di fiducia verso una classe dirigente che da due anni cerca esplicitamente di dividere il Paese in due? Anche in questo caso e come avvenuto per l’autonomia continueremo a dare battaglia in tutte le sedi, dai tribunali alle piazze. Perché la Repubblica - conclude Stefanazzi - è e deve restare una e indivisibile.”
Parlamento approvi presto legge di civiltà
“Vergognoso atteggiamento della destra sulla legge sul fine vita che da tempo avrebbe dovuta essere approvata dal Parlamento nel rispetto delle sentenze della Corte Costituzionale. Al Senato i relatori della legge non hanno presentato in commissione il testo unificato, impedendo di fatto il proseguo dell’iter del provvedimento. Ha fatto bene il collega Alfredo Bazoli ad abbandonare, di fronte ad una palese e grave inadempienza, il comitato ristretto anche per denunciare l’atteggiamento dilazionatorio ed inconcludente delle destre, che è, come ormai è chiaro, conseguenza della spaccatura al loro interno. E’ inammissibile che non si approvi una legge di civiltà che rispetti la volontà del cittadino malato tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale, come l’idratazione e l’alimentazione artificiale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di intollerabili sofferenze fisiche o psicologiche, ma che resta pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli”.
Così il deputato democratico e segretario di Presidenza della Camera, Stefano Vaccari.
“La decisione del Governo di presentare un disegno di legge sui Lep è un atto grave e preoccupante. Una materia così delicata e centrale per l’unità del Paese dovrebbe essere discussa in Parlamento, non decisa unilateralmente dall’esecutivo” – dichiara il capogruppo democratico in Commissione Difesa alla Camera, Stefano Graziano. “La maggioranza è formalmente in crisi – aggiunge Graziano - oggi i ministri leghisti, con Salvini e Giorgetti in testa, si sono rifiutati di votare in Consiglio dei Ministri. Un fatto di estrema gravità che, in altre stagioni, avrebbe spinto la Presidente del Consiglio a salire al Quirinale. E aggravato dal fatto che alla sfiducia è seguito il vero e proprio ricatto politico della Lega, che ha imposto il ddl sui LEP nel tentativo di rilanciare il disegno secessionista già bocciato dalla Corte Costituzionale, perché pericoloso e fallimentare. Un progetto che rischia di dividere il Paese e compromettere l’uguaglianza dei cittadini nell’accesso ai diritti fondamentali. La misura è colma, e di fronte a questi strappi istituzionali – conclude Graziano – deve essere ancora più forte la spinta a partecipare e votare ai referendum dell’8 e 9 giugno”.