“Come si spegne una democrazia? Il governo, anche se ignaro di utilizzare il principio di Chomsky, usa la democrazia con il metodo della rana e dell'acqua che bolle: uccide la democrazia poco alla volta lasciandola adagiare come la rana nell'acqua bollente finché non sarà più in grado di reagire e perirà. Così si riassume il dl Sicurezza, un provvedimento che mina e uccide passo per passo la democrazia. Spegne la democrazia acclimatando le persone, facendole disinteressare, fingendo di coccolarle e nel frattempo le fa bollire”. Lo dice il deputato Toni Ricciardi, vicepresidente del Gruppo Pd, intervenendo in Aula durante la discussione sul Dl Sicurezza.
“Il decreto sui rave party – continua l'esponente dem elencando i provvedimenti messi in atto dal governo - il bavaglio alla libertà di stampa, la punizione della resistenza passiva, i figli di tre anni in carcere per i reati commessi dalle madri, la revoca e il blocco della trasmissione della cittadinanza degli italiani all'estero, il divieto dello sciopero e la concessione dell'uso di più armi, sono tutti atti di questo governo”. “La domanda che dobbiamo porci è dunque se ha ancora senso il ruolo che il Parlamento svolge? In altri termini ha ancora senso parlare di democrazia rappresentativa o addirittura parlare di democrazia in Italia?”, conclude Ricciardi.
“Oggi, più che discutere un decreto legge, assistiamo alla celebrazione di una crisi profonda del Parlamento repubblicano”. Lo ha detto in Aula alla Camera, il deputato dem Gianni Cuperlo, intervenendo durante la discussione generale sul decreto sicurezza.
“Il confronto parlamentare - ha proseguito l’esponente Pd - è stato pressoché inesistente. Interi capitoli, come quello sulla canapa, sono stati ignorati. Eppure centinaia di costituzionalisti, magistrati, avvocati hanno lanciato un grido d’allarme, rimasto inascoltato. L’impianto del decreto è figlio di un panpenalismo propagandistico che nulla ha a che vedere con una reale tutela della sicurezza. Si criminalizzano forme di protesta pacifica, si colpisce il dissenso civile, si sovrappone la detenzione amministrativa a quella penale, come nei centri per stranieri, e si reintroduce il reato di blocco stradale, un residuo del 1948 che oggi si trasforma in uno strumento repressivo verso giovani, operai, ambientalisti che manifestano pacificamente, per non parlare dell’aberrazione di prevedere il carcere per madri con figli piccoli”.
“Questo decreto – ha concluso Cuperlo – svilisce i principi della nostra Costituzione e sacrifica la democrazia sull’altare di un patto di potere. Ma sappiate che noi continueremo a opporci, con la schiena dritta, dentro e fuori quest’Aula. Perché la sicurezza non si conquista calpestando le libertà”.
“Questo è l'ennesimo, pessimo, decreto che aumenta solo le pene e i reati in una logica di mero populismo penale. Non affronta mai le cause profonde che creano i reati ma agisce solo sulle emozionalità di fatti sotto l'occhio dei media. La sicurezza del governo, a invarianza di bilancio, non interviene mai in maniera strutturale. Quale sicurezza si garantisce al Paese mandando in carcere i bambini fino a 3 anni figli di donne che devono scontare una pena, condannandoli a vivere i primi anni di vita fra le sbarre?”. Lo dichiara la deputata Simona Bonafé, vicepresidente del Gruppo Pd, intervenendo durante la discussione sul decreto Sicurezza a Montecitorio,
“Con questo decreto – continua l'esponente dem - si equiparano i condannati ai semplici denunciati, la resistenza passiva ad un atto di violenza: alla faccia del principio di garantismo e dello spirito della nostra Costituzione”. “Con un iter condito dalla doppia tagliola degli emendamenti e le dichiarazioni di voto in Commissione, di forzatura in forzatura, il governo continua a svilire il ruolo del Parlamento. Una cosa è certa, per la maggioranza il tema della sicurezza è solo propaganda”, conclude Bonafè.
“Da Feltri parole inaccettabili e sessiste”. Il partito democratico ha presentato una interrogazione parlamentare in vigilanza Rai per sapere dal Presidente e dall’Amministratore delegato della RAI, “quali opportune e tempestive iniziative intenda assumere con urgenza la Rai che in qualità di servizio pubblico e di principale azienda culturale del Paese, non può derubricare un episodio di tale gravità e per evitare che possano ripetersene di analoghi”. L’interrogazione si riferisce alla trasmissione “Donne sull’orlo di una crisi di nervi”, condotta da Piero Chiambretti e andata in onda su Rai 3 il 22 maggio in cui si faceva riferimento alle infelici espressioni del Ministro Nordio che ha consigliato alle donne vittime di violenza di rifugiarsi in chiesa o in farmacia. Il conduttore - scrivono i democratici - si domandava dove avrebbero potuto andare le donne vittime di violenza se avessero trovato chiese e farmacie chiuse. Al che Feltri commentava: “A casa mia. Se sono bone”.
Siamo davanti - aggiungono i dem - a una evidente, vergognosa ed inaccettabile frase sessista e violenta, che colpisce tutte le donne vittime ogni anno di violenza e di maltrattamenti, che offendono la memoria di tutte le donne uccise per mano di un uomo, e che evidenziano ancora una volta come, colpevolmente, anche da parte del servizio pubblico, non sia adeguatamente compresa la gravità di certe espressioni.
Inoltre - sottolineano - è di tutta evidenza che quanto affermato da Vittorio Feltri durante il programma in oggetto viola apertamente sia il Contratto nazionale di servizio tra il Ministero delle imprese e del made in Italy e la Rai - Radiotelevisione italiana S.p.a che all’articolo 2 comma 2 prevede espressamente che “L'offerta di servizio pubblico deve essere improntata (…) al contrasto di ogni forma di violenza, discriminazione e discorsi d'odio”, sia il Regolamento della Agcom contro Hatespeech ("Regolamento in materia di tutela dei diritti fondamentali della persona ai sensi dell'articolo 30 del Decreto Legislativo 8 novembre 2023, n. 208)”. L’interrogazione è stata presentata con la prima firma di Ouidad Bakkali, a cui seguono quella del capogruppo Stefano Graziano e di tutti i componenti dem in vigilanza.
"Ho visitato oggi la casa circondariale di Grosseto per verificare le condizioni sia dell'istituto sia dei detenuti. Pur essendo una struttura piccola, soffre dei problemi di tutto il sistema carcerario italiano. Su una capienza regolamentare di 15 persone, al momento sono ne sono detenute 26 che in alcune circostanze diventano 30. E prossimamente potrebbero arrivare a 33, come richiesto da una recente nota. Stiamo parlando del doppio: un numero che incide pesantemente sulla possibilità di svolgere attività trattamentali adeguate che permettano percorsi di recupero indispensabili a reinserire i detenuti nella società e scongiurare il rischio di recidiva. Nonostante gli ammirevoli sforzi della direttrice Maria Teresa Iuliano e del personale, la carenza degli spazi rimane determinante. Come sappiamo, il problema del sovraffollamento riguarda tutte le carceri italiane. Ma a fronte di questo il governo Meloni, invece di pensare misure risolutive, continua a inventare nuovi reati e ad alzare le pene. Lo fa anche con il cosiddetto "decreto sicurezza" che dovremmo chiamare "decreto repressione". Un provvedimento che prevede, tra l'altro, nuovi reati per i detenuti anche in caso di resistenza passiva, cioè totalmente non violenta.
Anche sul fronte del personale, nel carcere di Grosseto ci sono delle carenze. In particolare mancano almeno due persone per la contabilità e questo compromette, tra le altre cose, la possibilità dell'uso dei fondi disponibili. Inspiegabilmente, nonostante le richieste della direttrice, Grosseto è stata esclusa dalle liste di mobilità e dalle sedi disponibili per il concorso recentemente bandito. Su questo presenterò una interrogazione parlamentare al ministro Nordio per capirne le ragioni". Lo dichiara Laura Boldrini deputata PD e Presidente del Comitato permanente della Camera sui diritti umani nel mondo, a margine della visita oggi alla Casa circondariale di Grosseto.
“Le norme antimafia sono materia seria, complessa e delicata. Meritano rigore, trasparenza e rispetto — non bracci di ferro né scorciatoie legislative. Le difenderemo con determinazione nel corso dell’esame parlamentare, perché non si possono trattare come un fastidio da aggirare. Dalla Lega, invece, arrivano solo nervosismo e una preoccupante sgrammaticatura istituzionale. Le poltrone e il potere sembrano dare alla testa a Salvini, che si comporta come se fosse al di sopra di ogni critica, di ogni richiamo, di ogni equilibrio. Ma in democrazia non esiste qualcuno “al di sopra”: esistono regole, controlli, bilanciamenti tra poteri, che sono il fondamento della nostra Repubblica.
Ma come dice il vecchio adagio: più ti monti la testa, più ti fai male quando cadi” così Marco Simiani, capogruppo Pd in commissione ambiente della camera dove sarà discusso nei prossimi giorni il decreto infrastrutture commenta le dichiarazioni della Lega.
Strozzano la discussione sul decreto sicurezza, attaccano la Consulta, arrivano a scavalcare le indicazioni del Quirinale. Questa è la destra al governo: priva del rispetto delle istituzioni, dei ruoli e dei contrappesi. Oggi Salvini trascina il governo in una pericolosa escalation contro il più alto livello di garanzia istituzionale. La nota del ministero che sembra la fotocopia di quella del partito del vicepremier è un tentativo palese di piegare le istituzioni a fini politici e mina la credibilità e l’autorevolezza dello Stato stesso: Salvini, l’Antimafia vuole farla a modo suo e non riconosce gli strumenti ordinari già esistenti e peraltro più restrittivi, chiamati a garantire trasparenza per un’opera che coinvolgerà centinaia di imprese e migliaia di lavoratori come il Ponte sullo Stretto. Se il vicepremier attacca il Colle, Meloni non può tacere: è suo dovere prendere immediatamente le distanze da queste derive e richiamare Salvini al rispetto del ruolo che ricopre e delle istituzioni che rappresenta.
Così in una nota Chiara Braga, capogruppo Pd alla Camera dei Deputati
“Con il decreto Sicurezza destra e governo portano un violento attacco alle libertà individuali e collettive. Una vera e propria repressione del dissenso per creare sudditi invece che cittadini. D'altronde le stesse modalità di discussione parlamentare del provvedimento, con la chiusura frettolosa e con metodi autoritari avvenuta oggi in commissione, attestano visioni liberticide per cercare di reprimere e criminalizzare in spregio allo spirito della nostra Costituzione. Il decreto consente l’applicazione arbitraria e non oggettiva della norma perché la linea securitaria si consolida con definizioni vaghe e imprecise. Svolta illiberale e criminogena che esaspera la già critica situazione nelle carceri e nei contesti caratterizzati da una forte marginalità sociale. Nessun investimento per la sicurezza urbana, per la prevenzione dell’illegalità e del disagio sociale. Ancora una volta ad essere colpiti sono le categorie più fragili. Annientata tra l'altro la filiera della canapa dove è stato posto un divieto che non ha ragione di essere sul piano scientifico e della Sicurezza. Tutto questo si traduce in nessun miglioramento per i cittadini. In uno Stato di diritto il dissenso in assenza di violenza merita di essere accolto e ascoltato: con il Dl Sicurezza invece si interviene esclusivamente per censurarlo e criminalizzarlo. Il Governo sta cercando di governare con la paura. Una torsione autoritaria inaccettabile“.
Così Stefano Vaccari, capogruppo Pd in Commissione parlamentare d’inchiesta sugli Ecoreati e segretario di Presidenza della Camera.
“La maggioranza oggi ha scritto una pagina nera nella storia parlamentare. Il decreto sicurezza ha concluso il suo iter nella commissioni congiunte della Camera Affari Costituzionali e Giustizia alla Camera con forzature regolamentari e atteggiamenti della maggioranza degne dell’Ungheria di Orban.
Sul decreto cosiddetto “sicurezza” è stata concessa la discussione di meno della metà degli emendamenti presentati dalle opposizioni(160 respinti e ben 239 erano ancora restanti) e di entrare nel merito di meno della metà degli articoli (14 su 38).
L’uso della “tagliola” da parte dei due Presidenti dì Commissione, in questo caso, non era autorizzato da scadenze imminenti di conversione del decreto legge. E’ stata una forzatura nella logica del “voglio, posso e comando” con buona pace della democrazia parlamentare.
Ai deputati di maggioranza il governo ha imposto il ritiro dei loro emendamenti e il silenzio totale, assoluto è stata la scelta dei commissari e dei relatori di maggioranza su quelli dell’opposizione.
Sono stati respinti tutti gli emendamenti dell’opposizione senza il minimo confronto.
Nei contenuti questo decreto affonda le sue radici nella cultura delle democrazie autoritarie e non certo in quelle della nostra Costituzione.
La battaglia parlamentare contro questo decreto non finirà certamente qui, ma oggi è stato fatto strame del regolamento con un inaccettabile atto di protervia e arroganza politica e istituzionale”.
Lo ha detto intervenendo in Commissione Affari Costituzionali l’on. Federico Fornaro, dell’ufficio di presidenza del gruppo PD alla Camera dei deputati.
"Proprio su un tema come questo con un decreto che ha recepito un intero ddl che era in discussione da un anno, si fa un'ennesima forzatura anche nella gestione dei tempi in Commissione applicando la tagliola perfino sulle dichiarazioni di voto. E' una forzatura inaccettabile su un decreto su cui già, tra l'altro, sappiamo che verrà posta la fiducia. Siamo in presenza di una torsione autoritaria che punta a comprimere gli spazi di dibattito. Chiediamo al presidente Fontana di garantire che siano rispettate le prerogative delle opposizioni dopo che già il Parlamento è stato scippato della possibilità di discutere. Chiediamo al presidente Fontana di intervenire" così la capogruppo del Pd alla Camera, Chiara Braga
“Dopo la minaccia della tagliola sugli emendamenti, ora la maggioranza minaccia di applicarla anche alle dichiarazioni di voto. Una doppia tagliola che rappresenta una forzatura inaudita e un precedente gravissimo per il funzionamento del Parlamento. Si tratta di una scelta autoritaria che comprime in modo inaccettabile il dibattito democratico, tanto più su un decreto che non ha alcuna urgenza reale legata alla scadenza e che contiene misure altamente controverse.
Ci appelliamo al Presidente della Camera, Lorenzo Fontana, affinché eserciti pienamente il suo ruolo di garanzia e tuteli le prerogative delle opposizioni” così i capigruppo del Pd nelle commissioni Affari Costituzionali e Giustizia della Camera, Simona Bonafè e Federico Gianassi.
“L’ipotesi di applicare la tagliola sul decreto attualmente in discussione in commissione rappresenterebbe uno strappo inaccettabile e inaudito alle regole del confronto democratico. La maggioranza, ricorrendo a questo strumento, si appresta di fatto ad azzerare il dibattito parlamentare su un provvedimento che presenta gravi criticità e che, in modo preoccupante, mira a limitare le forme di dissenso nel nostro Paese. La maggioranza si fermi. È molto grave che anche solo la minaccia dell’applicazione della tagliola venga utilizzata come strumento di intimidazione nei confronti delle opposizioni, nel tentativo di silenziare ogni voce critica. Questo atteggiamento mina le fondamenta del confronto democratico e del ruolo del Parlamento come luogo di discussione e mediazione politica. Di fronte a un simile scenario, non possiamo restare in silenzio. Difendere il diritto al dibattito e alla rappresentanza è una responsabilità che riguarda tutte le forze democratiche” così i capigruppo di PD, M5S, AVS, IV e +Europa delle commissioni affari costituzionali e giustizia della camera alla ripresa dell’esame del decreto sicurezza.
“Le parole del Ministero delle Infrastrutture suonano come una clamorosa ammissione: solo ora, a decreto approvato, si accorgono che servono norme più forti contro le infiltrazioni mafiose sul Ponte sullo Stretto? Ma dov’era il Ministero quando quel decreto è stato scritto? E Salvini, che lo ha firmato, ora si smarca scaricando la responsabilità?” così il capogruppo del Pd in commissione trasporti della Camera, Anthony Barbagallo che sottolinea come “il Pd ha più volte espresso in parlamento, restando inascoltato, forti preoccupazioni sui rischi concreti di infiltrazioni da parte della criminalità organizzata”.
“La verità - aggiunge Barbagallo - è che il governo ha approvato un provvedimento fragile, lacunoso e pericoloso, che apre la porta a potenziali infiltrazioni criminali e solleva enormi dubbi su trasparenza e controlli.
Non solo: si svuotano le casse degli investimenti per le infrastrutture nel Mezzogiorno per finanziare un’opera estremamente costosa, dai benefici ancora tutti da dimostrare. Mentre le strade e le ferrovie del Sud restano al palo, il governo sceglie di concentrare miliardi su un progetto discutibile, senza garanzie di legalità né ritorni reali per i territori.
Il Parlamento dovrà intervenire con decisione per colmare gravi omissioni, garantire legalità e difendere gli investimenti realmente utili al rilancio del Sud”.
A rischio la sicurezza dei cittadini
“Il governo continua a colpire i territori con tagli insostenibili che mettono a rischio la sicurezza e la vivibilità delle nostre comunità. Per questo ho presentato un’interrogazione al ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti per chiedere conto delle gravi riduzioni di risorse destinate alla manutenzione straordinaria della viabilità provinciale e metropolitana”. Così il deputato Virginio Merola, capogruppo Pd in commissione Finanze.
“La nota del Ministero del 16 maggio 2025 – prosegue l’esponente dem – conferma una nuova decurtazione delle risorse previste dal decreto n. 101/2022, che si somma ai tagli già stabiliti nella Legge di Bilancio per il 2025 e dal decreto-legge n. 202/2024, per un totale di 175 milioni di euro in meno nel biennio 2025-2026. Si riducono inoltre drasticamente gli stanziamenti previsti dalla legge n. 205/2017, con un taglio complessivo di 660 milioni entro il 2029.”
“A lanciare l’allarme – conclude Merola – sono direttamente i territori, preoccupati per lo stop a cantieri cruciali soprattutto nelle aree interne colpite da alluvioni e calamità. In Emilia-Romagna le province perdono fino al 70% delle risorse previste: Bologna, ad esempio, perderà 6,9 milioni di euro tra il 2025 e il 2026. Chiediamo al ministro Salvini come intenda garantire sicurezza e accessibilità per i cittadini, di fronte a un evidente disimpegno dello Stato”.
“Il governo fa cassa con la sicurezza stradale tagliando ulteriormente le risorse per la manutenzione delle strade in tutto il Paese. Il taglio nazionale è di 385 milioni di euro per gli anni 2025 e 2026, oltre 34 milioni per la sola Sicilia. Si tratta di una riduzione che nelle province di Enna e Messina è pari al 70 per cento delle somme originariamente stanziate”.
Lo dichiara la deputata Pd, Maria Stefania Marino, sul decreto di ripartizione del ministero delle Infrastrutture e Trasporti.
“Entrando nel dettaglio delle zone marginali dell’isola - aggiunge - nella provincia di Enna si passa da oltre 2 milioni e 860mila euro a 860mila euro, mentre in provincia di Messina da quasi 9 milioni di euro a 2 milioni e 600mila euro. Si tratta di riduzioni devastanti che andranno sicuramente a incidere sulla viabilità locale già a rischio a causa di una morfologia territoriale impervia e con assi viari da modernizzare. Il governo Meloni - conclude - penalizza ancora una volta i cittadini con la diretta complicità del ministro Salvini”.