“Sul caso dei mancati finanziamenti al documentario su Giulio Regeni il ministro Giuli sosteneva di non avere responsabilità, oggi invece giustifica con questa vicenda le dimissioni del suo staff al Ministero. Evidentemente qualcosa non torna e sarebbe opportuno fare piena chiarezza. In ogni caso, non può passare inosservato che ancora una volta il Ministero della Cultura – che la destra aveva indicato come il laboratorio di una nuova egemonia culturale – sia travolto da tensioni e scontri continui interni a FdI. È l’ennesima conferma del fallimento totale delle politiche culturali del governo
In questa legislatura”. Lo dichiara Irene Manzi, capogruppo Pd in Commissione Cultura alla Camera.
Verranno rilasciati finalmente da Israele gli attivisti Said e Thiago, dopo che per 9 giorni sono stati detenuti illegalmente e in condizioni drammatiche nelle carceri israeliane.
Sono stati vittima di un rapimento soltanto perché avevano deciso di partecipare a una missione umanitaria come la Global Sumud Flotilla. Nethanyahu dovrà spiegare per quale motivo ancora una volta il suo governo ha agito in maniera del tutto arbitraria, senza alcun capo di accusa concreto, ignorando qualsiasi regola del diritto internazionale. Quello che è accaduto ancora una volta dimostra che l’Italia e l’Europa devono dare un segnale netto al governo israeliano che rompa con la stagione dell’impunitá: va sospeso l’Accordo Ue-Israele.
Chi viola i diritti umani va isolato dalla comunità internazionale.
Così sui social il deputato del Pd Arturo Scotto.
“La libertà e l’autonomia della Biennale sono sacrosante, ma libertà non significa licenza di propaganda illiberale come quella che sta andando in onda a Venezia”. Lo dichiara Piero De Luca, capogruppo Pd in commissione Affari europei della Camera, commentando le parole del vicepremier Matteo Salvini alla Biennale di Venezia. “Salvini come Giuli non è un passante o turista. Non può fingere di mettere fine con una battuta o una passerella ad un cortocircuito politico di livello internazionale creato anche dal governo di cui è vicepresidente del Consiglio. Palazzo Chigi ha definito quanto accaduto alla Biennale un pasticcio, ma i pasticci hanno sempre dei responsabili. Il governo aveva tutti gli strumenti politici e istituzionali per impedire che la propaganda russa sbarcasse in laguna e inquinasse questa edizione della Biennale. Il governo, che esprime il presidente della Biennale, aveva il dovere di aprire un confronto serio e assumere una posizione chiara. Invece ha agito con strappi, personalismi e scaricabarile. È troppo facile attribuire ogni responsabilità solo a Buttafuoco: il presidente della Biennale e il governo sono responsabili allo stesso modo di questo caos”, conclude De Luca.
“Ho partecipato alla Conferenza stampa della Fp-Cgil. I numeri che sono stati dati sulle pensioni nel pubblico impiego ci spiegano integralmente il fallimento del governo. Avevano promesso di abolire la Legge Fornero e i calcoli dello studio del sindacato ci parlano di un furto di futuro, fino ad arrivare alla clamorosa soglia di 49 anni e 2 mesi per andare in pensione nei prossimi anni in alcuni settori. Siamo davanti a un tradimento: con la destra al governo si andrà in pensione più tardi e con meno rendimenti contributivi. Chiederemo subito di calendarizzare in audizione con i sindacati e l’INPS dopo la denuncia della Fp-Cgil”.
Così il capogruppo Pd in commissione Lavoro alla Camera, Arturo Scotto.
“Sentire parlare del commissariamento della Sanità pubblica del Molise, come provvedimento straordinario dopo 17 anni, non è certo un ritratto realistico. Le gestioni straordinarie sono limitate nel tempo per risolvere una contingenza, ma dopo 17 anni diventano strutturali come scelta del governo di governare una Regione ledendo la sua autonomia costituzionale”. Lo dichiara la Capogruppo PD in Commissione Affari sociali, Ilenia Malavasi durante l'interpellanza urgente al governo per chiedere il superamento del commissariamento sanitario in Molise.
“Cosa ci sta a fare un commissario – avverte la parlamentare - se il disavanzo della Sanità molisana continua a crescere? È un fallimento totale. E anche questa volta si penalizzano le aree più interne del Paese e quelle con maggiori fragilità”.
“Il taglio dei servizi essenziali come il punto nascita dell'Ospedale di Isernia, la trasformazione dell'Ospedale di Agnone in Ospedale di comunità, la.soppressione dell'emodinamica di Termoli, il taglio delle guardie mediche e dei servizi di continuità assistenziale – continua la dem - significa scegliere un destino nefasto per il Molise e costringere le persone ad abbandonarlo. Il SSN deve essere garantito su tutto il territorio attraverso una rete capillare vicina a ogni cittadino. Non è così per il Molise dove il solo ospedale Cardarelli di Campobasso resterà l'unica struttura provvista di tutti i servizi essenziali. Ma i 60 minuti di 'presa in carico' di cui parla il sottosegretario Durigon sono un tempo enorme se si parla di un'emergenza sanitaria, non è un tempo accettabile per la garanzia della cura e la tutela della vita”. “Il governo sta abbandonando il Molise e i suoi cittadini, impoverisce zone già fragili di servizi essenziali, un'irrazionale desertificazione che aumenterà i costi dei cittadini - già penalizzati da una delle più alte tassazioni del paese - costretti a rivolgersi alle cure private. Il governo si fermi e apra un confronto reale con il territorio, con la Regione, gli enti locali, i sindacati e il Terzo settore per arrivare a scelte condivise e non calate dall'alto, per definire insieme un cronogramma chiaro per uscire dal commissariamento e rilanciare la sanità pubblica molisana. Il Molise e i suoi cittadini meritano di non essere abbandonati, meritano rispetto e diritti. A noi sembra il minimo sindacale e per questo ci batteremo in ogni sede e con ogni strumento, sempre al fianco dei cittadini e delle cittadine molisane” conclude Malavasi.
“Non permetteremo al governo Meloni di cancellare il pieno esercizio delle libertà sindacali. Lo strappo generato nei confronti delle lavoratici e dei lavoratori del comparto della logistica e trasporto merci dopo che la Commissione di garanzia sull'attuazione della legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali ha adottato un orientamento interpretativo che estende l'applicazione della legge n.146 del 1990 in materia di sciopero, deve essere corretto al più presto”. Lo dichiara il deputato PD Andrea Casu, intervenendo in replica al Sottosegretario al Lavoro Carlo Durigon durante un'interpellanza urgente alla Camera.
“Le sigle sindacali – continua il dem - hanno evidenziato come tale scelta possa determinare rilevanti criticità sotto il profilo costituzionale, sistematico e applicativo, alterando un equilibrio consolidato in oltre trent'anni di prassi e giurisprudenza.”
“Il compito del governo – avverte Casu - è quello di intervenire subito per tutelare i lavoratori. Come è stata presa questa decisione? Non si è fatta alcuna valutazione prima su quello che potevano essere gli effetti, solo dopo sui danni che sono stati causati. Per questo la delibera deve essere immediatamente ritirata, senza confronto permanente con le associazioni sindacali, le imprese e studi di settore accurati per gli interventi futuri voi non aiutate ma condannate la logistica italiana”. “Servono risposte concrete e condivise per garantire le risorse necessarie al comparto e allo sviluppo tecnologico necessario a migliorarne l'efficienza e la competitività. Il sostegno che si deve dare alle aziende del nostro Paese non può essere sulle pelle e i diritti dei lavoratori, i problemi non si risolvono comprimendo il diritto di sciopero ma colpendo gli abusi”, conclude Casu.
“La tanto annunciata riforma della portualità, che il Governo continua a presentare come una svolta storica per il sistema dei porti italiani, si sta rivelando un’operazione costruita su basi fragili. Stiamo esaminando il nuovo testo dopo le modifiche apportate a quello approvato il 22 dicembre e continueremo ad approfondirne i contenuti, ma emergono già elementi che ne evidenziano l’incoerenza”, dichiara la vicepresidente del gruppo PD alla Camera Valentina Ghio
“La contraddizione più evidente riguarda il capitale della nuova Porti d’Italia S.p.A.: sulla carta le vengono attribuite funzioni sempre più ampie e strategiche, ma oggi il capitale previsto passa da 500 milioni a 10 milioni di euro. Una riduzione drastica a dir poco, arrivata dopo le proteste dei territori e del cluster portuale contro la sottrazione di risorse indispensabili a investimenti e operatività locali. Se la nuova società dovrà davvero svolgere i compiti previsti dalla riforma, e non trasformarsi in un semplice contenitore politico e poltronificio, avrà inevitabilmente bisogno di risorse consistenti. Il Governo, però, tenta di aggirare il problema scaricando il peso economico sui territori, affidando alla Conferenza dei presidenti delle Autorità di sistema portuale il compito di stipulare convenzioni, e quindi anche per reperire le risorse necessarie al funzionamento della società. In sostanza, dopo aver ridotto formalmente il capitale per placare le proteste, si rischia di sottrarre comunque fondi ai porti rigirando la frittata ai Presidenti. Un meccanismo opaco che scarica responsabilità politiche e finanziarie sulle Autorità portuali, mettendo a rischio investimenti, manutenzioni e sviluppo dei singoli scali”, prosegue Ghio.
“Siamo davanti all’ennesima riforma annunciata con toni trionfalistici ma priva di una reale sostenibilità economica e senza una visione chiara del rapporto tra governance nazionale e autonomia dei territori portuali. Il rischio concreto è quello di produrre nuova confusione, ulteriore burocrazia e sovrapposizioni amministrative, esattamente il contrario delle semplificazioni annunciate. Resta inoltre sullo sfondo un progressivo svuotamento delle funzioni e dell’autonomia delle Autorità di sistema portuale, con un ruolo sempre più marginale per Regioni e città portuali. Continueremo ad analizzare il testo e a verificarne nel dettaglio tutte le conseguenze, ma il primo impatto evidenzia già incertezza, confusione e una profonda mancanza di chiarezza sull’effettiva sostenibilità dell’impianto normativo”, conclude.
“Altro che coinvolgimento del Parlamento: la maggioranza si sta stringendo nei ranghi attraverso continui vertici di governo e riunioni tra leader, che renderanno ancora più difficile ogni reale confronto parlamentare sulla riforma della legge elettorale” lo dichiara Simona Bonafè, capogruppo Pd nella Commissione Affari costituzionali della Camera.
“Evidentemente - prosegue Bonafè - alle parole di apertura verso un dialogo con le opposizioni non corrispondono i fatti. Il susseguirsi di incontri ristretti conferma invece una tendenza all’irrigidimento e alla gestione totalmente accentrata del processo decisionale. È molto grave, soprattutto alla luce di quanto sta emergendo nel corso delle audizioni parlamentari, che evidenziano criticità non solo politiche ma anche tecniche e possibili profili di problematicità costituzionale del testo di riforma presentato” conclude Bonafè che definisce il testo di maggioranza “irricevibile”.
“I servizi informatici della giustizia ancora fuori uso rappresentano l’ennesimo grave disservizio per cittadini, utenti e operatori del settore. Questi sono i problemi reali che il governo dovrebbe affrontare, utilizzando al meglio le risorse straordinarie messe a disposizione dal PNRR per modernizzare e rendere efficiente il sistema giudiziario”. Lo dichiara Debora Serracchiani, deputata e responsabile Giustizia del Partito Democratico. “E invece assistiamo ancora una volta all’immobilismo di un governo che ama definirsi longevo ma che si sta rivelando incapace di dare risposte concrete sui temi che stanno davvero a cuore ai cittadini, come il diritto a una giustizia veloce, efficiente e giusta. È inaccettabile che nel 2026 tribunali, procure, avvocati e personale amministrativo debbano tornare alla gestione manuale dei fascicoli a causa di sistemi informatici fragili e inadeguati. Servono investimenti, competenze e una strategia seria sulla digitalizzazione, non propaganda e continue distrazioni politiche”, conclude Serracchiani.
"Grazie alla Rete No Bavaglio che tiene alta l'attenzione sullo sterminio delle giornaliste e dei giornalisti a Gaza e in Libano. Benjamin Netanyahu vuole che quello che accade nella Striscia e i crimini che il suo esercito commette anche in Libano non vengano raccontati. Per questo chi lavora nei media è un bersaglio. E per questo, per la prima volta, ai giornalisti internazionali è vietato di entrare a Gaza, è vietato fare il loro lavoro, è vietato raccontare la verità. Davanti a tutto questo tutti i governi europei dovrebbero indignarsi e reagire e invece, tranne qualche eccezione, non lo fanno, così come rimangono in silenzio davanti al genocidio. Con altre colleghe e colleghi dell'opposizione e insieme a giornaliste e giornalisti, alle associazioni, ai giuristi siamo stati per ben due volte al valico di Rafah per denunciare come la Striscia sia, di fatto, sigillata e impenetrabile, mentre il mondo si gira dall’altra parte. E anche in Italia, chi fa informazione raccontando il genocidio senza minimizzare, dando voce alle vittime e non nascondendo la realtà, subisce intimidazioni, esposti all'Ordine dei giornalisti, querele temerarie.
Sosteniamo queste professioniste e questi professionisti, come sosteniamo la Flotilla perché sono loro che riscattano il nostro senso di umanità, il sistema di valori in cui abbiamo sempre creduto e che ora rischia di essere stravolto.
E chiederemo, ancora una volta, al governo Meloni di votare a favore della sospensione dell'accordo di associazione Ue-Israele che si basa sul rispetto di quei diritti umani che, invece, Netanyahu ha ridotto a carta straccia". Lo ha dichiarato Laura Boldrini, deputata Pd e Presidente del Comitato permanente della Camera sui diritti umani nel mondo, al presidio organizzato dalla Rete No Bavaglio che si è tenuto oggi davanti a Montecitorio.
“Da due giorni la rete giudiziaria è paralizzata in tutta Italia e milioni di cittadini, avvocati, magistrati e operatori della giustizia stanno pagando il prezzo dell’ennesimo fallimento del governo sulla digitalizzazione. Mentre la tecnologia corre, il nostro Paese dimostra ancora una volta di non essere in grado di utilizzarla in modo efficiente e affidabile”. Lo dichiara Federico Gianassi, capogruppo del Partito Democratico in Commissione Giustizia della Camera. “Il ministro Nordio, invece di distrarsi con assurde denunce contro la stampa e polemiche propagandistiche, dovrebbe finalmente occuparsi dei problemi reali della giustizia italiana. È inaccettabile che nel 2026 il sistema telematico della giustizia possa bloccarsi per giorni impedendo depositi di atti, consultazione dei fascicoli e iscrizioni di notizie di reato. Nordio si sta dimostrando incapace e inadeguato a guidare un ministero cruciale per il Paese. Il suo mandato è ormai arrivato al capolinea nel fallimento: l’unica riforma che ha portato avanti è stata bocciata e politicamente deflagrata davanti al Paese. Nel frattempo tribunali e procure restano senza strumenti adeguati e i cittadini continuano a subire disservizi intollerabili. La digitalizzazione della giustizia dovrebbe rendere il sistema più efficiente e moderno. Con questo governo, invece, si è trasformata nell’ennesimo simbolo di improvvisazione e paralisi”, conclude Gianassi.
“Siamo di fronte a un evento regolatorio unico che riguarda 8.000 chilometri di coste e il 32% del turismo nazionale, eppure il Governo ha deciso di affrontare la questione con una disattenzione e un’approssimazione sconcertanti. Dopo anni di promesse elettorali vuote e proclami solenni sull’uscita dalla Bolkestein, puntualmente smentiti dai fatti, l’esecutivo Meloni sta facendo precipitare il turismo balneare nel più grave caos normativo e amministrativo della storia recente. Tra le giravolte di Salvini e l’inerzia del ‘commissario anfibio’ Fitto, che appare e scompare tra Roma e Bruxelles senza produrre risultati, Comuni e imprenditori sono oggi lasciati senza di fatto un bando-tipo chiaro e in un clima di incertezza che genererà in molte parti del paese ricorsi e metterà a rischio lo sviluppo di un mercato da 30 miliardi di euro e la riqualificazione delle coste e delle spiagge.”
“Tutti questi anni e alla fine questo decreto sanciscono la totale mancanza di attenzione al turismo balneare, l’assenza di pianificazione sulla risorsa economica e naturale delle coste italiane. In questi anni il Governo ha ignorato le sfide cruciali dell’erosione costiera, degli scarichi a mare, della sostenibilità, e sulle concessioni invece di definire ambiti chiari per le gare coinvolgendo i comuni e loro pianificazioni sulla spiaggia ha creato nuovi garbugli normativi. È indispensabile intervenire subito, almeno su aspetti pratici come gli indennizzi, per evitare il degrado delle strutture: la fine del periodo dei 5 anni entro i quali investimenti non ammortizzati possono essere coperti da indennizzo (quello previsto dalla norma) va esplicitato in modo chiaro e deve coincidere con la data dell’effettivo inizio delle nuove concessioni. Senza questo chiarimento sulla data di fine del quinquennio per gli investimenti non ammortizzati previsti dalla norma, chi investirà di qui alla nuova concessione in un chiosco o in un bar o in una struttura legittima che magari è danneggiata dal maltempo? Si rischia di arrivare all’avvio delle nuove concessioni con ulteriore degrado. Chiediamo al Governo di azzeccarne almeno una per il bene del Paese, abbandonando gli slogan ideologici e senza senso della ex Ministra Santanchè e fornendo finalmente agli enti locali un quadro normativo certo per istruire i bandi e riqualificare le nostre spiagge”. Lo dichiara Andrea Gnassi, deputato del Partito Democratico.
“Giuli non può far finta di essere un passante o un semplice osservatore. Il ministro aveva tutti gli strumenti per aprire un confronto serio e costruttivo con la Biennale ed evitare al nostro Paese una figuraccia internazionale che ci allontana dall’Unione europea. Aver consentito alla Russia di utilizzare quel palcoscenico per la propria propaganda non è responsabilità soltanto di Buttafuoco, come il ministro vorrebbe far credere, ma anche e soprattutto dell’incapacità del governo di gestire una situazione delicata e politicamente evidente”.
“È inutile continuare a scaricare le responsabilità. Chi governa non può chiamarsi fuori o sostenere di non avere alcun ruolo nelle scelte compiute. Ricordiamo a Giuli che Pietrangelo Buttafuoco è stato nominato presidente della Fondazione Biennale dal governo. È quindi il governo che deve assumersi fino in fondo la responsabilità di quanto accaduto e del danno arrecato all’immagine internazionale dell’Italia”.
Lo dichiara Piero De Luca, capogruppo Pd in Commissione Affari europei della Camera.
“Continuano i sotterfugi da parte del governo per evitare il bando di gara per il Ponte sullo Stretto. Ormai sono stati superati dieci decreti e l'esecutivo continua ad aggirare le prescrizioni della Corte dei Conti e della Autorità Nazionale Anticorruzione sulla necessità di una nuova gara pubblica”. Lo dichiara il deputato e Capogruppo PD in Commissione Trasporti Anthony Barbagallo poco dopo il voto finale a Montecitorio del Dl Commissari.
“Anche con questa ennesima scorciatoia il ministro Salvini e la premier Meloni andranno a sbattere contro un muro perché la previsione del codice degli appalti è categorica e non si può derogare. Il Partito Democratico ribadisce che se il governo vuole continuare con la fantomatica costruzione del Ponte, deve innanzi tutto rispettare le regole e indire una nuova gara”, conclude il parlamentare dem.