Il voto per i referendum dell’8 e 9 giugno non è solo un diritto-dovere, è l’occasione per riportare al centro il lavoro, chiedere che sia meno precario e più sicuro. È lo strumento più potente in mano alle cittadine e ai cittadini. Usiamolo. Oggi in piazza a Roma per 5 SÌ.
Lo ha scritto su X Chiara Braga, Capogruppo Pd alla Camera dei Deputati.
"L'integrazione del bando Home Care da parte dell'Inps recupera, anche se solo in parte, gli errori fatti nella prima edizione del bando e che avevamo denunciato con un'interrogazione firmata insieme ai colleghi parlamentari Scotto, Furfaro, Girelli, Malavasi, Vaccari." Lo scrive in una nota il parlamentare del Partito Democratico Silvio Lai che, facendo seguito anche alle richieste di intervento da parte dell'Anci, aveva chiesto l'intervento del Governo e la convocazione in audizione in Commissione Lavoro del presidente dell'Inps.
"Di sicuro – afferma Lai – attraverso l'integrazione del bando che recupera la possibilità di garantire i servizi per gli OSS, che prima erano esclusi, oltre a fare giustizia tutela in maniera adeguata competenze professionali riconosciute da diplomi formativi regionali e nazionali. Risolve, inoltre, il problema dell'impatto sull'occupazione per numerose cooperative in tutta Italia. Erano state infatti molte le denunce provenienti dalla Sardegna, dall'Umbria e dalla Toscana, sugli effetti distorsivi causati dall'esclusione di queste professioni e sui danni conseguenti subiti dalle famiglie con la prima versione del bando. Ricordiamo, infatti, che il progetto Home Care è un'importante misura di integrazione assicurativa sociosanitaria garantita ai dipendenti pubblici."
"Siamo soddisfatti – prosegue il parlamentare dem – che il nostro intervento abbia fatto cambiare idea all'Inps, tuttavia resta il mancato riconoscimento delle attività dei caregivers, quelle figure familiari indispensabili in alcuni territori per assistere persone non autosufficienti ma che non richiedono interventi di integrazione sociosanitaria o sanitaria tout court. Sarebbe bene, a nostro avviso, che l'Inps rivedesse il bando anche recuperando i caregivers sui quali si stanno facendo passi avanti anche nel dibattito sulla legislazione nazionale, riconoscendo funzioni di cura all'interno delle famiglie, senza le quali molti nuclei familiari non potrebbero sopportare il carico della non autosufficienza. Per questo, con un'ulteriore interrogazione, chiederemo al Ministro Calderone quale sia la sua posizione e se non intenda intervenire nei confronti dell'Inps per modificare ulteriormente il bando."
“Lo dico con chiarezza: voterò cinque Sì non per disciplina, non per appartenenza. Ma perché credo che il lavoro non sia solo una voce economica. È il primo strumento di libertà, giustizia e dignità. E se oggi una persona può lavorare e restare povera, non comprare casa, non costruirsi un futuro, non mettere al mondo un figlio, allora non c’è altra priorità politica che questa. Mi è chiaro che i cambiamenti più profondi vanno conquistati nelle sedi istituzionali. Ma so anche che serve un segnale. Una presa di posizione. E questo referendum può essere tutto questo: una risposta a chi da troppo tempo vive nel limbo dell’attesa, nell’assenza di tutele, nella precarietà elevata a sistema. Sui primi tre quesiti, licenziamenti, tutele nelle piccole imprese, contratti a termine, non mi nascondo: non li considero risolutivi. Non cambiano da soli le sorti della nostra economia. Ma pongono un punto politico: ci ricordano che la precarietà non è una fase, è diventata una condizione permanente per milioni di persone. La segretaria Schlein ha voluto portare il Partito Democratico accanto a chi lavora, accanto a chi non ce la fa, accanto a chi è troppo spesso invisibile. Non è stato un gesto di radicalismo. È stato un gesto di responsabilità. E io, pur venendo da un’altra cultura politica, mi riconosco in questa scelta”.
Così il deputato democratico torinese e presidente di “Identità Riformista”, Mauro Laus.
“Ieri la trasmissione Piazza Pulita ha dedicato dieci minuti di servizio alla ministra Calderone e ai suoi potenziali conflitti di interesse. Come al solito la ministra ha evitato di rispondere alle domande dei giornalisti. Come già accaduto in Parlamento due mesi fa in merito al suo percorso universitario e agli esami sostenuti la domenica nell’Università privata Link. Addirittura la sua scorta ha allontanato in malo modo l’inviato de La 7 che chiedeva di poter porre delle semplici domande a Calderone in merito al suo percorso universitario. La scorta si è poi difesa dicendo che stava rispettando semplicemente il protocollo. Non ci risulta che queste siano le regole di ingaggio delle forze dell’ordine quando un cronista prova a fare il suo mestiere. Torniamo a chiedere alla ministra Calderone di confrontarsi con la stampa e con il Parlamento”.
Così il capogruppo Pd in commissione Lavoro alla Camera, Arturo Scotto.
"Non è accettabile che, in Commissione Lavoro, il Ministero del Lavoro anche la prossima settimana non venga a rispondere alle interrogazioni dei parlamentari. Sono giorni e giorni di latitanza rispetto a questioni enormi che riguardano vertenze di lavoro impegnative aperte. I lavoratori aspettano risposte e dal Governo solo silenzio. Chiediamo al Presidente della Commissione Lavoro, Walter Rizzetto, di farsi sentire, non siamo una dependance dell’esecutivo". Così il deputato Arturo Scotto, capogruppo PD in Commissione Lavoro a Montecitorio.
"L’approvazione dell’emendamento che impone agli italiani discendenti da famiglie emigrate da generazioni, l’obbligo di certificare la conoscenza della lingua italiana entro termini perentori, pena la perdita della cittadinanza, rappresenta un insulto intollerabile a una parte vitale della nostra comunità nazionale. Secondo questa norma assurda, un cittadino italiano maggiorenne, nato e residente all’estero, con genitori o nonni nati anch’essi all’estero e titolare di altra cittadinanza, dovrà dimostrare, entro 3 anni dall’entrata in vigore della legge, di possedere una conoscenza della lingua italiana almeno a livello B1. In caso contrario, la conseguenza sarà la perdita automatica della cittadinanza italiana. Nel caso di cittadini minorenni, la certificazione linguistica dovrà essere presentata entro il compimento del 25° anno di età, altrimenti scatterà la decadenza della cittadinanza. Un obbligo che solo gli over 70 o le persone affette da disabilità permanente potranno evitare. Con questa norma ingiusta e discriminatoria si intende colpire cittadini italiani a tutti gli effetti, non aspiranti tali, cancellando con un colpo di spugna la memoria, l’identità, i legami affettivi e culturali che da sempre tengono unita l’Italia alle sue comunità nel mondo. È una misura punitiva che ignora totalmente la storia delle nostre emigrazioni e che intende spezzare la catena della trasmissione della cittadinanza per discendenza, indebolendo così la presenza dell’Italia in quelle terre dove i nostri connazionali hanno scritto pagine straordinarie di sacrificio, lavoro, cultura e solidarietà. Non solo. Siamo davanti a un provvedimento che, oltre a essere culturalmente inaccettabile e politicamente miope, rischia di gravare pesantemente sull’amministrazione pubblica italiana, chiamata a gestire una mole enorme di verifiche e certificazioni con costi insostenibili, aprendo anche la strada al proliferare di pratiche irregolari e mercati paralleli della certificazione linguistica. La verità è che con questo emendamento si manda un messaggio chiaro e pericoloso: gli italiani all’estero sono considerati cittadini di serie B, da allontanare, da escludere, da marginalizzare. È una visione retrograda e profondamente ingiusta che respingiamo con forza e determinazione. Daremo battaglia in tutte le sedi parlamentari e istituzionali. Non staremo a guardare mentre si cerca di cancellare la dignità, la storia e l’identità degli italiani nel mondo. Difendere i nostri connazionali all’estero significa difendere l’Italia tutta”.
Così il deputato Pd Nicola Carè, eletto nella ripartizione Estero.
Per sapere cosa succede in Albania dobbiamo ricorrere al sindacato ispettivo perché questa vicenda è avvolta da un velo di opacità e di propaganda assoluta. Oggi possiamo fare una riflessione su quanto accaduto in quest’anno sulla storia di questo fallimento. L'obiettivo del governo era di portare in Albania 36.000 migranti: ce ne sono stati 157. Visti i costi stimati che sono di 130 milioni all'anno, il trasporto di ogni singolo migrante è costato un milione di euro che avremmo potuto investire sulla sanità pubblica, sul sociale, sulla sicurezza. Avete spiegato che però servono come deterrenza. Peccato che ieri il ministero dell’Interno ha pubblicato l'aggiornamento dei dati sugli sbarchi in Italia rispetto all'anno scorso: al 14 maggio sono aumentati, quindi l'effetto deterrenza dei centri in Albania ha prodotto l'aumento degli sbarchi nel nostro paese. Secondo capolavoro di questo governo. Visto il fallimento, avete avuto l'idea geniale di trasformarli in Cpr e la presidente Meloni l'altro giorno con grande enfasi ha annunciato che il 25% di coloro che abbiamo mandato in Albania sono stati già stati rimpatriati. Si tratta di 10 persone che potevano serenamente essere rimpatriati dall'Italia, perché stavano già in Italia con minori costi e anche maggiore rapidità. Viene da chiedere perché non fermate questo enorme spreco di risorse pubbliche. Nemmeno voi credete più a questa sciocchezza ma semplicemente non avete il coraggio di spiegare alla vostra presidenza del Consiglio che ha fallito, e non lo potete fare perché verrebbe meno il castello della vostra propaganda e dovreste fare l'unica cosa che uno statista farebbe: riconoscere di aver sbagliato, chiedere scusa e chiudere questi centri.
Così il deputato del PD, Matteo Orfini, intervenendo in Aula
“Sessanta ore settimanali, stipendi mensili di 700-800 euro, 1,6 euro l’ora di retribuzione. Questo accade in Italia, in una catena di supermercati a Biancavilla in provincia di Catania. I due titolari sono stati arrestati per caporalato. Siamo stanchi di dover commentare queste notizie e di aspettare che intervenga la magistratura. E’ sempre più urgente una legge sul salario minimo che il governo continua a negare in maniera sempre più incomprensibile”.
Così i deputati democratici Arturo Scotto, capogruppo in commissione Lavoro, e Cecilia Guerra, responsabile Lavoro del Pd.
“Quelle pronunciate dal ministro Foti, in audizione presso la Commissione parlamentare di inchiesta sugli effetti economici e sociali derivanti dalla transizione demografica, sono parole che pesano come macigni. Il ministro, riferendosi ai territori marginali delle Aree Interne, ha infatti utilizzato espressioni gravissime parlando di spopolamento ‘difficilmente rimediabile’ e presentando uno scenario di probabile desertificazione. Dichiarazioni che lasciano sgomenti e che rappresentano un’ammissione esplicita della resa da parte del governo di fronte alla sfida della coesione territoriale. Se un ministro della Repubblica si lascia andare a simili affermazioni, è evidente che la maggioranza stia praticando una lenta eutanasia ad alcune Aree Interne, accettandone il declino come un destino già scritto, anziché contrastarlo con politiche attive e investimenti strutturali. La destra sta sostanzialmente formalizzando una resa culturale e politica che smentisce anni di lavoro, impegni istituzionali e strategie nazionali per le Aree Interne”.
Così il deputato democratico, Augusto Curti.
La replica della premier Giorgia Meloni proprio non convince Elly Schlein: "Stanno smantellando la sanita' pubblica", dice la segretaria del Partito democratico ad "Avvenire". La segretaria del Pd tiene stretti i due grafici mostrati anche in Aula. E si appella a dati e numeri per contrastare la narrazione meloniana sui temi cari ai dem: "Stanno smantellando la sanita' pubblica senza il coraggio di ammetterlo. Meloni continua a mentire agli italiani dicendo che hanno fatto il piu' grande investimento della storia nella sanita'. Il problema e' che la spesa sanitaria si calcola in tutto il mondo sul Pil. E quella sta scendendo al minimo storico degli ultimi 15 anni. I suoi tagli - rileva Schlein - li stanno pagando direttamente i cittadini, perche' la Corte dei conti dice che nel 2023 la spesa per curarsi e' aumentata del 10 per cento, cioe' di 4 miliardi. Gli stessi che hanno messo sulla riforma fiscale. Tolgono con una mano quello che fingono di dare con l'altra. Per questo la chiamo tassa-Meloni". La segretaria osserva che "le responsabilita' non stanno mai solo da una parte. Ma qui siamo allo scaricabarile. Meloni da' sempre la colpa a qualcun altro. Sulle liste di attesa da' la colpa alle Regioni, facendo infuriare anche quelle che governano loro, ma non gli hanno dato un euro in piu', mentre avevano lanciato un piano di assunzioni sparito nel nulla. Il personale e' stremato con turni massacranti, in fuga verso il privato o all'estero (40 mila i medici fuggiti negli ultimi anni)". "Non so - continua - da quando la premier non esce dal Palazzo e va in un ospedale. Ci sono ancora i 'gettonisti' e se ci sono e' perche', quando lei era al governo con Berlusconi e io all'universita', hanno messo il tetto alle assunzioni. Oggi detassano gli straordinari. Ma il personale e' allo stremo. Servono risorse per fare nuove assunzioni". Ieri e' stata approvata la legge sulla condivisione degli utili delle imprese. Il Pd si e' astenuto: "Il tema ci e' sempre stato caro, ma contestiamo gli emendamenti del governo che hanno svuotato il testo, firmato anche da una parte di noi, rendendo tutto facoltativo, rimandandolo alla volonta' delle imprese. Noi siamo per una partecipazione piena, anche gestionale". Il Pd ha sposato i referendum, ma resta diviso sui quesiti sul lavoro: "Il Pd ha una linea approvata senza voti contrari in Direzione e prevede l'appoggio ai 5 referendum. Un sondaggio di Pagnoncelli ha mostrato come la nostra base e' la piu' convinta dei quesiti - tra il 92 e il 97 per cento - compreso quello sulla cittadinanza" conclude Schlein.
L’audizione dei sindacati e dei rappresentanti della Glencore in commissione industria, alla quale abbiamo partecipato, ha mostrato come il Governo sia in forte ritardo su tutto, dal Dpcm energia per la metanizzazione al buyer della linea zinco per Glencore di cui il ministro Urso aveva parlato a dicembre al ministero e in Sardegna.
Dopo quasi 5 mesi il risultato è il nulla, nessun accesso in data room, nessun nome sullo sfondo che arrivi dal ministero e dalle sue interlocuzioni.
D’altra parte la riconversione degli impianti, con il progetto black mass non sia ancora conosciuto nei suoi termini ed effetti nonostante si affermi che sia stato selezionato dalla Ue come progetto strategico.
Occorre che il Parlamento venga a conoscenza di quelli che sono i dati reali di questo progetto, le sue ricadute occupazionali, sociali ed economiche sul territorio. Le nostre preoccupazioni sono aumentate dopo l’audizione di oggi dell’ad Garofalo il quale a domanda da noi posta ha confermato 1) la totale assenza di accessi alla data room di imprenditori interessati all’acquisto 2) di un numero potenziale di occupati con il progetto black mass di 200-300 tra diretti e indiretti, 3) che il progetto black mass non potrà partire prima del 2028.
Il quadro complessivo che emerge dalla vicenda Glencore è quello di una smobilitazione con una perdita netta di occupazione di almeno 7-800 persone in meno e di un bluff da parte del Governo che aveva affermato che la produzione di zinco è strategica per l’Italia r di avere pronto un acquirente per la linea zinco che è stata spenta dalla società.
E questo in un quadro complessivo del Sulcis dove il sistema industriale è al palo anche a causa dei ritardi del Governo sul DPCM sulla metanizzazione, sul quale nonostante il lavoro della nuova Giunta Regionale, mancano risposte fondamentali sulle garanzie per tutti i cittadini sardi di avere gli stessi diritti (e lo stesso prezzo del metano) degli altri cittadini italiani.
Lo dichiarano il deputato PD Silvio Lai e la deputata Avs Francesca Ghirra
“Prendiamo atto dell’istituzione di un gruppo di lavoro a Palazzo Chigi sul disagio giovanile: si tratta di un passo importante, ma non sufficiente. È arrivato il momento di passare dalle parole ai fatti. Ci aspettiamo ora che si approvi la proposta di legge bipartisan per tutelare i bambini e i preadolescenti dalla rete e dai social, in coerenza con quanto affermato oggi dalla Presidente del Consiglio. Non è una battaglia di parte. Di fronte a fenomeni sempre più allarmanti, serve una risposta urgente e condivisa. I dati, i segnali, gli allarmi ci sono tutti. Intervenire è responsabilità di tutti. Non possiamo più dire che non sapevamo: è un dovere verso bambini, preadolescenti e le loro famiglie” così la deputata democratica Marianna Madia (PD), componente della commissione bicamerale infanzia, che ha promosso insieme alla senatrice Lavinia Menunni (FdI) una proposta di legge bipartisan volta a garantire una maggiore tutela dei minori nell’accesso ai contenuti e ai servizi digitali. Il provvedimento prevede l’introduzione di un’età minima obbligatoria e l’obbligo, per i fornitori di piattaforme online, di adottare sistemi affidabili di verifica dell’età.
“Molto deludente. Questo è il solo giudizio che posso dare all'intervento del ministro Urso oggi in Aula a riferire sul sistema produttivo italiano. Sui dazi il governo continua a rimanere immobile, inerme nel solo tentativo di fare da scaricabarile su questa o quella condizione particolare. Un governo che si conferma piatto e inconcludente, senza alcuna visione strategica, trincerato in una posizione subalterna per non sembrare ostile all'Europa o agli Stati Uniti”. Così in una nota il deputato Ubaldo Pagano, capogruppo PD in Commissione Bilancio, commentando l'informativa urgente del ministro Urso a Montecitorio.
“Il ministro Urso – sottolinea l'esponente dem – continua a improvvisare per nascondere il totale isolamento internazionale della Presidente Meloni e, soprattutto, per evitare di dare risposte sul perché la produzione industriale è al venticinquesimo mese di calo consecutivo. Sull'orlo del baratro, all'Italia servono interventi concreti e straordinari per proteggere le imprese e il lavoro. La bugia che 'tutto va bene', fa solo male al Paese”, conclude Pagano.
“La decisione del TAR del Lazio di annullare il decreto ministeriale sulle aree idonee per le energie rinnovabili cancella tutto il lavoro fatto dalle Regioni fino ad oggi e crea di fatto un imbarazzante e pericoloso vuoto normativo che non deve sfociare in un ulteriore centralismo autoritario”. Così in una nota congiunta Marco Simiani, capogruppo Pd in Commissione Ambiente di Montecitorio, Leonardo Marras, assessore alle Attività produttive della Regione Toscana e Francesco Limatola, presidente della Provincia di Grosseto.
“Proprio ieri la Regione Emilia-Romagna aveva infatti legiferato una propria legge in merito e la Toscana aveva in previsione la prossima settimana i passaggi nelle Commissioni consiliari prima di andare in Consiglio regionale: in sostanza viene vanificato un lavoro di concertazione andato avanti per mesi con la Giunta e il Consiglio regionale toscano, sui territori. Il governo ha due mesi di tempo per rivedere le proprie scelte e definire meglio la cornice entro la quale i privati possano legittimamente operare e le istituzioni locali salvaguardare il paesaggio e le proprie specificità ed eccellenze paesaggistiche”.
“Il rischio che vediamo in questa fase è quello di un accentramento statale che vincoli e limiti la potestà decisionale regionale e renda omogenee situazioni molto differenti nel panorama nazionale: ogni regione ha infatti contesti istituzionali, paesaggistici, culturali e produttivi molto differenti che dovrebbero essere tenuti presenti e valorizzati, assicurando il coinvolgimento di chi, poi, sul campo, si trova a gestire le dinamiche della transizione ecologica ed energetica, cioè i comuni, le province e le città metropolitane. Occorre quindi ripartire dalla concertazione tra i livelli di governo dal confronto diretto con le comunità territoriali, unica modalità per scongiurare possibili speculazioni in tutto il territorio italiano. Lo sviluppo delle rinnovabili è necessario per l’economia di famiglie ed imprese e deve essere compatibile e sostenibile con la tutela del paesaggio, del territorio e delle produzioni rurali”.
“Grazie alla Filt Cgil per questo momento di formazione sulla sicurezza molto importante. Sappiamo che è sulla catena dei subappalti e degli appalti che spesso si concentra il maggior numero di infortuni e morti sul lavoro. Ecco perché avevo chiesto i dati con un ordine del giorno al Decreto Lavoro ed ecco perché è ancora più importante andare a votare al referendum dell’8 e 9 giugno”.
Così Chiara Gribaudo, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla sicurezza e sugli incidenti sul lavoro, intervenendo all’evento Salute&Sicurezza: Pensieri&Azioni, il primo appuntamento di formazione indetto da Filt Cgil.
“Il quarto quesito è fondamentale, per i lavoratori e le lavoratrici che si sentono di serie b. È importante che ci sia corresponsabilità sulla sicurezza anche da parte di chi dà l’appalto in gestione” ha proseguito Gribaudo.
“In questi giorni molti membri del Governo, oggi è il turno del ministro Lollobrigida, attaccano il referendum. È la dimostrazione che non stanno realmente dalla parte dei lavoratori e delle lavoratrici, soprattutto di chi è precario. Noi dobbiamo rispondere andando a votare” ha concluso Gribaudo.