“In vista del referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo è importante spiegare con chiarezza perché votare No”. Lo afferma la deputata Simona Bonafè, vicepresidente vicaria del Gruppo Pd e capogruppo in commissione Affari costituzionali.
“Il primo motivo – spiega l’esponente dem – è che questo referendum non riguarda la separazione delle carriere. Le carriere sono già state separate e per cambiare funzione giudici e pubblici ministeri hanno limiti stringenti da rispettare. Il secondo è che si sostiene che la riforma renderebbe il giudice più terzo e autonomo. Anche questa è una fake news. I dati dimostrano che già oggi circa il 50% delle sentenze dei giudici è diverso dalle richieste dell’accusa del pubblico ministero. La terza ragione è che questa riforma non interviene su nessuno dei veri problemi della giustizia: non riduce la lunghezza dei processi, non affronta la carenza di personale e non risolve la questione del sovraffollamento delle carceri, su cui peraltro è stata aperta anche una procedura di infrazione a livello europeo”.
“La presidente del Consiglio – conclude Bonafè - ha sostenuto in un lungo video che questa riforma non incide sull’autonomia e sull’indipendenza della magistratura. Subito dopo, però, la capo di gabinetto del ministro Nordio, Giusy Bartolozzi, ha affermato che con la riforma si toglierebbero di torno magistrati considerati un ‘plotone di esecuzione’ portando allo scoperto le vere ragioni della maggioranza. Per questo continuiamo a dire che bisogna votare No perché si tratta di una riforma sbagliata nel merito”.
“È importante ricordare che questo referendum non ha quorum, quindi è fondamentale andare a votare. E nel nostro caso è importante votare No”. Lo afferma Debora Serracchiani, deputata e responsabile nazionale Giustizia del Partito Democratico.
“Questa riforma – spiega l’esponente dem – non riguarda la giustizia e non interviene su nessuno dei problemi reali del sistema giudiziario. Non migliora il funzionamento dei tribunali e non affronta le difficoltà che cittadini e operatori incontrano ogni giorno. Non riguarda neppure la separazione delle carriere, che di fatto già esiste. Il punto centrale è invece un altro: questa riforma riguarda i nostri diritti e le nostre garanzie di cittadini. L’autonomia e l’indipendenza della magistratura servono proprio a tutelare i cittadini, perché solo una magistratura libera può garantire che i diritti di tutti vengano riconosciuti e difesi”.
“Quello che questa maggioranza e questo governo vogliono fare è togliere autonomia e indipendenza alla magistratura, per avere le mani libere e poter agire senza essere disturbati. Per questo – conclude Serracchiani – è importante partecipare al voto e scegliere il No, per difendere le garanzie dei cittadini e l’equilibrio tra i poteri dello Stato”.
“Il tema della giustizia richiede che qualunque intervento sia serio e rispettoso dell’equilibrio tra i poteri dello Stato. Noi siamo contrari a questa riforma perché la riteniamo sbagliata e pericolosa per la tenuta stessa della democrazia ”. Lo ha detto il deputato del Partito Democratico Piero De Luca, intervenuto all’evento “Governo e opposizioni al confronto sul futuro del sistema giudiziario” che si è svolto presso l’Università degli Studi di Salerno.
"E' sbagliata perché non affronta le vere emergenze della giustizia italiana: la durata eccessiva dei processi, la carenza di organici, le condizioni dell'edilizia giudiziaria, la digitalizzazione, il sovraffollamento carcerario, la necessità di garantire piena parità tra accusa e difesa. Sono questi i nodi reali, e la riforma non ne risolve neanche uno, come peraltro ammesso dallo stesso Ministro Nordio. Al contrario - ha sottolineato - interviene su altro: divide e separa le carriere tra magistratura giudicante e requirente, introduce due CSM distinti, fino alla creazione di un'Alta Corte disciplinare, e prevede il sorteggio per la selezione dei componenti della magistratura. Un impianto che indebolisce profondamente la magistratura e ne mette in discussione l'autonomia e l'indipendenza rispetto al potere politico. Si incrina la separazione dei poteri, pilastro fondamentale della nostra democrazia, e si apre la strada a una deriva Trumpiana che porta ad un pericoloso controllo della politica sulla giustizia. Peraltro, la separazione delle funzioni è già prevista nel nostro ordinamento, anche dopo la riforma Cartabia, ed e' utilizzata in misura molto limitata. Se davvero si voleva intervenire - ha quindi affermato - si poteva farlo con strumenti ordinari e mirati. Qui invece si sceglie una strada radicale e ideologica. Ancora più grave é l'introduzione del sorteggio per la composizione degli organi di autogoverno: un meccanismo che non esiste in nessun altro Paese e indebolisce il ruolo e l'autorevolezza del CSM, alterando l'equilibrio tra magistratura e politica. Per noi non é una battaglia ideologica, ma una questione di sistema e di tutela dei cittadini. Una giustizia più debole e meno indipendente é una giustizia che protegge meno i diritti di tutti. Su questo continueremo a batterci con determinazione", ha concluso.
"Leggiamo oggi l' intervista di Maurizio Gelli, figlio di Licio Gelli, che rivendica la "lungimiranza" del padre per avere proposto la separazione delle carriere dei giudici e che apprezza l' operato del Ministro Nordio. Cosa ha rappresentato la P2 nella storia d' Italia è noto: basta leggere le sentenze definitive sulla strage del 2 agosto. Lo avevo già chiesto in una mia interrogazione parlamentare e lo ribadisco oggi: i Ministro Nordio e le forze politiche di governo dicano parole chiare sulla loggia P2 e si dissocino in modo netto da riferimenti di questo genere". Così Andrea De Maria, deputato PD.
"Su un tema delicato come la giustizia, raccolgo e rilancio l’invito del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: abbassare i toni e riportare il confronto dentro un perimetro di responsabilità, rispetto e civiltà.
Noi siamo contrari a questa riforma per ragioni di merito, perché la riteniamo sbagliata e pericolosa. È sbagliata perché non affronta le vere emergenze della giustizia italiana: la durata eccessiva dei processi, la carenza di organici, le condizioni dell’edilizia giudiziaria, la digitalizzazione, il sovraffollamento carcerario, la necessità di garantire piena parità tra accusa e difesa. Sono questi i nodi reali, e la riforma non ne risolve neanche uno, come peraltro ammesso dallo stesso Ministro Nordio.
Al contrario, interviene su altro: divide e separa le carriere tra magistratura giudicante e requirente, introduce due CSM distinti, fino alla creazione di un’Alta Corte disciplinare, e prevede il sorteggio per la selezione dei componenti della magistratura. Un impianto che indebolisce profondamente la magistratura e ne mette in discussione l’autonomia e l’indipendenza rispetto al potere politico. Si incrina la separazione dei poteri, pilastro fondamentali della nostra democrazia, e si apre la strada a una deriva Trumpiana che porta ad un pericoloso controllo della politica sulla giustizia.
Peraltro, la separazione delle funzioni è già prevista nel nostro ordinamento, anche dopo la riforma Cartabia, ed è utilizzata in misura molto limitata. Se davvero si voleva intervenire, si poteva farlo con strumenti ordinari e mirati. Qui invece si sceglie una strada radicale e ideologica.
Ancora più grave è l’introduzione del sorteggio per la composizione degli organi di autogoverno: un meccanismo che non esiste in nessun altro Paese e indebolisce il ruolo e l’autorevolezza del CSM, alterando l’equilibrio tra magistratura e politica.
Per noi non è una battaglia ideologica, ma una questione di sistema e di tutela dei cittadini. Una giustizia più debole e meno indipendente è una giustizia che protegge meno i diritti di tutti.
Su questo continueremo a batterci con determinazione". Lo ha detto Piero De Luca, deputato Pd e capogruppo in commissione politiche europee a 4 di sera, su Rete 4
È stata presentata un’interrogazione parlamentare a risposta in Commissione Giustizia rivolta al Presidente del Consiglio dei Ministri e al Ministro della Giustizia per fare chiarezza sulla decisione dell’Ordine dei Giornalisti di impedire l’approvazione e il riconoscimento dei corsi di formazione sul referendum in materia di giustizia durante il periodo di par condicio. L’iniziativa è promossa dalla responsabile Giustizia del Partito Democratico, Debora Serracchiani, ed è sottoscritta da numerosi componenti del gruppo del Partito Democratico della Camera dei deputati.
Nel testo dell’interrogazione si ricorda che, in base a una circolare dell’Ordine dei Giornalisti diffusa a tutti gli Ordini regionali il 22 gennaio scorso, “Si comunica che con l’avvio del regime della par condicio non potrà essere approvato alcun corso formativo che tratti il tema del referendum c.d. “sulla giustizia”. Nella stessa circolare si specifica inoltre che “Tale prescrizione sarà tassativa e valida a prescindere dal pluralismo informativo eventualmente garantito”.
A seguito di tale decisione, numerose iniziative formative sono state annullate o modificate. Tra queste, il corso organizzato dall’Ordine dei Giornalisti del Lazio previsto per il prossimo 19 febbraio, che presentava un profilo di assoluta imparzialità con un numero paritario di relatori favorevoli alle ragioni del Sì e del No. Un’iniziativa analoga in Liguria è stata invece trasformata in convegno, senza riconoscimento di crediti formativi. Secondo i firmatari dell’interrogazione, risulta “incongruente impedire l’erogazione di crediti per attività di natura esclusivamente formativa, penalizzando in particolare i giornalisti che si occupano quotidianamente di giustizia, ai quali viene di fatto preclusa un’adeguata attività di approfondimento professionale in vista del referendum. Nel testo dell’interrogazione si chiede quindi se, a giudizio del Governo, questa decisione non leda il diritto dei giornalisti all’attività formativa e non incida negativamente sulla qualità dell’informazione su un tema di particolare rilevanza costituzionale. Si chiede inoltre quali iniziative il Governo intenda assumere, per quanto di competenza e nel rispetto dell’autonomia dell’Ordine dei Giornalisti, affinché il principio della par condicio non venga utilizzato come pretesto per impedire una normale e indispensabile attività di formazione professionale riconosciuta con crediti.
“Questo incontro nasce dall’esigenza di restituire centralità al confronto pubblico e al merito di una riforma costituzionale che è stata approvata senza un vero dibattito parlamentare e senza ascoltare le tante voci critiche che si sono levate nel Paese”.
Lo ha dichiarato l’On. Claudio Stefanazzi, deputato del Partito Democratico, intervenendo all’incontro pubblico di approfondimento sulla riforma della giustizia, promosso dallo stesso deputato e dal Centro Studi Civitas, che si è svolto a Lecce, a Palazzo De Pietro, alla presenza dell’On. Enrico Costa, dell’On. Federico Gianassi, dell’avv. Viola Messa e dell’avv. Giovanni Tarquini, con la moderazione del direttore del Nuovo Quotidiano di Puglia, Rosario Tornesello e i saluti introduttivi del Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Lecce, prof. avv. Antonio De Mauro, dell’avv. Vincenzo Caprioli dell’organismo congressuale forense e dell’avv. Carlo Congedo, Presidente del Centro Studi Civitas.
“La maggioranza ha blindato il testo, respingendo ogni proposta emendativa e ignorando osservazioni fondate di natura tecnica e costituzionale. Per questo è fondamentale creare occasioni di discussione aperta, che consentano ai cittadini di comprendere davvero i contenuti e le implicazioni di una riforma che incide su un equilibrio delicatissimo del nostro ordinamento democratico”, ha spiegato Stefanazzi.
Nel suo intervento, il deputato dem ha criticato la riduzione del dibattito pubblico alla sola separazione delle carriere, sottolineando come molte delle criticità del sistema giudiziario italiano siano legate a carenze organizzative e responsabilità politiche, non risolte dall’impianto della riforma. “Sullo sfondo – ha aggiunto – emerge un’impostazione ideologica e una volontà di ‘regolare i conti’ con la magistratura, che rischia di aprire la strada a una pericolosa subordinazione del pubblico ministero al potere esecutivo”.
“Dopo anni di delegittimazione della politica, oggi si intravede il tentativo di colpire un altro potere dello Stato. Scelte come il sorteggio del CSM mettono in discussione i principi democratici sanciti dalla Costituzione e possono avere ricadute dirette sulle libertà civili e politiche dei cittadini”, ha concluso Stefanazzi, ribadendo l’importanza di un’informazione corretta e di un confronto serio in vista del referendum del prossimo marzo
“Suscitano allarme le voci secondo cui il Governo potrebbe anticipare la data del referendum, incidendo direttamente sul diritto dei cittadini a informarsi e a formarsi un’opinione consapevole. Va ricordato che la riforma sulla separazione delle carriere è stata approvata dal Parlamento a maggioranza nella stessa versione predisposta dall’Esecutivo, senza margini di modifica o approfondimento, una procedura che rende particolarmente delicata ogni ulteriore compressione dei tempi democratici. Il Consiglio dei ministri non può diventare il luogo per blindare decisioni già prese che riducono il confronto a una semplice formalità.” dichiara il capogruppo democratico in commissione Giustizia alla Camera, Federico Gianassi.
“Sarebbe molto grave se oggi, in Consiglio dei ministri, il Governo tentasse un nuovo colpo di mano anticipando la data del referendum e incidendo direttamente sull’esercizio democratico. La separazione delle carriere è stata approvata in Parlamento a maggioranza nella stessa versione uscita da Palazzo Chigi, senza possibilità di modifica o confronto: una forzatura già di per sé inaccettabile. Se ai cittadini non venisse nemmeno garantito il tempo necessario per informarsi e farsi un’opinione consapevole, saremmo di fronte a una gravissima compressione degli spazi democratici. Il Consiglio dei ministri non può diventare il luogo in cui si blindano decisioni già prese”, dichiara la deputata democratica e responsabile nazionale Giustizia del Pd, Debora Serracchiani.
“Non si tratta della separazione delle carriere dei magistrati, perché quella esiste già ed è operativa dal 2020 con la riforma Cartabia. Qui l’obiettivo vero è un altro: smantellare la Carta costituzionale e ledere l’indipendenza e l’autonomia della magistratura”. Così Debora Serracchiani, deputata e responsabile nazionale Giustizia del Pd.
“La riforma proposta dalla maggioranza – spiega l’esponente dem - ha un disegno politico preciso: Si vuole colpire l’equilibrio tra i poteri dello Stato e indebolire una magistratura che deve porre limiti alla politica. In sostanza, si vuole una politica che scelga i giudici e dica alla magistratura cosa può e cosa non può fare. Il Partito Democratico è già al lavoro sul territorio, stiamo organizzando incontri e momenti di formazione, Regione per Regione, per spiegare nel merito e nel significato politico questa riforma. Sta nascendo in questi giorni un grande comitato per il No, perché qui è in gioco la Costituzione e la nostra idea di democrazia”.
“Una vittoria del No – conclude Serracchiani - vuol dire salvaguardare la democrazia liberale, la separazione dei poteri e la Carta costituzionale così come l’hanno voluta i costituenti. Vuol dire difendere una magistratura autonoma, fondamentale per garantire il rispetto delle regole. Se si fosse trattato davvero di discutere la separazione delle carriere, avremmo partecipato volentieri al confronto, portando anche nostre proposte, ad esempio sull’Alta Corte disciplinare. Ma questa riforma interviene in un contesto completamente diverso, qui si colpiscono i poteri previsti dalla Costituzione. È l’idea che aveva Giorgio Almirante della magistratura, ovvero interpretare la legge secondo la volontà di chi ha vinto le elezioni. È una visione pericolosa, che va contrastata”.
“É scandaloso che il governo voglia cambiare a ridosso del voto le regole di un referendum senza quorum, imponendo agli italiani all’estero il voto in presenza tramite decreto. Un metodo da regime sudamericano” così il vicepresidente del gruppo del Pd, Toni Ricciardi commenta la notizia secondo cui la maggioranza sta pensando a una norma per far votare in presenza, anziché per corrispondenza, gli italiani residenti all'estero e iscritti all'Aire in occasione del referendum confermativo sulla riforma costituzionale che prevede la separazione delle carriere dei magistrati’
“Le modalità di voto - aggiunge Ricciardi - si cambiano in Parlamento, non con forzature incostituzionali. Se questa ipotesi venisse confermata faremo appello al Presidente Mattarella: non si può ledere così il diritto di milioni di cittadini che spesso vivono a ore di distanza da sedi consolari e seggi. Strano che questa improvvisa urgenza di “trasparenza” non sia mai emersa per altri referendum, come quelli sul lavoro quando invece il quorum c’era. Chiediamo alla maggioranza di smentire questa notizia che sarebbe un vero e proprio attentato alla democrazia”, conclude Ricciardi.
“Sulla riforma della legge elettorale stiamo correndo il rischio che si ripeta ciò che è accaduto con la separazione delle carriere: un testo scritto fuori dal Parlamento e approvato dal parlamento senza possibilità di modifica. Sarebbe un grave strappo istituzionale, in contrasto con lo spirito dell’articolo 138 della nostra Costituzione”. Lo ha dichiarato Federico Fornaro, dell’ufficio di presidenza del gruppo parlamentare del Pd alla Camera intervenendo oggi al convegno “Una nuova legge elettorale per fare cosa e per chi?” nella Sala Matteotti della Camera dei deputati.
“Prima di cambiare radicalmente la legge elettorale – ha aggiunto il democratico – la maggioranza deve spiegare perché lo fa. Le priorità non possono prescindere dalla crisi dell’astensionismo: le elezioni politiche del 2022 e quelle europee ai minimi storici ci consegnano di fatto una ‘democrazia senza popolo. Qualsiasi nuovo modello deve partire dal recupero del rapporto di fiducia tra elettori ed eletti”. Fornaro ha inoltre ricordato che “liste bloccate, selezione delle candidature, premio di maggioranza e soglie sono nodi delicatissimi: non possiamo sacrificare la rappresentanza in nome della sola stabilità, soprattutto se il Parlamento così eletto può arrivare a modificare la Costituzione a maggioranza senza il coinvolgimento delle opposizioni. Non siamo contrari a discutere la legge elettorale - ha concluso Fornaro - ma temiamo che la maggioranza non sia disponibile a un vero confronto parlamentare. Serve trasparenza: la legge che regola il voto non può essere decisa in solitudine da Palazzo Chigi”.
Domani, venerdì 7 novembre, alle ore 10 i presidenti dei gruppi parlamentari del PD, M5S e AVS della Camera, Chiara Braga, Riccardo Ricciardi e Luana Zanella, si recheranno presso la sede della Cassazione per consegnare le firme raccolte per la richiesta di referendum popolare sulla separazione delle carriere dei magistrati.
“Mentre il Governo Meloni si ostina a portare avanti battaglie ideologiche sulla separazione delle carriere, alimentando lo scontro e la delegittimazione della Magistratura, le carceri italiane continuano ad andare a picco. La situazione di Sollicciano, per la quale abbiamo depositato una nuova interrogazione parlamentare, è l’emblema di un sistema che marcisce nell’indifferenza: celle allagate, corridoi impraticabili, detenuti costretti a camminare scalzi e personale abbandonato in condizioni impossibili”: è quanto dichiara una nota congiunta dei deputati Pd Federico Gianassi e Debora Serracchiani.
“La realtà smentisce ancora una volta le priorità del Ministro Nordio: invece di occuparsi della sicurezza e della dignità di chi vive e lavora negli istituti penitenziari, il governo porta avanti una riforma che indebolisce la Magistratura e non migliora in alcun modo la giustizia per i cittadini. A Firenze, come in tante altre città, mancano manutenzioni, personale, interventi edilizi: piove nelle celle. Chiediamo che il Ministero agisca subito, con risorse straordinarie e un piano di emergenza per le carceri più compromesse. Il paese ha bisogno di una giustizia efficiente e rispettosa della dignità umana. Sollicciano non può restare un simbolo di vergogna nazionale”: conclude la nota.