“Il settore moda tessile abbigliamento è uno dei pilastri del made in Italy, è un settore strategico, il secondo più importante dell'export del nostro paese.
È in una crisi strutturale ormai da più anni e il governo ha messo in campo delle misure del tutto insufficienti. Noi abbiamo fatto una serie di proposte che abbiamo portato avanti nel lavoro parlamentare e che vogliamo presentare in un'iniziativa che faremo prossimamente il 28 marzo a Firenze.
Le nostre proposte vanno dalla richiesta di cassa integrazione per mantenere le competenze per le aziende sotto i 15 dipendenti, ricordando che la filiera è fatta soprattutto da piccole e piccolissime imprese, ma poi c'è bisogno di avere una visione a lungo termine, di ridisegnare questa filiera con politiche di innovazione, di sostenibilità e di rispetto della legalità, perché le ultime inchieste sul caporalato hanno creato un vulnus di credibilità in tutta questa filiera”. Lo ha detto Simona Bonafè, vicepresidente dei deputati Pd, aprendo la conferenza stampa alla Camera di presentazione dell’evento che si terrà il 28 marzo a Firenze presso la Fortezza da Basso sulla filiera della moda.
Oggi, giovedì 26 marzo, alle ore 14.30 si terrà presso la Sala stampa della Camera dei Deputati una conferenza stampa del Partito democratico sul futuro della filiera tessile, abbigliamento e moda con la vicepresidente del gruppo, Simona Bonafe', l'ex ministro del Lavoro e responsabile Politiche industriali del partito, Andrea Orlando e il deputato e segretario regionale del Pd della Toscana, Emiliano Fossi. Nel corso della conferenza stampa sarà illustrato il programma dell'evento organizzato dal Pd a Firenze per il prossimo sabato 28 marzo, presso la Fortezza da Basso, nell'ambito degli incontri di filiera promossi dal Forum Industria del partito, sulla moda, sulle criticità e sulle proposte per un settore in crisi verso il quale non ci sono state risposte da parte del Governo.
Domani, giovedì 26 marzo, alle ore 14.30 si terrà presso la Sala stampa della Camera dei Deputati una conferenza stampa del Partito democratico sul futuro della filiera tessile, abbigliamento e moda con la vicepresidente del gruppo, Simona Bonafe', l'ex ministro del Lavoro e responsabile Politiche industriali del partito, Andrea Orlando e il deputato e segretario regionale del Pd della Toscana, Emiliano Fossi. Nel corso della conferenza stampa sarà illustrato il programma dell'evento organizzato dal Pd a Firenze per il prossimo sabato 28 marzo, presso la Fortezza da Basso, nell'ambito degli incontri di filiera promossi dal Forum Industria del partito, sulla moda, sulle criticità e sulle proposte per un settore in crisi verso il quale non ci sono state risposte da parte del Governo.
“L’audizione odierna del direttore di AGEA non ha fatto altro che confermare le preoccupazioni che abbiamo sollevato in queste settimane. Dalle parole ascoltate emerge con chiarezza un cambio di impostazione: AGEA non è più soltanto l’ente che eroga gli aiuti, ma una struttura che concentra dati, rafforza i controlli e amplia progressivamente il proprio raggio d’azione.
Si è parlato di integrazione delle banche dati, di sistemi di monitoraggio avanzati, di un’infrastruttura sempre più capace di incrociare informazioni con altri soggetti pubblici e privati. Tutti elementi che, presi singolarmente, possono migliorare l’efficienza. Ma messi insieme delineano qualcosa di diverso. Stiamo assistendo alla costruzione di una struttura che non si limita più a gestire le politiche agricole, ma che tende a orientarle e condizionarle attraverso il controllo dei dati, delle procedure e dei flussi finanziari”. Lo scrivono in una nota le deputate e i deputati Pd della commissione Agricoltura.
“Il rischio – si legge nella nota - è evidente: la nascita di una sorta di ‘ministero parallelo’, che accumula potere amministrativo senza un corrispondente rafforzamento del controllo democratico e parlamentare. E mentre si investe nella macchina, tra digitalizzazione, intelligenza artificiale e rafforzamento dei controlli, le imprese agricole continuano a fare i conti con l’aumento dei costi energetici, dei fertilizzanti e con margini sempre più ridotti. Su questo punto, dall’audizione non è arrivata alcuna risposta concreta: non una parola su risorse aggiuntive per il reddito degli agricoltori. Restano inoltre aperte criticità rilevanti sul piano della trasparenza e della gestione del personale. Il percorso che ha portato all’inglobamento di SIN, le modifiche ai regolamenti interni e le modalità di selezione e assunzione continuano a sollevare dubbi che non possono essere ignorati”.
“Il punto, quindi – conclude la nota - non è essere contrari all’innovazione. Il punto è la direzione che si sta prendendo. Se AGEA si rafforza, deve farlo per semplificare la vita agli agricoltori, non per moltiplicare i livelli di controllo. Se si investono risorse pubbliche, queste devono tradursi in pagamenti più rapidi, meno burocrazia e maggiore certezza per le imprese. Per questo chiediamo con forza: maggiore trasparenza nelle scelte organizzative e nelle procedure di selezione; un rafforzamento del controllo parlamentare su AGEA; un vincolo chiaro: ogni investimento sull’Agenzia deve produrre benefici diretti e misurabili per le imprese agricole.
Altrimenti il rischio è chiaro: costruire una struttura sempre più potente, ma sempre più distante dai bisogni reali del settore. E a quel punto la domanda diventa inevitabile: a chi sta davvero servendo questo rafforzamento?”
“Si è svolto oggi, nella Sala Berlinguer presso gli uffici del Gruppo PD alla Camera dei Deputati, un incontro di ascolto e confronto con le principali rappresentanze di categoria e dei lavoratori del cluster portuale, insieme ad amministratori locali delle città portuali, dedicato alla riforma della governance dei porti approvata dal Consiglio dei Ministri nel dicembre 2025 e che prefigura la creazione della società Porti S.p.A. L’incontro ha registrato una partecipazione ampia e qualificata. Nel corso degli interventi sono emerse diverse criticità rispetto alla riforma, a partire dal metodo adottato, caratterizzato dal mancato coinvolgimento delle parti interessate nella fase di elaborazione del provvedimento. Numerosi contributi hanno inoltre evidenziato questioni di merito, tra cui il rischio di uno svuotamento delle Autorità di Sistema Portuale di risorse economiche e umane, con possibili ricadute sulla loro capacità di sostenere i costi di funzionamento della futura Porti S.p.A. e di garantire l’efficacia della governance portuale. Al di là del percorso della riforma, attualmente in stallo in attesa dello sblocco da parte della Ragioneria dello Stato, restano aperte diverse questioni su cui il sistema portuale attende risposte concrete: dalla semplificazione e dalla chiara definizione dei rapporti di governance, al tema dei dragaggi, fino allo sblocco di alcune richieste legate al lavoro portuale, come il fondo di incentivo all’esodo, mantenendo fermo il principio di un mercato regolato. È emersa inoltre con forza l’esigenza di un sostegno reale alla rete dell’intermodalità e alle infrastrutture dell’ultimo miglio, non limitato alle sole aree strettamente portuali. A tre anni dalla risoluzione sulla portualità presentata in Parlamento e a fronte dell’annuncio di una riforma che rischia di non concretizzarsi mai, mancano ancora risposte puntuali alle questioni che il sistema pone da troppo tempo. A questo quadro si aggiunge la complessa situazione internazionale che, se dovesse protrarsi, richiederà interventi di sostegno e politiche mirate per garantire stabilità e competitività al sistema portuale nazionale. Il Partito Democratico si attiverà nelle Commissioni competenti e in Parlamento con proposte puntuali sui diversi temi emersi, sollecitando il Governo a fornire risposte concrete a un settore strategico per l’economia e lo sviluppo dell’intero Paese”.
“Bene l’approvazione dell’emendamento al milleproroghe che proroga la Cassa integrazione per le aree di crisi complessa, un intervento necessario per sostenere lavoratrici, lavoratori e territori che stanno attraversando gravi difficoltà industriali.
Resta adesso però davvero incomprensibile la scelta del Governo e della maggioranza di bocciare l’emendamento del Partito Democratico che prevedeva una analoga proroga anche per le PMI del settore della moda.
Il comparto sta vivendo una crisi capillare, con aziende che chiudono ogni giorno e una filiera in forte sofferenza. Una situazione che riguarda uno dei settori trainanti del Made in Italy, pilastro della nostra economia.
Non intervenire significa lasciare sole migliaia di imprese e lavoratori e abbandonare un settore strategico per il Paese. Per questo continueremo a chiedere al Governo di assumersi le proprie responsabilità e di garantire strumenti adeguati anche alla moda”.
Così Simona Bonafè, capogruppo Pd in Commissione Affari costituzionali della Camera.
“Il governo continua a ignorare una crisi che colpisce migliaia di piccole e medie imprese del settore moda. Dopo il Decreto Anticipi, è stato respinto il mio emendamento volto a risolvere la vicenda del credito d’imposta per ricerca e sviluppo anche alla Legge di Bilancio e al Milleproroghe, lasciando le imprese sole di fronte a richieste di restituzione di agevolazioni fiscali legittimamente utilizzate. Parliamo di Pmi già duramente colpite da una crisi strutturale che dura da anni e che oggi si trovano a dover affrontare contenziosi e oneri insostenibili a causa di un’improvvisa incertezza normativa”. Così la deputata Simona Bonafè, vicepresidente vicaria del Gruppo Pd.
“La nostra proposta - conclude Bonafè - era ed è una misura di semplice buon senso: un’interpretazione autentica della disciplina del credito d’imposta per ricerca e sviluppo prevista dal Decreto-Legge 145 del 2013. Dopo la risoluzione numero 41 del 2022 dell’Agenzia delle Entrate, che ha applicato retroattivamente una lettura più restrittiva al periodo 2015-2019, molte imprese, in particolare del comparto moda, sono state ingiustamente penalizzate. Nonostante i ripetuti no del governo, il Partito Democratico non si fermerà: continueremo a riproporre questa soluzione in ogni provvedimento utile, fino a quando non verrà sanata un’ingiustizia”.
“I numeri del primo esame nazionale per le guide turistiche non sono una selezione di qualità, ma la certificazione del fallimento politico e amministrativo della Ministra Santanchè. Con appena 230 idonei su oltre 29 mila domande — un tasso di successo dello 0,7% — siamo davanti a un sistema che non funziona e che umilia migliaia di aspiranti professionisti. Il Ministero ha ignorato i gridi d’allarme delle associazioni di categoria e del Partito Democratico, preferendo un impianto d’esame nozionistico, mnemonico e del tutto scollegato dalle reali competenze richieste dal mercato. Un concorso che, dopo anni di attesa, abilita un numero così esiguo di nuovi professionisti non può essere considerato un successo amministrativo, ma piuttosto il segnale di un sistema che fatica a formare, aggiornare e rinnovare le competenze necessarie a valorizzare il patrimonio culturale nazionale. È inaccettabile che in un Paese dove il turismo genera il 13% del PIL, si affronti il ricambio generazionale con criteri enciclopedici invece di valorizzare i titoli universitari e le competenze linguistiche, conoscenza della storia italiana e dei suoi territori.”
“Con l’interrogazione depositata oggi chiediamo alla Ministra di rivedere immediatamente i requisiti di accesso e le modalità delle prove. Questa riforma, centrata su una figura di guida ‘generalista’ che calpesta le specializzazioni territoriali e il ruolo delle Regioni, rischia di abbassare gli standard dell’offerta culturale italiana e di spalancare le porte all’abusivismo. Non si può gestire un settore strategico per l’Italia con interventi propagandistici e una burocrazia cieca che blocca il lavoro invece di incentivarlo. La Ministra esca dall’isolamento, apra un confronto reale con i territori e le associazioni e rimedi a un bando che, allo stato attuale, rappresenta un danno economico e d'immagine per l’intero patrimonio nazionale: servono politiche industriali serie sul turismo, che sanno investire anche sul fronte dell’accoglienza e dei servizi e quindi sulle guide rustiche italiane. Non prove mnemoniche su siti marginali che escludono chi ha studiato per valorizzare l'Italia e le sue destinazioni.”
Lo dichiara Andrea Gnassi, deputato del Partito Democratico.
“Si, No, forse. Sul periodo di chiusura totale della pesca delle vongole con draghe idrauliche a tre mesi all’anno si è di fronte alla confusione più totale. Dapprima il Ministero dell’Agricoltura stabilisce la continuità della misura del fermo di pesca. Ora con un decreto direttoriale il Masaf precisa che il terzo mese di fermo può essere frazionato su base giornaliera. Contesta la nuova disposizione l’organismo nazionale di programmazione dei consorzi di gestione sui molluschi bivalvi. Un organismo che frettolosamente ha riconosciuto il Masaf che però non rappresenta tutti i consorzi del nostro Paese. Peraltro avrebbe dovuto essere solo un organismo consultivo che però ora rivendica prerogative di programmazione in virtù di un decreto direttoriale dello stesso Ministero”.
Lo dichiara il deputato democratico della commissione Agricoltura, Stefano Vaccari, insieme ai colleghi Antonella Forattini e Andrea Rossi.
“Fermo restando che la richiesta di fermo continuativo non trova riscontro nella realtà operativa - aggiunge - visto che le flotte che praticano lo strascico adottano da anni sistemi analoghi di scarico giornate senza alcuna criticità e che le Capitanerie di Porto sono pienamente strutturate e competenti per il controllo di tali modalità, ci permettiamo di chiedere al ministro Lollobrigida di riconsiderare con urgenza l’intera vicenda a cominciare dall’azzeramento dell’attuale sistema di rappresentanza che non solo appare improprio per le deleghe assegnate ma soprattutto non pienamente rappresentativo di tutti i Consorzi dei quali c’è bisogno, senza esclusione alcuna, per meglio governare l’intero settore. C’è bisogno nel settore - conclude - di garantire pieno pluralismo ed autonomia territoriale anche al fine di definire il corretto equilibrio tra funzione pubblica e strumenti privatistici”.
“Il 2026 rischia di essere l’anno della scomparsa per molte imprese della moda, altro che i falsi proclami di Meloni e Urso sulla promozione del Made in Italy nel mondo. La Legge di Bilancio non prevede alcun sostegno al settore e il governo ha bocciato le proposte dell’opposizione, lasciando imprese e lavoratori soli di fronte a crisi, dazi e concorrenza internazionale con Cina e Usa sempre più agguerriti. Solo alcune norme su appalti e subappalti sono state corrette grazie all’iniziativa parlamentare del Pd, evitando di legalizzare lo sfruttamento del lavoro. Ma dell’annunciato tavolo di settore non è seguito nulla. Nel frattempo calano gli ordini, aumentano i costi e molte vertenze restano sospese. Export e innovazione restano bloccati da norme confuse volute dal governo e contestate dalle imprese. Serve un cambio di rotta concreto sulla moda”. Lo dichiarano Andrea Gnassi e Simona Bonafè (Pd) alla vigilia del tavolo convocato domani al Mimit sulla crisi Aeffe (Alberta Ferretti). “Chiediamo al ministro Urso – sottolineano a riguardo i dem – di mettere in campo tutte le misure necessarie per dare una prospettiva industriale all’azienda e salvaguardare i posti di lavoro, garantendo un vero tavolo con parti sociali, azienda e Regione Emilia-Romagna. Servono ammortizzatori sociali adeguati, ampliamento della cassa integrazione per i lavoratori delle imprese dei settori della moda e di quelli correlati come stabilito in Conferenza delle Regioni con Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, contributi a fondo perduto per le imprese che hanno subito un forte calo di fatturato, incentivi agli investimenti in ricerca, innovazione, transizione ecologica e digitale, oltre alla sospensione delle imposte e delle rate dei mutui per tutto il 2025”. “Il rilancio del settore non può passare solo da licenziamenti e tagli. Serve una strategia industriale seria, capace di tutelare il lavoro e rafforzare la competitività del Made in Italy. Agli slogan e alla propaganda devono finalmente sostituirsi scelte concrete.”
“La politica economica del Governo Meloni sta producendo effetti devastanti sul Made in Italy, sempre più vittima dell’incapacità dell’esecutivo di sostenere il sistema produttivo. Questa manovra di bilancio lo conferma: non produce crescita, non sostiene i consumi e lascia fermi gli investimenti. Dopo tre anni al governo, la destra non ha una strategia industriale, non promuove innovazione e non ha un piano per il dopo-PNRR. Un settore emblematico è la moda, storica eccellenza italiana, che rischia di essere letteralmente messa in ginocchio dalle scelte del Governo. La destra prometteva sostegno alle imprese e crescita. La realtà è immobilismo, precarietà e declino delle nostre filiere strategiche. Questa manovra conferma l’incapacità del Governo di proteggere e valorizzare il cuore produttivo del Paese”. Così la vicepresidente del gruppo del Pd alla Camera, Simona Bonafè.
“Con la riforma dei porti che viene portata oggi in Consiglio dei ministri, Salvini e Rixi introducono un modello che non esiste in nessun Paese e che solleva fortissime perplessità. Il Disegno di legge interviene in modo profondo sulla legge 84 del 1994, stravolgendone l’impianto e concentrando poteri e funzioni in Porti d’Italia Spa, a discapito delle Autorità di sistema portuale e del rapporto con i territori”, così la vice presidente del Gruppo PD alla Camera Valentina Ghio, insieme al capogruppo PD alla Commissione Trasporti Anthony Barbagallo e ai deputati Pd Ouidad Bakkali, Andrea Casu e Roberto Morassut
“Si introduce un modello di governance centralistico e poco razionale, che non trova riscontro nei principali sistemi portuali europei e che si allontana anche da esperienze, come quella spagnola, che pure avevano offerto spunti interessanti senza indebolire i livelli locali. Le AdSP vengono svuotate di competenze e risorse, con il rischio concreto di comprometterne la sostenibilità finanziaria e la capacità di pianificazione”.
“Colpisce inoltre una visione riduttiva della politica portuale: la nuova società sembra concentrarsi esclusivamente sulle infrastrutture, senza una reale funzione di indirizzo strategico, senza una visione sul posizionamento dei porti, sulle transizioni ambientali e digitali, né sulla soluzione di nodi strutturali come quello dei dragaggi. Altro che semplificazione: il settore chiedeva procedure più snelle e risposte rapide, ma la riforma aggiunge nuovi livelli decisionali, confusi passaggi burocratici e una struttura centrale che si sovrappone a strumenti già esistenti di programmazione e coordinamento nazionale.”
“Preoccupanti anche le modalità di finanziamento della nuova società, che sottraggono risorse alle Autorità portuali, incidendo su canoni e avanzi di amministrazione, senza ridurre gli oneri che restano in capo agli enti territoriali, come la manutenzione e la protezione delle opere portuali. Si rischia di scaricare sui porti e sui territori il costo di una riforma sbilanciata.”
“Come Partito Democratico riprenderemo il dialogo costruttivo con tutte le rappresentanze sociale ed economiche del settore e contrasteremo in Commissione Trasporti e in Aula le diverse storture contenute nel testo attuale. Lavoreremo a proposte che rafforzino il coordinamento nazionale ma senza commissariare i porti, che semplifichino davvero e che rispondano alle esigenze di chi nei porti lavora e investe, non alla logica della creazione di un nuovo carrozzone per attribuire incarichi e gestire risorse che non serve allo sviluppo dei nostri porti”, concludono i deputati PD
“La cancellazione dell’articolo 30 del disegno di legge sulle piccole e medie imprese è una grande vittoria del Partito Democratico”. Così Alberto Pandolfo, deputato e capogruppo Pd in commissione Attività produttive, commenta lo stralcio della norma contestata sul settore moda. “È il risultato di una ferma opposizione portata avanti in commissione, con il supporto determinante del Gruppo Pd”.
“Quella norma – spiega il deputato Pd - creava di fatto uno scudo per le imprese capofila, cancellando le responsabilità lungo la filiera e favorendo subappalto incontrollato e caporalato. Parliamo di una filiera strategica per il nostro Paese, che va tutelata garantendo legalità e diritti. Il risultato è stato possibile anche grazie a una mobilitazione più ampia, non solo il Pd e le opposizioni, ma anche il sindacato, il mondo imprenditoriale sano e la società civile hanno espresso una contrarietà netta. C’è stata una forte pressione, appelli pubblici che hanno contribuito in modo decisivo a questo esito”.
“Si tratta – conclude Pandolfo - di un passo avanti, ma non del punto di arrivo. Cancellare l’articolo 30 non significa aver regolato il settore. Serve ancora un lavoro per costruire una normativa seria che garantisca controlli, trasparenza e tutela del lavoro. A questo confronto noi siamo pronti a dare il nostro contributo”.
“Abbiamo chiesto con forza lo stralcio dell’articolo 30 perché così com’è produce uno scudo per le imprese capofila del settore della moda e indebolisce i controlli lungo tutta la filiera”. Così il deputato Alberto Pandolfo, capogruppo Pd in commissione Attività produttive, intervenendo sulla legge annuale sulle piccole e medie imprese.
“In questo modo – spiega l’esponente Pd - si favorisce un mancato controllo che può portare a casi di caporalato e sfruttamento del lavoro. È qualcosa che il Partito Democratico non può accettare. In commissione abbiamo chiesto lo stralcio dell’articolo. Serve attenzione reale alla filiera della moda, al lavoro e al sistema dei controlli. Non si può pensare di tutelare solo l’impresa capofila senza garantire verifiche sull’intera filiera. Una richiesta che non è stata accolta dall’esecutivo, che ha mostrato una chiusura netta”.
“La volontà della maggioranza non è chiara – conclude Pandolfo – ma è evidente che uno scudo di questo tipo non consente un controllo efficace su una filiera fondamentale per il Paese. Noi continueremo a lavorare su questo tema, perché il contrasto al caporalato e la legalità non sono negoziabili”.