La Camera,
premesso che:
nel corso degli ultimi tre decenni il tema della sostenibilità previdenziale ha acquisito una centralità crescente nel dibattito sulla finanza pubblica, determinando un complesso di interventi riformatori che ne hanno cambiato profondamente le caratteristiche. Basti pensare che, già nel 2022, secondo quanto riportato dal 23esimo rapporto su «Le tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario» della Ragioneria generale dello Stato si stimava come, complessivamente, «l'insieme degli interventi di riforma approvati a partire dal 2004 (legge n. 243 del 2004) (...) abbiano generato una riduzione dell'incidenza della spesa pensionistica in rapporto al prodotto interno lordo pari a oltre 60 punti percentuali di prodotto interno lordo cumulati al 2060. Di questi circa due terzi sono dovuti agli interventi adottati prima del decreto-legge n. 201 del 2011 (convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 2011) e circa un terzo agli interventi successivi, con particolare riguardo al pacchetto di misure previste con la riforma del 2011 (articolo 24 della legge n. 214 del 2011)»;
ogni iniziativa legislativa o semplicemente politica in materia previdenziale dovrebbe ispirarsi prioritariamente al principio del leale affidamento, tenuto conto dell'imprescindibile esigenza dei lavoratori di poter avere chiara la programmazione nel lungo periodo delle proprie aspettative lavorative e di vita;
il sistema previdenziale pubblico deve essere tutelato e rafforzato, scongiurando tutte quelle iniziative che tendono a minarne la solidità finanziaria e la credibilità sociale, favorendo surrettiziamente il trasferimento dei risparmi previdenziali dei lavoratori verso i gruppi finanziari privati;
al contrario, per tutto l'arco temporale della XIX legislatura, il tema della previdenza ha rappresentato, secondo i firmatari del presente atto di indirizzo, il grande inganno elettorale del Governo delle destre;
dopo aver promesso in campagna elettorale la cancellazione della «legge Fornero» e la possibilità accedere alla pensione con 60 anni di età e 41 anni di contribuzione, le uniche misure che sono state adottate strutturalmente sono consistite nella sostanziale riduzione o, addirittura, cancellazione di ogni forma di flessibilità di uscita pensionistica, come nel caso di «opzione donna» o delle quote;
da ultimo – sventato il tentativo di prolungare ulteriormente le finestre per l'accesso al trattamento pensionistico e di neutralizzare progressivamente il riscatto dei periodi di laurea ai fini della maturazione dei requisiti contributivi per il pensionamento anticipato –, con l'approvazione della legge di bilancio per il 2026 si produrrà un ulteriore innalzamento dell'età pensionabile di un mese nel 2027 e di tre mesi a decorrere dal 2028, confermando l'intenzione di proseguire nell'applicazione anche negli anni a venire del meccanismo di revisione periodica dei requisiti anagrafici in ragione degli andamenti dell'aspettativa di vita – così smentendo anche le recenti dichiarazioni di volerne sterilizzare definitivamente gli effetti – e si è perfino deciso di tagliare gli stanziamenti in favore dei lavoratori impiegati in attività usuranti e per i precoci;
il meccanismo di determinazione delle soglie anagrafiche non tiene minimamente in considerazione la circostanza per cui il nostro sistema previdenziale sta progressivamente uscendo dal sistema retributivo e misto, approdando definitivamente al solo sistema contributivo, in base al quale ogni lavoratore riceverà un trattamento pensionistico calcolato esclusivamente sulla base di quanto concretamente versato durante la sua vita lavorativa e di un coefficiente di rivalutazione corrispondente all'età anagrafica;
alla luce di tale evoluzione, acquisisce sempre minor significato, dal punto di vista sociale e della sostenibilità finanziaria, l'idea di aumentare progressivamente l'età minima di uscita pensionistica per lavoratori che si vedranno calcolare il proprio assegno pensionistico integralmente con il sistema contributivo;
a conferma, ne è riprova quanto disposto dalla stessa «riforma Fornero» che all'articolo 24, comma 11, del decreto-legge n. 201 del 2011, pur inasprito dai provvedimenti di questo Governo, recita: «per i lavoratori con riferimento ai quali il primo accredito contributivo decorre successivamente al 1° gennaio 1996 il diritto alla pensione anticipata, previa risoluzione del rapporto di lavoro, può essere conseguito, altresì, al compimento del requisito anagrafico di sessantatré anni, a condizione che risultino versati e accreditati in favore dell'assicurato almeno venti anni di contribuzione effettiva e che l'ammontare mensile della prima rata di pensione risulti essere non inferiore ad un importo soglia mensile, annualmente rivalutato sulla base della variazione media quinquennale del prodotto interno lordo (Pil) nominale, appositamente calcolata dall'Istituto nazionale di statistica (Istat), con riferimento al quinquennio precedente l'anno da rivalutare, pari per l'anno 2012 a 3,0 volte, ridotto a 2,8 volte per le donne con un figlio e a 2,6 volte per le donne con due o più figli, l'importo mensile dell'assegno sociale di cui all'articolo 3, commi 6 e 7 della legge 8 agosto 1995, n. 335, e successive modificazioni e integrazioni». A decorrere dal 1° gennaio 2030, il valore di 3,0 di cui al primo e al secondo periodo già elevato dal 2,8 precedente con le leggi di bilancio di questo Governo, verrà portato a 3,2;
una delle questioni che da anni caratterizza il dibattito sulla sostenibilità del nostro sistema pensionistico è quello legato alla comparazione con gli altri Paesi dell'Unione europea, relativamente all'incidenza della spesa pensionistica in rapporto al prodotto interno lordo. Rispetto a tale valore va, tuttavia, evidenziato che a differenza di quanto avviene in altri Paesi, quali la Germania, in Italia il dato relativo alla spesa pensionistica viene contabilizzato al lordo del carico fiscale, aumentandone inevitabilmente l'incidenza reale e alterandone la comparabilità;
un altro aspetto che spesso condiziona la valutabilità finanziaria dei diversi interventi normativi che nel tempo si sono succeduti riguarda il metodo di calcolo che è tenuta ad applicare la Ragioneria generale dello Stato. Nel calcolo degli oneri la Ragioneria deve tenere in considerazione l'intera platea dei potenziali beneficiari delle misure e, sulla base di tali numeri, calcolare le ricadute sul bilancio dello Stato. Tuttavia, l'esperienza empirica degli ultimi due decenni ha mostrato che nella stragrande maggioranza dei casi, se non nella totalità, i lavoratori che effettivamente si sono avvalsi delle diverse misure di agevolazione all'uscita pensionistica si sono rivelati di gran lunga minori rispetto alla generalità degli aventi diritto. Questo è accaduto con le salvaguardie, con l'Ape sociale, con «opzione donna», così come per «quota 100» e «102»;
il sistema delle regole previdenziali si inserisce in un quadro demografico in forte evoluzione. Le recenti previsioni Istat 2020-2065 consegnano un quadro demografico in rapido declino, con la diminuzione di circa 10 milioni della popolazione italiana entro il 2065 e l'assottigliamento della popolazione tra i 15 e i 64 anni con il conseguente aumento relativo della componente più anziana (dal 23 per cento al 34 per cento). Le famiglie subiranno un processo di frammentazione (sempre più piccole) e aumenterà il numero di anziani soli (1,8 milioni in più entro il 2040);
come evidenziato dal Rapporto «L'attrattività dell'Italia per i giovani dei Paesi avanzati» recentemente presentato dal Cnel, l'Italia perde ogni anno 16 miliardi di euro in capitale umano, quale effetto del costo dell'emigrazione netta dei giovani italiani che scelgono di costruire il proprio futuro all'estero. Un fenomeno che colpisce prevalentemente le regioni più produttive, come la Lombardia e il Veneto. Negli ultimi 20 anni gli occupati sono più che raddoppiati nella fascia di età 50-64 anni, mentre sono diminuiti in quella 15-49 anni. In particolare, tra il 2013 e il 2025 gli over 50 hanno visto crescere l'occupazione del 49,8 per cento, mentre i 35-49enni sono diminuiti di 1,4 milioni di unità. Valori in base ai quali, secondo Eurostat per il 2024, il tasso di occupazione tra i 15 e i 24 anni è stato del 19,7 per cento, collocando il nostro Paese al penultimo posto in Europa, mentre nella fascia 15-29 l'Italia ha il primato negativo con il solo 34,4 per cento, contro una media dell'Unione europea del 49,5 per cento. Per di più, il tipo di occupazione che incontrano i nostri giovani è prevalentemente fatta di contratti a termine, finte partite Iva, part time involontari. Nella sola pubblica amministrazione è stato stimato che, negli ultimi 15 anni, a causa del mancato turn over non sono stati inseriti almeno mezzo milione di laureati;
per di più, l'uscita di decine di migliaia di giovani dal nostro Paese ogni anno non può non incidere negativamente anche dal punto di vista demografico, visto che le eventuali famiglie che gli stessi formeranno e i figli che ne nasceranno non faranno più parte del nostro tessuto sociale;
carriere lavorative instabili, discontinue e con bassi salari determinano la condizione del lavoro povero, un fenomeno che interessa diversi milioni di lavoratori dipendenti e autonomi. Un lavoratore povero sarò un pensionato ancora più povero e la scarsa capacità contributiva di una platea così ampia di lavoratori rappresenta, inoltre, un ulteriore fattore di debolezza di un sistema previdenziale a ripartizione come quello italiano;
a subire maggiormente la condizione di precarietà, che riguarda circa 2,5 milioni di lavoratori, e di bassi salari, che coinvolge oltre 4 milioni di lavoratori, sono in particolare i giovani e donne. Fattori che pesano e peseranno sempre più sugli squilibri nella distribuzione dei redditi da pensione a scapito di tali categorie, basti pensare agli effetti del mancato riconoscimento al lavoro di cura connaturato alla maternità o alla mancata previsione di una «pensione di garanzia» per le giovani generazioni di lavoratrici e lavoratori;
la perdurante stagnazione e le scarse prospettive di crescita della nostra economia anche per i prossimi anni, con la costante perdita di importanti posizioni nei comparti a più alto valore aggiunto, non può non costituire motivo di preoccupazione anche per quanto concerne la sostenibilità del sistema previdenziale. Avere un'economia in salute è una condizione necessaria per avere un sistema pensionistico in salute;
secondo il casellario delle pensioni, le prestazioni del sistema pensionistico italiano vigenti al 31 dicembre 2024 sono 23.015.011, per un ammontare complessivo annuo di 364.132 milioni di euro, che corrisponde a un importo medio per prestazione di 15.821 euro. Rispetto al 2023, il numero di prestazioni è aumentato dello 0,4 per cento e il corrispondente importo complessivo annuo è aumentato del 4,9 per cento. I beneficiari di prestazioni pensionistiche sono 16.305.880 (+0,5 per cento rispetto al 2023); ognuno di loro percepisce in media 1,4 pensioni, anche di diverso tipo, secondo quanto previsto dalla normativa vigente. Sebbene le donne rappresentino la quota maggioritaria sul totale dei pensionati (il 51 per cento), gli uomini percepiscono il 56 per cento dei redditi pensionistici: l'importo medio annuo dei redditi percepiti dagli uomini è, infatti, superiore a quello delle donne del 34 per cento (25.712 contro 19.140 euro); 15,6 milioni delle pensioni (il 67,6 per cento del totale) ha importi inferiori a 1.500 euro lordi mensili. Circa la metà di esse (7,9 milioni) ha importi compresi tra 500 e 1.000 euro mensili e rappresenta il 34,4 per cento del numero totale delle pensioni; le pensioni fino a 500 euro sono 4,5 milioni e costituiscono il 19,5 per cento del totale, mentre quelle tra 1.000 e 1.500 euro sono 3,2 milioni, pari al 13,7 per cento del totale. I restanti 7,5 milioni di pensioni (il 32,4 per cento del totale) superano i 1.500 euro lordi mensili;
dall'analisi della distribuzione territoriale di pensioni e pensionati si osserva che nelle regioni settentrionali si ha un maggior numero sia di pensioni sia di pensionati (rispettivamente il 47,3 per cento e il 47,7 per cento del totale). Gli importi medi delle pensioni sono più elevati al Nord rispetto al resto dell'Italia (+8,1 punti percentuali rispetto alla media nazionale). Osservando i redditi pensionistici pro capite, si nota anche in questo caso che è il Nord la zona geografica con redditi mediamente più alti (+7,1 punti percentuali rispetto al totale nazionale), seguito a breve distanza dal Centro (+4,9 punti percentuali);
la spesa pensionistica italiana, relativa all'anno 2024, si distribuisce per il 51,1 per cento nelle regioni settentrionali e per il 28 per cento in quelle meridionali e nelle isole; il restante 20,9 per cento è erogato a beneficiari residenti nelle regioni del Centro;
il drastico ridisegno del sistema previdenziale operato dalla cosiddetta «riforma Fornero», operato in una fase di grande squilibrio della finanza pubblica, se ha dimostrato una grande efficacia dal punto di vista della tenuta dei conti pubblici, ha visto anche una forte sperequazione nella distribuzione del carico sociale di tale risanamento ed è stata caratterizzata anche da profonde anomalie e contraddizioni. Basti pensare al tema degli esodati o al fatto di stabilire per tutte le tipologie di lavoratori gli stessi tetti anagrafici di uscita, prescindendo dalle tipologie delle prestazioni lavorative svolte, dall'età di inizio del lavoro, dai profili di carriera o dal titolo di studio;
anche per risolvere tali problemi, andrebbero rese strutturali misure quale l'Ape sociale (estendendola ai lavoratori autonomi), così come «opzione donna», invece appena cancellata con l'ultima legge di bilancio; andrebbero rafforzate le misure in favore dei lavoratori che hanno svolto prestazioni usuranti e gravose, estendendone l'applicazione ad alcune categorie di lavori attualmente escluse; andrebbe riconosciuto il lavoro di cura delle lavoratrici madri in ragione del numero dei figli e per chi assiste un familiare con disabilità ai fini previdenziali; si dovrebbe prevedere l'introduzione di una «pensione di garanzia» per i giovani; andrebbe reso meno rigido il meccanismo di uscita pensionistica per chi è interamente nel sistema contributivo; si dovrebbero introdurre elementi di flessibilità e riduzione del carico lavorativo settimanale, a parità di retribuzione e di contribuzione previdenziale, negli ultimi anni prima del conseguimento dei requisiti anagrafici per l'accesso alla pensione di vecchiaia; andrebbe prevista l'introduzione di un meccanismo di quote variabili per l'uscita pensionistica, sussistendo requisiti minimi anagrafici e contributivi, con l'applicazione di riduzioni o di maggiorazioni percentuali del trattamento pensionistico in ragione dell'uscita anticipata o posticipata rispetto alla soglia prevista per la pensione di vecchiaia;
per rafforzare la tutela dei pensionati e delle pensionate di fronte al carovita, andrebbe aumentato il valore e la platea dei beneficiari della «quattordicesima»,
impegna il Governo:
1) ad adottare iniziative volte a rivedere, sin dal primo provvedimento utile, la decisione di incrementare i requisiti anagrafici per l'accesso alla pensione e ad eliminarne il meccanismo di revisione periodica;
2) ad assicurare, per quanto di competenza, che non saranno promosse altre iniziative normative volte a mettere in discussione l'istituto del riscatto dei corsi universitari di studi ai fini previdenziali, sia per quanto concerne il loro riconoscimento ai fini della determinazione del futuro assegno pensionistico, sia per quanto riguarda la validità ai fini della maturazione dei requisiti contributivi per l'accesso alla pensione di anzianità, escludendo altresì ogni ulteriore iniziativa volta a prolungare il già improprio strumento delle finestre di uscita;
3) ad adottare una specifica strategia per la realizzazione di una buona e stabile occupazione, contrastando la precarietà, la discontinuità lavorativa e il part time involontario, con particolare riguardo per i giovani e le lavoratrici, anche al fine di precostituire le condizioni per un futuro previdenziale dignitoso e sostenibile, anche attraverso il sostegno a interventi normativi che disciplinino in maniera più rigorosa e idonea alle sue finalità, invece che continuare a rimuovere, come si è fatto sino ad ora, ogni vincolo al ricorso a strumenti di flessibilizzazione del lavoro;
4) a rivedere le scelte in materia di rafforzamento dei salari, al fine di conseguire l'obiettivo costituzionale di una retribuzione che assicuri un'esistenza libera e dignitosa per il lavoratore e la sua famiglia, nonché per proteggerne il potere d'acquisto a fronte dei processi inflattivi degli ultimi anni, quale condizione per trattamenti pensionistici altrettanto dignitosi, anche attraverso la promozione di iniziative normative sul salario minimo e il sostegno alla definizione di una disciplina sulla rappresentanza che, attraverso il criterio della maggiore rappresentatività comparativa legata a indicatori quali il numero degli iscritti e il numero di eletti nelle Rsu, scardini il favore nei confronti della cosiddetta contrattazione pirata;
5) ad adottare le opportune iniziative normative per rendere strutturale canali di uscita anticipata, in primo luogo per lavoratrici e lavoratori in condizione di maggiore difficoltà, in relazione a condizioni soggettive (disabilità, lavoro di cura) o oggettive (gravosità del lavoro, lavori usuranti), a partire da Ape sociale, estendendola anche ai lavoratori autonomi, e «opzione donna», introdotto sperimentalmente nel 2003 dall'allora Ministro Maroni e ridimensionato e poi tagliato definitivamente dalle ultime leggi di bilancio;
6) ad adottare iniziative per rafforzare le misure in favore dei lavoratori che hanno svolto prestazioni usuranti e gravose, estendendone l'applicazione ad alcune categorie di lavori attualmente escluse, a partire dal ripristino delle categorie tagliate con la legge di bilancio per il 2023;
7) a riconoscere il lavoro di cura delle lavoratrici madri e per chi assiste un familiare con disabilità ai fini previdenziali;
8) ad adottare iniziative per disciplinare l'istituzione di una «pensione di garanzia» per i giovani, da disegnare nella cornice del sistema contribuivo e consistente in un importo di pensione garantito, legato agli anni di contribuzione (effettiva e figurativa anche per lavoro di cura) e all'età di ritiro, e quindi in grado, da un lato, di premiare chi lavora o è disposto a farlo di più, dall'altro di tutelare le persone con carriere discontinue e periodi dedicati al lavoro di cura;
9) ad assumere iniziative normative volte a definire una rivisitazione complessiva della disciplina previdenziale al fine non solo di introdurre gli opportuni elementi di flessibilità, basata sul principio della libertà di scelta delle lavoratrici e dei lavoratori, con particolare riguardo per chi è interamente nel sistema contributivo, ma anche di definire un nuovo sistema di accompagnamento graduale alla fuoriuscita dal lavoro, riducendo il carico lavorativo settimanale diretto e indiretto nel corso degli ultimi anni della carriera lavorativa rispetto ai requisiti anagrafici per l'accesso alla pensione di vecchiaia, a parità di retribuzione e di contribuzione previdenziale;
10) a valutare, in tale processo di revisione, l'adozione di iniziative per l'introduzione di un meccanismo di quote variabili per l'uscita pensionistica, sussistendo requisiti minimi anagrafici e contributivi, con l'applicazione di riduzioni o di maggiorazioni percentuali del trattamento pensionistico in ragione dell'uscita anticipata o posticipata rispetto alla soglia prevista per la pensione di vecchiaia;
11) ad individuare le opportune risorse finanziarie per aumentare il valore e la platea dei beneficiari della «quattordicesima», al fine di rafforzare la tutela dei pensionati e delle pensionate di fronte al carovita;
12) ad adottare iniziative per ripristinare le risorse finanziarie dei fondi destinati alle misure di tutela dei lavoratori impiegati in attività usuranti e per i precoci;
13) ad adottare, per quanto di competenza, le opportune iniziative normative volte ad escludere l'impiego di lavoratori negli ultimi anni prima della maturazione del requisito per la pensione di vecchiaia in attività in altezza o ad alto tasso di sinistrosità.