Economia

Il decreto carburanti conferma che il Governo non sa gestire l’emergenza e non ha una politica energetica
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Il decreto-legge n. 33 del 2026, il cosiddetto decreto Carburanti, interviene sull’aumento dei prezzi dei carburanti con un’impostazione che appare insieme tardiva e priva di una reale capacità di incidere sui meccanismi che hanno generato l’emergenza.
Arriva dopo settimane di rincari significativi, durante le quali famiglie e imprese hanno assorbito interamente l’impatto dell’aumento dei costi, senza strumenti di tutela adeguati.
Non si tratta quindi solo di un ritardo nei tempi di intervento, ma dell’incapacità di anticipare e governare una crisi che era ampiamente prevedibile nelle sue dinamiche.
La prima e più immediata cosa da sottolineare è che le accise che ora il Governo toglie sono le stesse che aveva introdotto a gennaio per allineare il prezzo del diesel a quello della benzina: intervento davvero singolare, per una Presidente del Consiglio che aveva costruito le sue fortune elettorali promettendo la cancellazione di tutte le accise.
A rendere ancora più evidente la fragilità dell’intervento è il fatto che il provvedimento abbia avuto una durata e un’efficacia estremamente limitate.
Si tratta di un decreto che, mentre veniva discusso in Parlamento, aveva già esaurito gran parte dei suoi effetti concreti.
Una misura emergenziale dal costo superiore al mezzo miliardo di euro: un utilizzo inefficiente di risorse pubbliche, con effetti limitati sulla riduzione del costo reale per cittadini e imprese.
Nel merito, va subito detto che la scelta di intervenire attraverso un taglio generalizzato delle accise si rivela strutturalmente debole. In un mercato caratterizzato da forti concentrazioni e da una domanda sostanzialmente rigida, l’annuncio pubblico di una riduzione del prezzo produce effetti distorsivi noti: una parte rilevante del beneficio viene assorbita lungo la filiera, riducendo l’impatto effettivo sui consumatori finali.
La misura presenta inoltre un carattere indiscriminato, che non consente di distinguere tra soggetti maggiormente esposti e soggetti con maggiore capacità di assorbire l’aumento dei prezzi.
Il risultato è che il beneficio ottenuto da chi utilizza quotidianamente l’automobile per lavorare o spostarsi è stato sostanzialmente identico a quello riconosciuto a soggetti con capacità economiche incomparabilmente superiori.
Una misura costruita senza alcuna differenziazione sociale e senza una reale selettività redistributiva, incapace quindi di concentrare le risorse pubbliche dove l’impatto della crisi energetica è più pesante.
Particolarmente criticabile è la scelta delle coperture finanziarie, basata su riduzioni lineari della spesa dei Ministeri. Questo approccio incide su ambiti strategici come sanità, istruzione e ricerca, senza una valutazione selettiva delle priorità, determinando un trasferimento di risorse da settori essenziali a una misura di efficacia limitata.
Nel complesso, il provvedimento si configura come una risposta emergenziale che non affronta le cause strutturali della vulnerabilità del sistema energetico nazionale.
Questo decreto-legge non è soltanto un errore, non è solo insufficiente rispetto alla gestione dell’emergenza: è la prova che il Governo non ha una politica energetica.
