Economia
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Il “Milleproroghe” è diventato, negli anni, un rito della legislazione italiana: un decreto legge che, a fine anno, rimette mano a termini e scadenze accumulando norme su materie diversissime tra loro.
È uno strumento nato come manutenzione normativa, ma che ormai viene usato sistematicamente come contenitore eterogeneo, spesso senza un filo conduttore e senza un disegno riconoscibile di politica pubblica.
In alcune stagioni, pur dentro questa disomogeneità, il “Milleproroghe” ha almeno avuto una funzione pratica: chiudere falle emerse dopo la Manovra, evitare vuoti amministrativi, rispondere a urgenze vere per famiglie, lavoratori, imprese. Non era un modello virtuoso, ma a volte conteneva correzioni utili e immediatamente operative.
Quest’anno invece – come del resto negli ultimi tre anni – l’esito è opposto: il decreto conferma una deriva che trasforma la proroga in un metodo ordinario di governo.
Si rinvia ciò che andrebbe risolto, si allungano transizioni che dovrebbero essere superate, si moltiplicano eccezioni e deroghe che diventano regola.
Un altro punto critico è l’asimmetria delle proroghe: in alcuni casi si rinvia “poco e male”, per pochi mesi e solo per alcuni settori, senza un criterio convincente.
In questo quadro, il Partito Democratico ha provato a riportare il decreto alla realtà, con un pacchetto di proposte rivolte a emergenze concrete: fondo affitti; misure su “opzione donna”; proroga della cassa integrazione per la moda; stabilizzazione del personale precario PNRR (giustizia e sanità) per non disperdere competenze già formate e indispensabili agli uffici; interventi di buon senso sulle polizze catastrofali (estensione tempi e platea); correzioni su incentivi che penalizzano le imprese che importano macchinari complessi. La proroga della decontribuzione per le aree ZES e per le assunzioni di giovani e donne nel Mezzogiorno, inizialmente non prevista nel testo, è stata introdotta solo dopo la pressione emendativa, ma in forma ridotta per durata e percentuale di esonero, con un taglio che continua a penalizzare il Sud. Rispetto al comparto moda, è stata ribadita la richiesta di risolvere il contenzioso legato al credito d’imposta ricerca e sviluppo, che sta colpendo PMI già in crisi, travolte da richieste di restituzione generate da incertezza normativa.
La scelta di non prorogare la cassa integrazione per le PMI della moda, a differenza di quanto fatto per le aree di crisi complessa, lascia senza copertura un settore strategico del Made in Italy.
Nel settore dell’editoria, l’emendamento del Partito Democratico che prevedeva la proroga del credito d’imposta per l’acquisto della carta e il rafforzamento del Fondo per il pluralismo è stato riformulato dal Governo in modo peggiorativo, eliminando di fatto il tax credit e attingendo alle risorse del Fondo per finanziare altre misure.
Nel capitolo scuola, criticabile è la mancata proroga sul dimensionamento della rete scolastica, con il rischio di applicare criteri rigidi e numerici che penalizzano aree interne, montane e insulari e riducono il ruolo delle autonomie regionali.
C’è poi un tema che attraversa tutto il provvedimento: la carenza di personale nelle amministrazioni e l’uso delle graduatorie. In Commissione è stata contestata la reintroduzione o il ripristino di limiti rigidi allo scorrimento degli idonei (“taglia idonei”), perché in una fase di turnover e scoperture diffuse è illogico impedire alle amministrazioni di usare graduatorie già pronte.
Come ha sottolineato nella sua dichiarazione di voto finale la deputata del PD Simona Bonafé, siamo di fronte alla “ennesima fotografia impietosa di un Governo senza visione, senza coraggio e, come ormai è stato evidente dall'iter in Commissione, in confusione totale”.

