Prima la magistratura ora l’avvocatura, continuano i tentativi della destra di smantellare i pilastri della democrazia e del diritto. Inutile la lezione di 15 milioni di NO. Vogliono far diventare gli avvocati strumenti di attuazione delle politiche governative. Una norma palesemente incostituzionale che non può essere aggirata con un ordine del giorno o con rinvii a future norme attuative.
È necessario fermare l’iter di questo provvedimento ed eliminare quantomeno le disposizioni contestate. Su temi così delicati non sono ammesse forzature né scorciatoie: serve responsabilità istituzionale, rispetto dei principi costituzionali e tutela dei diritti fondamentali.
Della delicatezza del momento molto dice la decisione del sottosegretario Mantovano di recarsi al Quirinale.
Così in una nota Chiara Braga, Capogruppo Pd alla Camera dei Deputati.
“Un ordine del giorno non è sufficiente a superare i profili di possibile incostituzionalità e rischia anzi di aggravare il pasticcio istituzionale”. Così la deputata democratica, componente della commissione Giustizia della Camera, Michela Di Biase sul decreto Sicurezza, dopo le criticità emerse sulla norma relativa ai compensi degli avvocati nei procedimenti di rimpatrio.
Per la deputata del Pd, “la strada indicata dalla maggioranza di cavarsela con un ordine del giorno non risolve i problemi di fondo: non si può pensare di rinviare tutto a successivi atti attuativi. Serve un intervento diretto sul decreto”.
“La maggioranza è nel caos – conclude Di Biase – e cerca soluzioni tampone su una norma profondamente sbagliata che mina l’autonomia e il ruolo dell’avvocatura e che, per quanto riguarda la sua incompatibilità con la Costituzione, deve essere ritirata”.
“La maggioranza non sa che pesci prendere e pensa di affrontare profili di possibile incostituzionalità con un ordine del giorno”. Così la capogruppo del Partito Democratico in commissione Affari costituzionali della Camera Simona Bonafè, commentando il decreto Sicurezza e l’annuncio di un odg sulla norma relativa ai compensi degli avvocati nei procedimenti di rimpatrio.
“È ridicolo pensare di poter superare criticità di questo tipo con un ordine del giorno”, aggiunge Bonafè, sottolineando come la soluzione proposta non affronti i nodi strutturali del provvedimento.
Nel merito, la deputata dem definisce la norma sugli incentivi agli avvocati “un obbrobrio”, perché “lede l’autonomia dell’avvocatura e rischia di trasformare gli avvocati in attuatori delle scelte del governo. Mai visto prima: siamo davanti a un degrado istituzionale”.
Per Bonafè, la strada indicata dall’esecutivo non è praticabile e conferma l’incapacità della maggioranza di gestire le criticità emerse sul piano costituzionale del provvedimento.
“Siamo di fronte a norme manifestamente incostituzionali: in quanto tali, l’unica soluzione praticabile da parte della maggioranza è la loro soppressione. È irriguardoso pensare di poter aggirare il problema con un ordine del giorno, rinviando tutto a future norme attuative del decreto. La toppa è peggio del buco”.
Lo afferma la responsabile nazionale giustizia e deputata del Pd, Debora Serracchiani commentando le criticità emerse sul decreto sicurezza, in particolare sulla disposizione relativa al compenso degli avvocati nei procedimenti di rimpatrio dei migranti, finita sotto la lente del Quirinale per possibili profili di incostituzionalità.
“Non solo la soluzione individuata non appare sufficiente sotto il profilo giuridico – prosegue – ma rischia di scaricare su atti successivi un vizio originario che deve essere corretto subito”.
Nel merito, viene inoltre giudicato “profondamente sbagliato” l’impianto della norma: “Si introduce un meccanismo che lega il compenso dell’avvocato all’esito del procedimento. È una distorsione grave. E ancora più preoccupante – sottolinea Serracchiani – è l’idea che l’avvocatura possa diventare soggetto attuatore delle politiche del governo. L’avvocato deve restare libero e indipendente, non può essere trasformato in esecutore di obiettivi amministrativi, tanto meno quando questi incidono su diritti fondamentali come la libertà personale. Da qui la richiesta di uno stop: “Serve un intervento chiaro e immediato del Parlamento per correggere o eliminare le norme contestate”.
"Il dl Sicurezza, l'ennesimo, arriva alla Camera quando mancano appena 5 giorni dalla scadenza. E questo ritardo è tutta responsabilità della maggioranza che per giorni ha tenuto il testo bloccato al Senato a causa dei suoi dissidi interni. Vorrei chiedere al Presidente della Camera come si può consentire che il ruolo del Parlamento venga umiliato in questo modo fino a impedire ogni possibilità di discussione e di modifica del testo.
Non c'è margine neanche per discutere in Commissione le centinaia di emendamenti che sono stati presentati". Lo dichiara Laura Boldrini, deputata Pd, impegnata nell'esame del dl sicurezza nella seduta congiunta delle commissioni Affari Costituzionali e Giustizia.
"E' inutile che il neocapogruppo di FI, Costa, prometta ora modifiche a misure che anche lui considera sbagliate, che arriveranno con norme successive, perché non accadrà, come non è accaduto in casi precedenti.
Il copione è lo stesso della riforma della giustizia, sonoramente bocciata alle italiane e dagli italiani al referendum: arriva un testo blindato, su cui si mette la fiducia per tagliare ulteriormente i tempi di confronto, e non è possibile alcun intervento dell'opposizione, ma neanche della maggioranza - sottolinea Boldrini -. Questo metodo non è più accettabile, tanto più che nel decreto ci sono misure chiaramente incostituzionali che, secondo alcune indiscrezioni di stampa, metterebbero in allarme perfino il Quirinale".
"Il Parlamento così perde ogni ruolo e ogni funzione. Il passaggio alle Camere per questo governo è diventato un esercizio di pura ipocrisia" conclude.
Norma sbagliata trasforma avvocatura in soggetto attuatore politiche governo
“È grave che l’avvocatura, che deve essere un soggetto libero e indipendente, diventi invece responsabile dell’attuazione delle politiche del governo: non è questa la sua missione”. Così il capogruppo del Partito Democratico in Commissione Giustizia della Camera, Federico Gianassi, interviene nel corso dei lavori in Commissione, chiedendo la sospensione dell’esame del provvedimento per consentire un approfondimento su una norma “sbagliata e profondamente distorsiva. Parliamo – ha sottolineato il democratico - di una disposizione che introduce incentivi economici per gli avvocati legati all’esito dei procedimenti, alterando il principio cardine della professione forense, che è un’obbligazione di mezzi e non di risultato. Una impostazione che rischia di compromettere l’autonomia e l’indipendenza dell’avvocatura, snaturandone il ruolo”. Gianassi ha ricordato come la norma sia stata “duramente criticata anche dal Consiglio Nazionale Forense, oltre che dalle principali associazioni forensi”. Nel suo intervento, l’esponente dem ha inoltre evidenziato le contraddizioni nella maggioranza: “Stiamo discutendo di una norma che anche Forza Italia, attraverso il suo capogruppo Costa, ha messo in discussione affermando che deve essere modificata. Siamo al caos e allora ci chiediamo: perché non fermarsi e approfondire davvero? Perché procedere senza chiarire nodi così rilevanti? Serve responsabilità, non forzature”. Gianassi ha concluso ribadendo che “è molto grave quanto sta accadendo, anche con l’avallo della Presidenza della Camera, visto che il Parlamento non è messo nelle condizioni di poter discutere un provvedimento che interviene su temi molto delicati”.
“Quello in discussione è l’ennesimo decreto sulla sicurezza, e proprio per questo certifica il fallimento delle politiche del governo. Siamo di fronte a un provvedimento che non porta risorse nuove per le forze dell’ordine, non introduce innovazioni concrete e continua invece nella direzione sbagliata: aumentare le pene e inventare nuovi reati, misure che non servono assolutamente a nulla se non sono accompagnate da strumenti reali ed efficaci”. Lo ha dichiarato Matteo Mauri, responsabile nazionale Sicurezza del Partito Democratico e deputato, intervenendo a margine dei lavori delle commissioni parlamentari impegnate nell’esame del decreto sicurezza alla Camera. “Da mesi sindaci e amministratori locali chiedono interventi seri: più personale, più mezzi, più prevenzione e coordinamento sui territori. Questo decreto non risponde a nessuna di queste esigenze. È un provvedimento propagandistico che non migliora la sicurezza dei cittadini. Anche su un tema cruciale come la sicurezza – conclude Mauri – il governo Meloni dimostra tutta la sua inadeguatezza".
Lettera al Presidente per convocare commissioni.
E’ in corso un tentativo da parte della maggioranza di indebolimento del procedimento legislativo che sempre più rischia di compromettere la capacità dell’Assemblea di deliberare in modo pienamente informato, anche su aspetti sensibili come diritti fondamentali e profili costituzionali.
È quanto denuncia una lettera al Presidente Fontana contro la decisione di non convocare le commissioni per i pareri sul Decreto Sicurezza inviata da Chiara Braga e Luana Zanella, capigruppo del Pd e di Avs alla Camera dei Deputati.
Di seguito il testo della lettera.
Egregio Presidente, Roma, 20 aprile 2026 Al Presidente della Camera dei deputati On. Lorenzo FONTANA SEDE con la presente si intende sottoporre alla Sua attenzione una questione di particolare rilievo concernente le modalità di esame del disegno di legge A.C. 2886, recante la conversione del decreto-legge in materia di sicurezza. Come è noto, il corretto svolgimento del procedimento legislativo, anche con riferimento ai disegni di legge di conversione dei decreti-legge, presuppone il pieno coinvolgimento delle Commissioni parlamentari competenti, sia in sede referente sia in sede consultiva, al fine di garantire una valutazione approfondita, sistematica e tecnicamente adeguata dei contenuti normativi. Nel caso di specie, il provvedimento è stato assegnato in sede consultiva alle Commissioni III (Affari esteri), IV (Difesa), V Bilancio e Tesoro), VI (Finanze), ai sensi dell'articolo 73, comma 1-bis, del Regolamento, per gli aspetti attinenti alla materia tributaria, VII (Cultura), IX (Trasporti), XI (Lavoro), XII (Affari sociali), XIV (Politiche dell'Unione europea). Tuttavia, allo stato, risultano convocate per l'espressione del prescritto parere unicamente le Commissioni III (Affari esteri) e V (Bilancio e Tesoro), mentre le ulteriori Commissioni assegnatarie non risultano poste nelle condizioni di esercitare le proprie prerogative. È ben noto come nella prassi parlamentare non manchino precedenti di provvedimenti pervenuti all'esame dell'Assemblea in assenza dei pareri delle Commissioni in sede consultiva. Tuttavia, nel caso in esame, tale circostanza si inserisce in un quadro procedurale già compromesso, alla luce delle modalità con cui il decreto-legge è stato esaminato nel precedente ramo del Parlamento e della inaccettabile ristrettezza dei tempi disponibili presso la Camera. In tale contesto, la mancata attivazione della sede consultiva determinerebbe un ulteriore vulnus al corretto procedimento legislativo, incidendo in modo rilevante sulla pienezza del coinvolgimento delle Commissioni competenti, sulla qualità complessiva dell'istruttoria parlamentare e sulla possibilità per l'Assemblea di deliberare su un testo adeguatamente istruito sotto tutti i profili rilevanti, inclusi quelli costituzionali, ordinamentali, finanziari e di tutela dei diritti fondamentali. Alla luce di quanto sopra esposto, si chiede pertanto che la Presidenza voglia valutare l'opportunità di assumere le necessarie iniziative affinché tutte le Commissioni competenti in sede consultiva siano tempestivamente convocate e possano esprimere i rispettivi pareri sul disegno di legge A.C. 2886, in coerenza con le finalità di garanzia e di qualità della legislazione sottese al sistema delineato dal Regolamento della Camera. Confidando nella Sua attenzione al rispetto delle prerogative parlamentari e delle garanzie procedurali, si porgono distinti saluti.
Chiara Braga, Luana Zanella
"Con la norma introdotta dalla maggioranza nel decreto sicurezza siamo arrivati al paradosso inaccettabile dell'invenzione di un 'bonus remigrazione': un incentivo agli avvocati per favorire il rimpatrio dei migranti. Una scelta che racconta più di tante parole le priorità sbagliate di questo Governo". Lo dichiara la deputata del Partito Democratico Michela Di Biase.
"Parliamo di una misura che rischia di alterare il corretto equilibrio del sistema di tutela dei diritti, mettendo in discussione anche il ruolo e l’autonomia della difesa, che deve restare orientata esclusivamente all’interesse del cliente e non a meccanismi incentivanti. È per questo - sottolinea la deputata - che nella discussione alla Camera chiederemo la cancellazione di questa norma, come ha già fatto anche il Consiglio nazionale forense".
"È evidente – conclude Di Biase – che questo Governo ha perso di vista le vere emergenze del Paese, preferendo alimentare una narrazione ideologica piuttosto che dare risposte reali ai cittadini".
"Nutriamo grande apprensione per il destino del cittadino di origine indiana, in fin di vita, all’ospedale Ruggi di Salerno abbandonato davanti al pronto soccorso del nosocomio in fin di vita. Al momento non sappiamo quale sia la sua identità: è noto soltanto che è stato esposto ad agenti chimici pericolosi e che entrambi gli arti inferiori sono in cancrena. Abbiamo fiducia nella celerità con cui la magistratura interverrà nelle indagini. Chiediamo a tutti collaborazione: c’è una enorme emergenza che riguarda lo sfruttamento nei campi e in altri settori dove la manodopera di origine straniera viene usata come carne da macello. Non staremo zitti: mentre loro fanno decreti sicurezza per lucrare sulle paure delle persone, noi chiediamo una legislazione che garantisca canali legali di ingresso nel nostro paese e sanzioni severe per chi in nome del profitto continua a tollerare condizioni disumane di lavoro". Lo dichiara il deputato e Capogruppo PD in Commissione Lavoro, Arturo Scotto.
“Il blocco totale delle movimentazioni dei bovini in uscita dalla Sardegna è una misura non proporzionata, non supportata da evidenze scientifiche e con effetti economici pesantissimi per gli allevatori”. Lo dichiara il segretario del PD Silvio Lai che, con i deputati del Partito Democratico Ilenia Malavasi, Antonella Forattini, Gianni Girelli, Nadia Romeo, Andrea Rossi e Stefano Vaccari, Stefania Marino, ha presentato un’interrogazione al Ministro della Salute sul provvedimento adottato a seguito del focolaio di dermatite nodulare bovina (Lumpy Skin Disease) registrato nel Sarrabus.
“Dalla stessa comunicazione del Ministero – spiegano i parlamentari – emerge che il focolaio è localizzato e che le misure standard previste dalla normativa europea si basano su zone di protezione di 20 chilometri e di sorveglianza di 50 chilometri. Nonostante questo, si è scelto di bloccare l’intera Sardegna, senza una chiara motivazione tecnico-scientifica”.
“È una decisione che rischia di trasformare un problema sanitario circoscritto in una crisi economica regionale – proseguono – colpendo in particolare il Nord Sardegna e la Gallura, aree fortemente orientate all’esportazione dei capi verso i centri di ingrasso della penisola”.
I deputati Pd sottolineano inoltre che “la copertura vaccinale nell’isola supera il 98%, elemento che riduce significativamente il rischio di diffusione della malattia e che avrebbe dovuto orientare verso misure più mirate e proporzionate”. “Chiediamo al Governo – concludono i parlamentari PD – di chiarire le basi scientifiche della decisione, di verificare la coerenza con il principio di proporzionalità previsto dalle norme europee e soprattutto di prevedere una rapida revisione del provvedimento, consentendo la ripresa delle movimentazioni dalle aree indenni, nel rispetto delle necessarie condizioni di sicurezza sanitaria”.
Stop al “panpenalismo”, più prevenzione e più agenti sul territorio. È questa la linea del Partito Democratico, che ha depositato circa 300 emendamenti al decreto legge sicurezza per cambiare profondamente il provvedimento. L’obiettivo, spiegano i dem, è chiaro: meno norme punitive “a effetto” e più interventi concreti per la sicurezza reale dei cittadini. Tra le proposte, una riduzione delle nuove fattispecie di reato e pene più proporzionate, per evitare un uso eccessivo del diritto penale.
Al centro anche la difesa dei principi costituzionali. Il Pd chiede di eliminare le norme che rischiano di introdurre responsabilità “automatiche”, come nel caso delle sanzioni ai genitori per i reati dei figli minori, ribadendo che la responsabilità deve restare personale. Un capitolo importante riguarda i giovani: meno repressione e più prevenzione. Gli emendamenti puntano a rafforzare servizi sociali, scuole e interventi educativi, con l’obiettivo di affrontare le cause del disagio e ridurre la recidiva.
Sulla sicurezza, i dem chiedono più presenza dello Stato: aumento delle assunzioni nelle forze di polizia, miglior trattamento economico e previdenziale, e migliori dotazioni.
Nel mirino anche le norme sulla sicurezza urbana, introducendo regole più chiare e controlli più rigorosi. Infine, la tutela del diritto di manifestare: il Pd propone di modificare le norme ritenute troppo restrittive, garantendo la possibilità di protestare pacificamente senza comprimere il dissenso democratico.
“Più sicurezza vera e meno propaganda”, è la sintesi politica degli emendamenti.
“Il decreto sicurezza ha già fallito, perché è in vigore da oltre 45 giorni e non è riuscito a garantire più sicurezza, perché ancora una volta interviene solo sulle norme per aumentare le sanzioni e le pene dopo, non per garantire maggiore prevenzione e presenza di forze dell'ordine nelle strade, attraverso tutti gli scorrimenti delle graduatorie che servono. Abbiamo aspramente criticato la forzatura di queste ore: stanno comprimendo gli spazi di confronto parlamentare perché vogliono evitare almeno il fallimento nella conversione del decreto. Però si è abbassata l’asticella: prima puntavano a garantire più sicurezza, adesso cercano in tutti i modi di evitare i fallimenti della conversione dei decreti” Dichiara Andrea Casu, deputato Pd intervistato da Rainews 24.
“Il calendario dei lavori imposto dalla maggioranza sul decreto sicurezza rappresenta una forzatura inaccettabile, tanto più grave perché riguarda un provvedimento delicato che incide su diritti e garanzie fondamentali. Non è questo il modo di assicurare un confronto serio e rispettoso delle istituzioni”.
Lo dichiarano i deputati del Partito democratico della Commissione Affari costituzionali della Camera.
“Il Partito democratico – proseguono – partecipa ai lavori della Commissione per senso di responsabilità e rispetto istituzionale: un dovere nei confronti del Parlamento e dei cittadini. Questo, però, non può essere scambiato per accettazione passiva di un metodo che continua a comprimere i tempi e a svuotare il ruolo della Camera, impedendo un esame approfondito del testo”.
“Ancora una volta la maggioranza forza il calendario parlamentare su un provvedimento delicato e complesso, che incide su aspetti sensibili per la vita delle persone e per l’equilibrio democratico del Paese. Sarebbe stato necessario garantire un confronto serio, trasparente e approfondito, dentro e fuori dal Parlamento, invece di imporre l’ennesimo decreto”.
“Si tratta del quarto intervento di questo governo in materia di sicurezza: un dato che conferma un approccio fatto di annunci e propaganda, privo di una visione organica e di risultati concreti. La sicurezza non si costruisce con scorciatoie procedurali, ma con politiche serie, investimenti adeguati e pieno rispetto delle istituzioni”.
“Continueremo a batterci per un confronto dignitoso e per avanzare proposte credibili, che mettano al centro la sicurezza dei cittadini, lo Stato di diritto e la coesione sociale”, concludono i deputati dem.
"La manifestazione sulla Tirrenica ha mandato un segnale forte e chiaro: basta promesse e slogan, il governo torni indietro e rifinanzi l'ammodernamento e la messa in sicurezza della strada. Cittadine, cittadini, associazioni, enti locali chiedono risorse e tempi certi. Aspettiamo adesso una presa di posizione netta da parte di Giorgia Meloni e del ministro Salvini".
Così il capogruppo Pd in commissione Ambiente, Marco Simiani, a margine dell'evento svolto oggi a Capalbio.