“È grave che la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni continui a far finta di non comprendere la situazione istituzionale che si sta determinando. Il Parlamento Italiano si appresta a votare una norma manifestamente incostituzionale, da sottoporre poi alla firma del Presidente della Repubblica Italiana. Siamo di fronte a un evidente pasticcio istituzionale, frutto di una gestione confusa e di una programmazione inefficace dei lavori parlamentari”.
Lo dichiara Piero De Luca, deputato e capogruppo in Commissione Affari Europei della Camera. “Il provvedimento presenta criticità rilevanti, in particolare quella sulla lesione dell’autonomia e libertà dell’avvocatura. Si tenta di introdurre un’ingerenza indebita nell’esercizio della professione forense, con un pericoloso tentativo di sottoporre l'azione forense a indirizzi politici governativi, in aperto contrasto con i valori costituzionali dello Stato di diritto e i princìpi deontologici della categoria, che infatti ha già espresso fortissima contrarietà. La Presidente Meloni, mentre si propone come garante della stabilità e sicurezza, sta in realtà alimentando una crescente fibrillazione istituzionale, mettendo ancora una volta sotto pressione gli equilibri del nostro sistema democratico”.
“Un ordine del giorno non è sufficiente a superare i profili di possibile incostituzionalità e rischia anzi di aggravare il pasticcio istituzionale”. Così la deputata democratica, componente della commissione Giustizia della Camera, Michela Di Biase sul decreto Sicurezza, dopo le criticità emerse sulla norma relativa ai compensi degli avvocati nei procedimenti di rimpatrio.
Per la deputata del Pd, “la strada indicata dalla maggioranza di cavarsela con un ordine del giorno non risolve i problemi di fondo: non si può pensare di rinviare tutto a successivi atti attuativi. Serve un intervento diretto sul decreto”.
“La maggioranza è nel caos – conclude Di Biase – e cerca soluzioni tampone su una norma profondamente sbagliata che mina l’autonomia e il ruolo dell’avvocatura e che, per quanto riguarda la sua incompatibilità con la Costituzione, deve essere ritirata”.
“La maggioranza non sa che pesci prendere e pensa di affrontare profili di possibile incostituzionalità con un ordine del giorno”. Così la capogruppo del Partito Democratico in commissione Affari costituzionali della Camera Simona Bonafè, commentando il decreto Sicurezza e l’annuncio di un odg sulla norma relativa ai compensi degli avvocati nei procedimenti di rimpatrio.
“È ridicolo pensare di poter superare criticità di questo tipo con un ordine del giorno”, aggiunge Bonafè, sottolineando come la soluzione proposta non affronti i nodi strutturali del provvedimento.
Nel merito, la deputata dem definisce la norma sugli incentivi agli avvocati “un obbrobrio”, perché “lede l’autonomia dell’avvocatura e rischia di trasformare gli avvocati in attuatori delle scelte del governo. Mai visto prima: siamo davanti a un degrado istituzionale”.
Per Bonafè, la strada indicata dall’esecutivo non è praticabile e conferma l’incapacità della maggioranza di gestire le criticità emerse sul piano costituzionale del provvedimento.
Norma sbagliata trasforma avvocatura in soggetto attuatore politiche governo
“È grave che l’avvocatura, che deve essere un soggetto libero e indipendente, diventi invece responsabile dell’attuazione delle politiche del governo: non è questa la sua missione”. Così il capogruppo del Partito Democratico in Commissione Giustizia della Camera, Federico Gianassi, interviene nel corso dei lavori in Commissione, chiedendo la sospensione dell’esame del provvedimento per consentire un approfondimento su una norma “sbagliata e profondamente distorsiva. Parliamo – ha sottolineato il democratico - di una disposizione che introduce incentivi economici per gli avvocati legati all’esito dei procedimenti, alterando il principio cardine della professione forense, che è un’obbligazione di mezzi e non di risultato. Una impostazione che rischia di compromettere l’autonomia e l’indipendenza dell’avvocatura, snaturandone il ruolo”. Gianassi ha ricordato come la norma sia stata “duramente criticata anche dal Consiglio Nazionale Forense, oltre che dalle principali associazioni forensi”. Nel suo intervento, l’esponente dem ha inoltre evidenziato le contraddizioni nella maggioranza: “Stiamo discutendo di una norma che anche Forza Italia, attraverso il suo capogruppo Costa, ha messo in discussione affermando che deve essere modificata. Siamo al caos e allora ci chiediamo: perché non fermarsi e approfondire davvero? Perché procedere senza chiarire nodi così rilevanti? Serve responsabilità, non forzature”. Gianassi ha concluso ribadendo che “è molto grave quanto sta accadendo, anche con l’avallo della Presidenza della Camera, visto che il Parlamento non è messo nelle condizioni di poter discutere un provvedimento che interviene su temi molto delicati”.
"Con la norma introdotta dalla maggioranza nel decreto sicurezza siamo arrivati al paradosso inaccettabile dell'invenzione di un 'bonus remigrazione': un incentivo agli avvocati per favorire il rimpatrio dei migranti. Una scelta che racconta più di tante parole le priorità sbagliate di questo Governo". Lo dichiara la deputata del Partito Democratico Michela Di Biase.
"Parliamo di una misura che rischia di alterare il corretto equilibrio del sistema di tutela dei diritti, mettendo in discussione anche il ruolo e l’autonomia della difesa, che deve restare orientata esclusivamente all’interesse del cliente e non a meccanismi incentivanti. È per questo - sottolinea la deputata - che nella discussione alla Camera chiederemo la cancellazione di questa norma, come ha già fatto anche il Consiglio nazionale forense".
"È evidente – conclude Di Biase – che questo Governo ha perso di vista le vere emergenze del Paese, preferendo alimentare una narrazione ideologica piuttosto che dare risposte reali ai cittadini".
“Cosa pensano la Presidente del Consiglio e il Ministro della Cultura dell’iniziativa della Lega sulla Biennale di Venezia? Condividono la posizione che il partito del vicepremier Salvini sta portando avanti in Europa oppure no?” Lo dichiara Piero De Luca, capogruppo del Partito Democratico in Commissione Affari europei della Camera.
“Sulla vicenda della Biennale siamo di fronte a un fatto politico gravissimo: una forza di maggioranza sceglie di muoversi in totale autonomia in Europa, nonostante le dichiarazioni della Presidente del Consiglio e del Ministro della Cultura, assumendo una posizione di fatto opposta a quella espressa dal Governo.”
“È una scelta che rappresenta un attacco diretto alla linea indicata dalla Presidente del Consiglio e dal Ministro della Cultura, e che certifica una frattura evidente all’interno della maggioranza. Sono fuori controllo”. “La Presidente del Consiglio ha infatti rivendicato il ruolo del Governo nella politica estera, mentre il Ministro della Cultura ha preso le distanze dal Presidente della Fondazione della Biennale. In questo quadro già confuso, la Lega interviene direttamente presso le istituzioni europee con una propria linea, diversa e incompatibile con quella dell’Esecutivo.”
“È evidente che non esiste una posizione unitaria. Ci chiediamo allora: chi guida davvero la politica culturale ed estera del Paese? Chi rappresenta l’Italia nel confronto con l’Unione Europea? Chiediamo al Governo di chiarire immediatamente quale sia la posizione ufficiale dell’Italia sulla Biennale e nei rapporti con l’Unione Europea, mettendo fine a questo caos e assumendosi la responsabilità politica delle proprie scelte.”
“Mentre il ministro Lollobrigida utilizza la vetrina di Vinitaly per continuare a criticare l'Unione europea, resta il dubbio se il governo italiano si sia mosso seriamente per affrontare il problema del blocco dei fertilizzanti dovuto alla guerra sullo Stretto di Hormuz”. Lo dichiara la deputata PD Maria Stefania Marino durante il Question Time alla Camera con il ministro Lollobrigida.
“La crisi sullo Stretto del Golfo Persico, che sta facendo esplodere i costi dei fertilizzanti con aumenti del 50% - aggiunge la parlamentare - ha effetti immediati sui raccolti e sui prezzi di pane e pasta. Servono dunque scelte immediate, sostegno diretto agli agricoltori, lo stop ai costi aggiuntivi e un piano per rafforzare l'autonomia produttiva”.
“Alle promesse seguono i fatti altrimenti il governo continuerà a scaricare su imprese e cittadini l'ennesima crisi agricola che aumenta l'inflazione e l'insicurezza alimentare. Il tempo delle scuse, delle attese è finito: gli italiani vogliono fatti concreti”, conclude Marino.
“Chiediamo una informativa urgente al governo in merito al sistema di informazione della Rai e sul recepimento del media freedom act, sottolineato anche ieri dal presidente Mattarella per la seconda volta in questa legislatura. La maggioranza ascolti il monito del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il ministro Giorgetti venga in Aula a spiegare perché non sia stato ancora recepito il media freedom act”.
Lo ha detto in aula Stefano Graziano capo gruppo pd in commissione di vigilanza sulla rai chiedendo un’informativa urgente al governo.
“Il Freedom Act è il regolamento europeo che prevede più libertà e più autonomia del sistema dell'informazione. Non possiamo rischiare che per il mancato recepimento di tale regolamento l’Italia incorra in una procedura d’infrazione. Chiediamo che tutta l’Aula assuma una posizione forte in questo senso.
Il governo Meloni rischia di farci pagare una ulteriore tassa oltre al canone di TeleMeloni, la TeleMeloni Tax. Questo sarebbe inaccettabile”, ha spiegato Graziano.
“Lancio da qui un monito: costruiamo insieme un decalogo di quello che serve veramente all'informazione pubblica e la maggioranza la smetta di pensare solo ad occupare poltrone, ad occupare la presidenza della Rai usando il servizio pubblico come una tv di regime.
Lavoriamo insieme per trasformare la Rai da broadcaster a digital media company, lavoriamo per costruire le condizioni reali di un'informazione più libera e indipendente. E in questo senso vorrei esprimere la solidarietà alla presidente della commissione di Vigilanza Rai, Barbara Floridia, per l’inaccettabile ostruzionismo da parte della destra”, ha concluso Graziano.
"Abbiamo espresso ferma condanna per l'attacco di Trump nei confronti della Presidente del Consiglio italiano. Come ricordato dalla segretaria Elly Schlein, la libertà, la sovranità e l’autonomia del nostro Paese da attacchi e ingerenze esterne vanno difese sempre, a prescindere dal colore dei governi di turno: ne va della dignità dell’Italia.
Tuttavia, quella che viene definita come una svolta della premier Meloni, in realtà, è una giravolta. Una giravolta tardiva, poco credibile e inefficace. I danni al nostro Paese sono già stati enormi. L’Italia oggi è isolata in Europa e irrilevante a livello internazionale.
La Presidente del Consiglio aveva dichiarato di voler fare da pontiera con Trump e si è invece ritrovata a essere portabandiera della sua ideologia politica e culturale. In questi anni ha scelto la subalternità anche quando ciò metteva a rischio la credibilità e la tenuta economica del Paese. Ha difeso più un rapporto politico che gli interessi nazionali.
Lo abbiamo visto sul “Board of Peace” che ha minato le Nazioni Unite. Con i silenzi sulle minacce militari alla Groenlandia e alle offese rivolte all’Europa. Con l'accondiscendenza sui dazi, considerati a tratti come un’opportunità, quando invece rappresentano una mannaia sull’export, sull’occupazione e su settori strategici del Paese. E lo abbiamo visto anche sull’Iran: ha impiegato giorni per una timida presa di posizione, quando invece avrebbe dovuto prendere con nettezza le distanze da un conflitto illegale che viola il diritto internazionale e che sta danneggiando famiglie e imprese italiane, con l’aumento dei carburanti, delle bollette e del costo della spesa.
Oggi Meloni prova ad uscire dall’angolo dell'imbarazzante rapporto con Trump che appare fuori controllo, ma resta il dubbio che sia solo calcolo politico. Se il cambio è reale, sia coerente: difenda il diritto internazionale, rafforzi l’Europa e metta al primo posto gli interessi dell’Italia. Altrimenti è solo opportunismo. In ogni caso, è del tutto evidente che la linea seguita finora era sbagliata e che la politica internazionale del governo Meloni è stata un errore colossale". Lo ha detto Piero De Luca, deputato Pd e Capogruppo in commissione politiche europee, a 4 di sera su Rete4.
“La Presidente Meloni continua a utilizzare l’Europa come un paravento per coprire l’assenza di una strategia energetica nazionale. Definire oggi il sistema ETS come un ‘freno’ è un errore che condanna l’Italia all'arretratezza: questo meccanismo è il pilastro della decarbonizzazione e lo strumento che spinge le nostre industrie a innovare per non restare fuori dai mercati globali. Attaccare gli standard europei non abbassa le bollette, ma toglie certezza agli investimenti nelle rinnovabili, le uniche che possono davvero garantire autonomia e prezzi bassi.”
“Invece di chiedere lo smantellamento delle tutele ambientali, il Governo dovrebbe spiegare perché non sta accompagnando le imprese e i lavoratori nella transizione, preferendo una propaganda ideologica che ci isola dai partner Ue. La via maestra non è tornare al passato dei combustibili fossili, ma utilizzare le risorse del PNRR e i proventi delle aste ETS per sostenere le industrie pesanti più difficili da riconvertire, garantendo che la sostenibilità ambientale sia anche sostenibilità sociale e competitività economica.”
Così Vinicio Peluffo, deputato del Pd e vicepresidente della commissione Attività produttive.
“La netta sconfitta al referendum ha segnato la crisi del Governo. Le principali riforme istituzionali sono naufragate — autonomia affossata, giustizia bocciata, premierato accantonato — e sul fronte economico i risultati sono ancora più deludenti, con produzione industriale ancora in calo, misure insufficienti e tardive per fronteggiare la crisi energetica e economica, sanità e lavoro senza risposte per i cittadini. Senza la spinta del PNRR, il Paese sarebbe già in recessione. Maggioranza e esecutivo sono alle prese con dimissioni, scandali e ombre inquietanti, mentre il Governo ha smesso di governare. Meloni dovrebbe prendere atto che questa legislatura è stato un grande fallimento. In questi anni non sono arrivati risultati concreti per gli italiani; nessuna riforma che ha portato benefici alle famiglie e imprese, solo tentativi di scassare le istituzioni. Si erano dichiarati pronti, si sono dimostrati incapaci. E sul piano internazionale la linea di appiattimento a Trump ha portato non solo caos globale ma anche a danni gravissimi per il nostro Parse. Vedremo se domani Meloni avrà l’umiltà di fare autocritica. La aspettiamo per capire se finalmente abbandonerà la propaganda e tornerà a occuparsi dei problemi degli italiani. Noi continuiamo anche dal fronte del lavoro parlamentare a costruire l’alternativa per il governo del Paese.” così la
capogruppo del Pd Chiara Braga nel suo intervento all’assemblea del gruppo alla Camera.
“A quattro anni dall’inizio della legislatura e ormai agli sgoccioli, Mollicone continua con un ritornello stanco, attribuendo ai governi precedenti responsabilità che sono invece tutte dell’attuale esecutivo. Un goffo tentativo di nascondere l’incapacità del governo di gestire il Ministero della Cultura.
Mai come con il governo Meloni la cultura è stata così politicizzata: piegata a logiche di parte, privata della sua autonomia, compressa negli spazi e colpita da tagli ripetuti in ogni manovra di bilancio, fino a essere utilizzata come un bancomat per finanziare misure estranee alle sue finalità.
Mollicone, insieme a Giuli, dovrebbe fare autocritica. L’acrimonia dimostrata verso un settore strategico come quello cinematografico ha prodotto un disastro, gettando un’intera industria nell’incertezza e nello stallo.
Prendano atto del fallimento e smettano di recriminare e scaricare responsabilità su altri, come stanno facendo adesso sul mancato finanziamento al docufilm su Regeni. La legislatura si chiude con un bilancio negativo sotto gli occhi di tutti, segnato anche dalle continue frizioni interne alla maggioranza e allo stesso partito di Meloni, come dimostrano queste uscite a poche ore dal question time”.
Lo dichiara Irene Manzi, capogruppo PD in Commissione Cultura alla Camera.
GIULI NON HA FORZA PER DIFENDERE FONDI E AUTONOMIA
“Le misure economiche previste nel decreto accise del marzo scorso colpiscono ancora una volta un settore già fragile come quello dello spettacolo dal vivo, incidendo direttamente sulla sostenibilità di festival, programmazioni e attività diffuse sul territorio, e stanno provocando forte preoccupazione tra istituzioni, artisti e operatori”. Lo dichiarano Irene Manzi e Matteo Orfini, componenti Pd della commissione cultura della Camera.
“Il Governo continua a usare la cultura come leva per coprire altri interventi economici, sottraendo risorse a un comparto che invece avrebbe bisogno di stabilità e investimenti. Si interviene in modo disorganico, senza visione, mettendo a rischio la continuità delle attività e l’accesso stesso alla cultura”.
“È un vero e proprio scippo. Di cui Giuli è complice anche perché, incapace di difendere fondi e autonomia, sta assecondando, quando viene avvertito, una gestione da sanguisuga: si drenano risorse e si sottraggono spazi politicizzando le istituzioni”.
“In occasione della discussione della legge di bilancio, a settembre, avevamo già denunciato questa deriva. Oggi assistiamo alla sua piena conferma. Serve un cambio di rotta immediato: basta politiche che sottraggono risorse e indeboliscono il settore. La cultura non può essere utilizzata come bancomat, ma va sostenuta con serietà e visione”. Così i deputati Pd in commissione cultura alla Camera.
“Esprimiamo piena e convinta condivisione alla lettera che 58 associazioni animaliste, ambientaliste e scientifiche hanno indirizzato alla Presidente del Consiglio Meloni, chiedendole di fermare il ddl Caccia che rischia di cancellare decenni di tutele per la fauna selvatica e per la sicurezza dei cittadini”. Lo dichiarano in una nota congiunta le deputate PD, Eleonora Evi e Patrizia Prestipino.
“Secondo i sondaggi Ipsos – sottolineano le parlamentari dem – l’85% degli italiani è contrario a qualsiasi ampliamento dei diritti dei cacciatori: questi numeri non si ignorano, si ascoltano. Chiediamo alla Presidente Meloni di prenderne nota invece di cedere alle lobby che mercanteggiamo sulla vita degli animali e sul patrimonio naturale che appartiene a tutti”. “I cittadini – aggiungono le deputate - chiedono di disarmare la società incivile che spara per farsi giustizia da sola, che traffica illecitamente con armi e munizioni, che organizza safari a Sarajevo, che chiude un occhio davanti al bracconaggio”.
“Il ddl Caccia è un provvedimento che introduce più fucili, meno controlli, meno aree protette, più specie cacciabili, e stranieri che potranno cacciare in Italia senza alcun limite. Denunciamo con forza anche l’ennesimo attacco all’autonomia scientifica dell’ISPRA, che il governo continua a svuotare di competenze per sostituire la scienza con le convenienze elettorali e clientelari”, concludono Evi e Prestipino.
“Quello che il governo sta facendo sui fondi del welfare del Pnrr è inaccettabile. Il definanziamento di progetti già avviati rappresenta una rottura unilaterale del patto di fiducia con i Comuni e un colpo durissimo alla rete dei servizi sociali che sostiene quotidianamente persone con disabilità, anziani non autosufficienti, famiglie in condizione di fragilità. Parliamo di risorse europee già assegnate e in molti casi già utilizzate per interventi in fase avanzata: dall’autonomia abitativa per le persone con disabilità, ai servizi domiciliari, fino agli alloggi temporanei per chi non ha una casa. In Lombardia questi progetti sono leve cruciali di inclusione sociale e innovazione territoriale, fondamentali per garantire pari opportunità in un contesto demografico ed economico complesso. Tagliare quasi un miliardo di euro a livello nazionale significa bloccare cantieri sociali già aperti, lasciare i Comuni da soli a coprire spese rendicontate e mettere a rischio la credibilità del nostro Paese nella gestione dei fondi europei. Ed è vergognoso anche il metodo della destra: nessun confronto, nessuna comunicazione preventiva, solo lettere che annunciano decisioni prese altrove e calate dall’alto. Il governo, mentre cerca di distogliere l’attenzione dai propri scandali, dimostra ancora una volta di non essere in grado di gestire il Pnrr, trasformando uno strumento pensato per modernizzare l’Italia in un bancomat per coprire le proprie incapacità. A pagare sono i territori, i Comuni e soprattutto le persone più fragili. La scelta del governo colpisce in modo diretto anche la Lombardia, la regione a maggiore capacità produttiva del Paese, che non può permettersi rallentamenti o passi indietro su progetti che rappresentano un investimento strategico”.
Lo dichiarano i parlamentari del Partito Democratico eletti in Lombardia, Braga, Cuperlo, Evi, Forattini, Girelli, Guerini, Mauri, Peluffo, Quartapelle, Roggiani, Alfieri, Bazoli, Malpezzi, Mirabelli, Misiani, Tajani.