“Esprimiamo piena e convinta condivisione alla lettera che 58 associazioni animaliste, ambientaliste e scientifiche hanno indirizzato alla Presidente del Consiglio Meloni, chiedendole di fermare il ddl Caccia che rischia di cancellare decenni di tutele per la fauna selvatica e per la sicurezza dei cittadini”. Lo dichiarano in una nota congiunta le deputate PD, Eleonora Evi e Patrizia Prestipino.
“Secondo i sondaggi Ipsos – sottolineano le parlamentari dem – l’85% degli italiani è contrario a qualsiasi ampliamento dei diritti dei cacciatori: questi numeri non si ignorano, si ascoltano. Chiediamo alla Presidente Meloni di prenderne nota invece di cedere alle lobby che mercanteggiamo sulla vita degli animali e sul patrimonio naturale che appartiene a tutti”. “I cittadini – aggiungono le deputate - chiedono di disarmare la società incivile che spara per farsi giustizia da sola, che traffica illecitamente con armi e munizioni, che organizza safari a Sarajevo, che chiude un occhio davanti al bracconaggio”.
“Il ddl Caccia è un provvedimento che introduce più fucili, meno controlli, meno aree protette, più specie cacciabili, e stranieri che potranno cacciare in Italia senza alcun limite. Denunciamo con forza anche l’ennesimo attacco all’autonomia scientifica dell’ISPRA, che il governo continua a svuotare di competenze per sostituire la scienza con le convenienze elettorali e clientelari”, concludono Evi e Prestipino.
“Quello che il governo sta facendo sui fondi del welfare del Pnrr è inaccettabile. Il definanziamento di progetti già avviati rappresenta una rottura unilaterale del patto di fiducia con i Comuni e un colpo durissimo alla rete dei servizi sociali che sostiene quotidianamente persone con disabilità, anziani non autosufficienti, famiglie in condizione di fragilità. Parliamo di risorse europee già assegnate e in molti casi già utilizzate per interventi in fase avanzata: dall’autonomia abitativa per le persone con disabilità, ai servizi domiciliari, fino agli alloggi temporanei per chi non ha una casa. In Lombardia questi progetti sono leve cruciali di inclusione sociale e innovazione territoriale, fondamentali per garantire pari opportunità in un contesto demografico ed economico complesso. Tagliare quasi un miliardo di euro a livello nazionale significa bloccare cantieri sociali già aperti, lasciare i Comuni da soli a coprire spese rendicontate e mettere a rischio la credibilità del nostro Paese nella gestione dei fondi europei. Ed è vergognoso anche il metodo della destra: nessun confronto, nessuna comunicazione preventiva, solo lettere che annunciano decisioni prese altrove e calate dall’alto. Il governo, mentre cerca di distogliere l’attenzione dai propri scandali, dimostra ancora una volta di non essere in grado di gestire il Pnrr, trasformando uno strumento pensato per modernizzare l’Italia in un bancomat per coprire le proprie incapacità. A pagare sono i territori, i Comuni e soprattutto le persone più fragili. La scelta del governo colpisce in modo diretto anche la Lombardia, la regione a maggiore capacità produttiva del Paese, che non può permettersi rallentamenti o passi indietro su progetti che rappresentano un investimento strategico”.
Lo dichiarano i parlamentari del Partito Democratico eletti in Lombardia, Braga, Cuperlo, Evi, Forattini, Girelli, Guerini, Mauri, Peluffo, Quartapelle, Roggiani, Alfieri, Bazoli, Malpezzi, Mirabelli, Misiani, Tajani.
“Il governo italiano, ora, si appella all'Europa, il che fa un po’ ridere. Dopo che per mesi è stato appeso alla coda di Trump, lo vediamo in realtà mettersi sulla coda dell'Europa. Ma in realtà il problema è molto più serio di quello che si immagina: c'è un tema di recessione, c'è un tema di stagflazione, c’è una produzione industriale che diminuisce, e il caro vita che aumenta sempre di più e davanti a tutto ciò c'è un pannicello caldo che stamattina ha provato a mettere il ministro Giorgetti. Ma il vero punto politico è questo: il governo ha fallito sulle riforme, autonomia differenziata, premierato, tasse.
Probabilmente la presidente Meloni vorrebbe andare al voto oggi, poi ovviamente non lo sappiamo quello che ha in testa. Ma sicuramente ci sono due possibilità: quella di votare adesso o scegliere di continuare a mettere le bandierine senza produrre nessun risultato per i cittadini italiani e arrivare al settembre del 2027. Noi siamo pronti in qualsiasi momento”. Lo ha detto il deputato Stefano Graziano, capogruppo pd in commissione difesa e vigilanza Rai, ospite dell’Aria Che Tira su La7.
“Il parere negativo dell’Anci sulle pre-intese per l’autonomia differenziata è un segnale istituzionale chiarissimo, che il governo sta provando a ignorare. L’Anci evidenzia criticità profonde sia nel metodo sia nel merito: le pre-intese si basano su atti regionali risalenti al 2017 e al 2018, adottati da consigli non più in carica. Un’impostazione che contraddice lo spirito della legge e le indicazioni della Corte costituzionale, che richiedono iniziative attuali e pienamente legittimate. Le considerazioni di Anci sono di merito e provengono da un soggetto che ha sempre dimostrato grande autorevolezza ed equilibrio" Lo dichiara Matteo Mauri, deputato del Partito Democratico.
“Si tratta di un punto decisivo – prosegue l’esponente dem – perché non si può costruire una riforma così delicata su basi superate e senza un reale coinvolgimento delle autonomie locali. Nonostante questo, il ministro Calderoli rivendica un avanzamento del percorso, ignorando le preoccupazioni espresse dai Comuni e da una parte rilevante del Paese. È un errore politico grave, perché si continua a procedere senza un confronto vero e senza affrontare le conseguenze di questa riforma. L’autonomia differenziata rischia di spaccare l’Italia, aumentando divari e disuguaglianze e mettendo in discussione il principio di uguaglianza tra cittadini”.
“Una prospettiva - conclude Mauri - che contrasta con la Costituzione e con l’idea stessa di coesione nazionale. Il governo sceglie di andare avanti comunque, più preoccupato di sventolare una bandiera ideologica che di confrontarsi sul merito. Il Partito Democratico continuerà a opporsi a questo disegno per difendere l’unità del Paese, la coesione sociale e i diritti uguali per tutti i cittadini”.
Fare chiarezza sull’attivazione dei percorsi quadriennali “4+2” della filiera tecnologico-professionale e verificare il rispetto delle procedure previste dalla normativa vigente. È questo l’obiettivo di un’interrogazione rivolta al ministro dell’Istruzione e del Merito dai deputati democratici Lai, Manzi, Iacono, Orfini, Casu, Vaccari e Prestipino, alla luce delle criticità segnalate in alcuni istituti, tra cui Sassari e Roma.
“Emergono - affermano le deputate e i deputati Dem - gravi criticità nel rispetto delle procedure democratiche interne alle scuole e, in diversi casi, il Piano Triennale dell'Offerta Formativa (Ptof) sarebbe stato modificato senza una regolare deliberazione del collegio dei docenti e in altri i percorsi 4+2 sarebbero stati attivati nonostante il parere contrario degli insegnanti o addirittura in assenza di un progetto didattico completo. Il ministro - concludono - chiarisca immediatamente se sia legittimo autorizzare tali percorsi senza il coinvolgimento degli organi collegiali, se il decreto n. 221 del 2025 possa essere interpretato in modo da aggirarne il ruolo e se intenda intervenire con verifiche puntuali e un indirizzo nazionale vincolante per fermare possibili forzature e garantire legalità, trasparenza e qualità dell’offerta formativa”.
“Non bastano le voci filtrate da Palazzo Chigi né le uscite dei partiti di maggioranza: serve un chiarimento da parte del ministro Piantedosi, la cui trasparenza è parte integrante della sua funzione. Il suo ruolo di ministro dell’Interno richiede comportamenti specchiati, senza limitazioni legate a questioni personali o rischi di ricatto”.
Così la deputata e responsabile giustizia del Partito Democratico, Debora Serracchiani.
“Non entriamo nelle questioni private, ma il ministro deve chiarire ogni elemento pubblico, a partire dagli incarichi legati a enti pubblici, aziende controllate dallo Stato e ruoli in Rai, che secondo quanto riportato dalla stampa sembrerebbero collegati alla relazione. Se confermato, sarebbe grave. Prima di ogni giudizio, serve trasparenza: non vorremmo che questa situazione comprometta l’autonomia e la serenità necessaria all’esercizio della sua funzione o, peggio ancora, renda il ministro ricattabile. Piantedosi non può trincerarsi nel silenzio: ne va della credibilità del suo ruolo e delle istituzioni”.
“Oggi in commissione alla Camera dei Deputati il governo ha fatto retromarcia sul subentro di un organismo nazionale unico alle consigliere di parità territoriali, non potendo ignorare le proteste dell’opposizione e quelle che si sono levate in tutte le regioni. Scongiurato così il rischio di infrazione europea per quello che sarebbe stato addirittura un “regresso” rispetto alla situazione attuale nella tutela e promozione della parità, il decreto rimane più forma che sostanza e un’occasione persa di vero investimento. Nel recepire due direttive europee, volte a potenziare l’efficacia degli organismi di parità (UNAR e Rete delle consigliere di Parità) il governo prevedeva una centralizzazione e la soppressione della rete capillare delle consigliere, rischiando di produrre una riduzione del livello di protezione odierna di donne e uomini discriminati, anziché un rafforzamento, minando anche il principio di massima accessibilità rispetto ai bisogni diffusi. Scongiurato il passo indietro, rimane un’occasione persa per adempiere davvero agli obiettivi europei. Infatti, l’accorpamento della tutela dalle discriminazioni multiple (genere, etnia, culto, disabilità, età, orientamento sessuale) con quella specifica delle discriminazione basata sul genere nel mondo del lavoro, non corrisponde alle due diverse e separate direttive. Inoltre l’organismo centralizzato ha un cda di nomina solo governativa, violando l’indipendenza prevista dall’Europa, non ha poteri sanzionatori, ma solo consultivi, ne’ la facoltà di agire per cause collettive. Non sono previsti requisiti di competenza specifica.
La nostra richiesta di rafforzare la possibilità per le consigliere di parità di agire in autonomia, in giudizio e per la risoluzione delle controversie di lavoro attraverso conciliazione, garantendo un servizio gratuito ovunque, non è stata accolta. Per questo, insieme ai gruppi di 5 stelle e AVS abbiamo votato contro la proposta insufficiente e inefficace della maggioranza”. Lo dichiarano le deputate del Pd Sara Ferrari e Simona Bonafè, rispettivamente capogruppo Pd in commissione Femminicidio e capogruppo Pd in commissione Affari costituzionali della Camera.
"Il commissario Hoekstra ha riconfermato il Green deal, dopo che alcuni esponenti della maggioranza hanno chiesto un ritorno indietro su questo stesso Piano e sull'Ets, proprio quando il governo, in un contesto di massima crisi energetica, taglia i fondi di Transizione 5.0 dedicati alla installazione di impianti rinnovabili per le imprese. Il Commissario quindi ha di fatto sconfessato la maggioranza, sostenendo che non solo dobbiamo andare avanti su quella scelta, ma dobbiamo trovare il modo di poter sostenere, anche attraverso un mercato europeo unico dell'energia, tutti i vari settori, considerando il cambiamento climatico e la scelta ormai ineludibile delle energie rinnovabili. Anche sull'Ets, come ha ribadito Hoekstra, l'80% delle risorse rimangono agli Stati membri e questo potrebbe essere il modo per aiutare le imprese nella riconversione e verso scelte energetiche che portino un beneficio sia dal punto di vista climatico che economico, mentre in Italia solo il 9% dei proventi derivanti dalle aste sono stati utilizzati per il contrasto ai cambiamenti climatici. L'utilizzo dei fossili non va in questa direzione e quindi dobbiamo assolutamente trovare forme diverse anche ai fini dell’autonomia strategica. La maggioranza deve adeguarsi a quanto chiesto a gran voce non solo dall'opposizione, ma soprattutto dall'Europa". Lo dichiarano in una nota congiunta i parlamentari della commissione Ambiente di Camera e Senato, Marco Simiani e Michele Fina, a margine dell'audizione del Commissario europeo per il clima, l’azzeramento delle emissioni nette e una crescita pulita, Wopke Hoekstra.
“Oggi è una giornata importante per Villa Literno e per tutto il territorio casertano. L’inaugurazione del Caffè Letterario Inclusivo ‘Smile’, realizzato su un bene confiscato alla criminalità organizzata, rappresenta un segnale concreto di riscatto, legalità e speranza.
Restituire alla collettività spazi sottratti alle mafie e trasformarli in luoghi di inclusione sociale, cultura e partecipazione è importante per il nostro territorio.
Questo progetto ha un valore ancora più profondo perché mette al centro le persone: famiglie, ragazzi con disabilità e associazioni che, con impegno e determinazione, costruiscono ogni giorno opportunità di integrazione e autonomia. È un esempio virtuoso di come le istituzioni, il terzo settore e le comunità locali possano lavorare insieme per generare sviluppo sociale ed economico”. Lo dichiara Stefano Graziano Deputato e capogruppo Pd in commissione difesa della camera a margine dell’evento di inaugurazione del Caffè Letterario ‘Smile’ a Villa Literno in provincia di Caserta.
“Il decreto bollette è intempestivo, senza risorse adeguate e soprattutto senza affrontare il vero problema di famiglie e imprese: il costo dell’energia. Parliamo di un provvedimento che è arrivato prima dell’escalation del conflitto in Medio Oriente ma che già allora risultava insufficiente e fuori tempo. Oggi appare ancora più inadeguato rispetto alla situazione reale”. Lo dichiara Alberto Pandolfo, deputato del Partito Democratico e capogruppo in commissione Attività produttive.
“Ci saremmo aspettati – prosegue l’esponente dem – un intervento strutturale capace di incidere davvero sulle bollette, con un investimento significativo sulle energie rinnovabili, che rappresentano la vera chiave per abbassare i costi e garantire sicurezza energetica. Al contrario, questo decreto non interviene su quel fronte e il governo continua a non agire, rischiando di alimentare nuove dipendenze dal gas invece di puntare sulla transizione”.
“Si tratta – conclude Pandolfo - di una scelta politica precisa: sulle rinnovabili il governo Meloni ha girato la testa dall’altra parte, evitando di assumere posizioni chiare anche sul piano internazionale e creando nuove dipendenze. L’Italia dovrebbe invece puntare con decisione su autonomia e indipendenza energetica, come hanno fatto altri Paesi europei. La Spagna, ad esempio, ha investito da tempo sulle rinnovabili e oggi raccoglie risultati concreti in termini di risparmio”.
“Il decreto bollette è intempestivo, senza risorse adeguate e soprattutto senza affrontare il vero problema di famiglie e imprese: il costo dell’energia. Parliamo di un provvedimento che è arrivato prima dell’escalation del conflitto in Medio Oriente ma che già allora risultava insufficiente e fuori tempo. Oggi appare ancora più inadeguato rispetto alla situazione reale”. Lo dichiara Alberto Pandolfo, deputato del Partito Democratico e capogruppo in commissione Attività produttive.
“Ci saremmo aspettati – prosegue l’esponente dem – un intervento strutturale capace di incidere davvero sulle bollette, con un investimento significativo sulle energie rinnovabili, che rappresentano la vera chiave per abbassare i costi e garantire sicurezza energetica. Al contrario, questo decreto non interviene su quel fronte e il governo continua a non agire, rischiando di alimentare nuove dipendenze dal gas invece di puntare sulla transizione”.
“Si tratta – conclude Pandolfo - di una scelta politica precisa: sulle rinnovabili il governo Meloni ha girato la testa dall’altra parte, evitando di assumere posizioni chiare anche sul piano internazionale e creando nuove dipendenze. L’Italia dovrebbe invece puntare con decisione su autonomia e indipendenza energetica, come hanno fatto altri Paesi europei. La Spagna, ad esempio, ha investito da tempo sulle rinnovabili e oggi raccoglie risultati concreti in termini di risparmio”.
“La vittoria del NO è una sonora sconfitta politica per il Governo Meloni. Una bella festa della democrazia, segnata da una grande partecipazione anche di chi si era astenuto in precedenza, dal forte voto del sud e dei giovani per il NO.
Il referendum ha lanciato un messaggio chiaro: la giustizia non va riformata scassando la Costituzione.
La vittoria del NO non è difesa dello status quo, ma richiesta di interventi concreti sui problemi veri: processi più rapidi, più risorse, digitalizzazione, carceri dignitose e accesso equo alla giustizia.
I cittadini chiedono serietà, non propaganda. Ora serve un’agenda condivisa e credibile per una giustizia più efficiente, giusta e vicina ai bisogni reali del Paese.
E serve inoltre che il governo si spogli dagli atteggiamenti arroganti e propagandistici che hanno messo in campo anche per la riforma elettorale, la legge sull'autonomia differenziata e il premierato. Serve un progetto diverso per il Paese, e il centrosinistra ora ha una grande responsabilità nel raccogliere la speranza racchiusa dentro questo voto e farla diventare idee per l’alternativa alla destra, per batterla alle prossime elezioni politiche”.
Così il deputato democratico e segretario di Presidenza della Camera, Stefano Vaccari.
"Il risultato che emerge dalla Sardegna rappresenta un segnale politico chiaro, forte e inequivocabile. La netta affermazione del No al referendum costituzionale nell’Isola, con quasi il 60% del consenso, testimonia una partecipazione consapevole e una presa di posizione determinata da parte delle cittadine e dei cittadini sardi.
La Sardegna respinge al mittente la pretesa del governo e della destra di modificare la Costituzione per piegare la Giustizia ai voleri del potere politico. Sconfitta politica per la presidente Meloni che ora non potrà modificare la legge elettorale per i suoi interessi e dovrà al contempo rinunciare a quell'autonomia differenziata che avrebbe diviso in Paese tra Regioni ricche e Regioni povere.
L'esito del referendum non può essere letto solo in chiave numerica, ma esprime un orientamento profondo: la volontà di difendere principi, equilibri istituzionali e una visione della democrazia che i sardi hanno ritenuto non adeguatamente garantita dalla proposta referendaria.
Desidero ringraziare tutte e tutti coloro che hanno partecipato al voto, contribuendo con senso civico e responsabilità a questo importante momento democratico. Il dato della Sardegna evidenzia una comunità attenta, vigile e capace di esprimere un giudizio autonomo e ponderato.
Per il Partito Democratico della Sardegna, questo risultato rappresenta uno stimolo ulteriore a proseguire nel lavoro politico e istituzionale, rafforzando il dialogo con i territori e ascoltando con ancora maggiore attenzione le istanze che provengono dalla nostra comunità.
Ora è necessario che a livello nazionale si apra una riflessione seria e rispettosa dell’esito referendario, evitando semplificazioni e valorizzando il messaggio che arriva dai territori, a partire dalla Sardegna.
Continueremo a lavorare con responsabilità e determinazione per costruire soluzioni condivise, nel rispetto dei valori democratici e dell’equilibrio istituzionale del Paese".
Lo dichiara il deputato Silvio Lai, segretario regionale del PD della Sardegna.
“Questa riforma è una riforma profondamente sbagliata che lede l’autonomia della magistratura e non risolve i problemi che i cittadini hanno nell’ambito della giustizia italiana. È stata approvata in prima lettura senza che il parlamento potesse apportare la minima modifica e questo è un fatto gravissimo, perché il ruolo del parlamento è stato completamente esautorato e scavalcato dal governo che vuole questa riforma della giustizia solamente per eliminare il potere decisionale dei magistrati. Servono alcuni correttivi, serve una riforma che abbia un senso, senza stravolgere l’assetto costituzionale della legge”. Lo ha detto Stefano Graziano capogruppo del PD in commissione difesa della camera a margine di un’iniziativa ad Avellino per dire NO al referendum costituzionale.
“Dietro l’annuncio di voler andare avanti con la stessa squadra fino a fine legislatura emerge un quadro preoccupante. La Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che rivendicava ‘autonomia’ e affermava di non essere ‘ricattabile’, mostra invece difficoltà evidenti nel trarre le conseguenze politiche necessarie davanti a casi che in un qualsiasi altro Paese occidentale avrebbero portato alle immediate dimissioni da parte degli interessati.
I casi di Daniela Santanchè, Andrea Delmastro e Giusy Bartolozzi sollevano interrogativi seri sull’effettiva capacità di esercitare pienamente il proprio ruolo”.
Lo dichiara Andrea Casu, deputato del Partito Democratico, componente dell’ufficio di presidenza del gruppo.
“La vicenda Delmastro ha contorni inquietanti: è necessario che Giorgia Meloni prenda posizione subito e non dopo il referendum, perché è in gioco la dignità delle istituzioni e la credibilità del suo governo”.