“La fotografia dell’Ocse sull’Italia è impietosa e conferma, se ancora ce ne fosse bisogno, che il governo non ha il timone della situazione e che il Paese naviga a vista. Le previsioni sulla crescita del Pil vengono ulteriormente tagliate anche a causa a causa del lievitare dei costi dell’energia provocati dalla folle guerra scatenata da Trump e Netanyahu. La manovra di bilancio è ormai morta e sepolta, a dimostrazione che il governo non ha una politica economica. Il decreto Bollette è ormai privo di senso perché incapace di affrontare le emergenze, con effetti negativi su occupazione e famiglie. La verità è che l’Italia affonda e il governo fa ammuina: venga subito in Parlamento”.
Così il capogruppo Pd in commissione Lavoro alla Camera, Arturo Scotto.
“Dopo la bocciatura degli italiani sulle riforme oggi arriva anche una nuova bocciatura: quella sulle politiche economiche. A certificarlo è l’Ocse che delinea un quadro economico estremamente preoccupante. L'errore piu grave del governo Meloni è negare e nascondere i gravi ritardi del nostro paese, continuando a raccontare successi che non esistono. Con la conseguenza di non essere capaci di pensare a proposte strutturali non immediatamente spendibili sul terreno della propaganda.
La presidente Meloni, che dice di essere portatrice di stabilità, sta invece creando fibrillazioni istituzionali che si riflettono sulla crescita economica. Ancora una volta bisogna dire che senza il Pnrr ereditato dai governi precedenti oggi saremmo in recessione”. Lo dichiara Maria Cecilia Guerra, capogruppo Pd in commissione Bilancio della Camera.
"L'allarme lanciato dalle Regioni in Conferenza Stato-Regioni è inequivocabile: il trasporto pubblico locale e regionale rischia l'interruzione dei servizi per mancanza di risorse. La normativa è chiara — entro il 15 gennaio il Governo è tenuto a trasferire alle Regioni l'80% del Fondo nazionale TPL, pari a circa 4 miliardi di euro. Siamo a metà marzo e quel decreto non è ancora stato emanato. Un ritardo inaccettabile.
La situazione è aggravata dalla crisi energetica. Le associazioni di categoria AGENS, ANAV e ASSTRA hanno quantificato in oltre 30 milioni di euro al mese i maggiori costi che le aziende di trasporto stanno sostenendo dall'inizio dell'anno, con le quotazioni del gasolio in aumento di circa il 25% a causa della guerra voluta da Trump e Netanyahu. L'energia rappresenta già la seconda voce di costo del settore, con un'incidenza superiore al 15% della spesa complessiva: variazioni così marcate rischiano di compromettere la continuità stessa dei servizi.
È una contraddizione insostenibile: mentre il costo del trasporto privato sale e i cittadini avrebbero tutto l'interesse a spostarsi su mezzi pubblici, il Governo lascia le aziende di trasporto senza liquidità e senza risposte. Il trasporto pubblico locale non è una voce di bilancio negoziabile: è un diritto di mobilità, uno strumento di coesione sociale e una leva essenziale per la transizione ecologica.
Chiediamo al Governo di agire su due fronti in modo immediato: emanare il decreto di trasferimento dell'80% del Fondo TPL alle Regioni, come prescritto dalla legge; e raccogliere le proposte avanzate dalle associazioni di settore, a partire dall'estensione della riduzione dell'accisa sul gasolio commerciale a tutto il comparto del trasporto pubblico locale e dalla promozione in sede europea di un nuovo Temporary Framework per misure straordinarie a compensazione dei maggiori costi energetici. Non ci sono margini per ulteriori rinvii".
Lo dichiarano Antonio Misiani, senatore del Partito Democratico, responsabile Economia della segreteria nazionale, e Andrea Casu, deputato del Partito Democratico, vicepresidente della Commissione Trasporti della Camera dei Deputati.
“Il Governo continua a non intervenire mentre i prezzi dei carburanti aumentano e trascinano verso l’alto il costo dei beni alimentari e dei prodotti di prima necessità. È una scelta precisa: fare cassa sulle spalle delle famiglie.
Ogni aumento dei prezzi genera maggior gettito fiscale e il Governo sta lasciando correre questa dinamica senza mettere in campo alcuna misura per contenerla. Si sta costruendo un tesoretto mentre gli italiani diventano più poveri.
Meloni aveva promesso di abolire le accise. Oggi non solo non le riduce, ma le ha persino aumentate con la legge di bilancio di dicembre, intervenendo sul diesel e non fa nulla ora che i prezzi tornano a salire per colpa di una guerra scatenata dai suoi alleati, Trump e Netanyahu, che sta producendo effetti economici diretti anche nel nostro Paese, nel silenzio della premier e nel delirio filorusso del suo vicepremier.
Il risultato è chiaro: famiglie e imprese pagano, il Governo incassa e non interviene. Questa non è incapacità. È una scelta politica.
Ed è una scelta politica che danneggia alcuni territori del nostro paese prima di altri come dimostra la richiesta del tavolo di crisi del mondo della pesca e i danni che si stanno producendo nelle isole, già in ginocchio per i costi dei trasporti marittimi e su gomma.
Il Governo dica con chiarezza se intende continuare a fare cassa sull’aumento dei prezzi o se vuole finalmente intervenire per proteggere cittadini e imprese.”
Così il deputato del Pd Silvio Lai.
“Nel giorno in cui l’Inps ci dice che per colpa del governo l’anno prossimo gli italiani perderanno un mese di stipendio, vorrei ricordare che è stato inserito nella legge di bilancio, sempre di questo governo di destra, anche che si andrà in pensione un mese dopo. Non lo dice il Pd, ma l’Inps. Complimenti al Governo Meloni che si occupa dei problemi del suo stesso governo come la magistratura e la legge elettorale ma non si occupa dei problemi degli italiani che non arrivano a fine mese e non hanno i soldi per fare la spesa al supermercato”. Lo dichiara Silvio Lai, deputato Pd, membro della commissione Bilancio della Camera.
Ferma anche la riforma della rete di distribuzione.
“Ci siamo accorti tutti, andando a fare rifornimento, di quanto siano aumentati i prezzi dei carburanti e di quanto rischino di crescere ancora nei prossimi giorni. Il punto è che il governo avrebbe tutti gli strumenti per intervenire subito, ma non lo fa. Il governo può agire immediatamente adottando la proposta lanciata da Elly Schlein di utilizzare le accise mobili, uno strumento previsto dal nostro ordinamento dal 2008. Nel 2023 il governo ha modificato il meccanismo rendendolo più complicato, ma può comunque attivarlo da subito. È questa la richiesta che rivolgiamo all’esecutivo”. Lo dichiara Vinicio Peluffo, deputato del Partito Democratico e vicepresidente della commissione Attività produttive della Camera.
“Giorgia Meloni - aggiunge l’esponente dem - ha costruito un’intera campagna elettorale proprio sul tema delle accise, criticando i governi precedenti perché non intervenivano. Faceva video promettendo che una volta al governo le avrebbe abbassate. Oggi però non fa assolutamente nulla. Anzi, con la legge di bilancio dello scorso anno, il governo ha deciso di riallineare le accise, che di fatto significa aumentare il gettito. Lo stesso esecutivo stima che nel 2026 arriveranno oltre 500 milioni di euro in più dalle accise sui carburanti. Un tesoretto che si potrebbe utilizzare per abbassare il costo dei carburanti per cittadini e imprese, invece di lasciare famiglie e lavoratori soli di fronte all’aumento dei prezzi”.
“Il governo - conclude Peluffo - si era inoltre impegnato ad avviare una riforma della rete di distribuzione dei carburanti, che potrebbe produrre maggiore efficienza e trasparenza nel settore con effetti positivi anche sui prezzi. Ma quel testo oggi giace malinconicamente nel cassetto della scrivania del ministro Urso. Servono scelte concrete per intervenire sui prezzi e rendere più efficiente il sistema. Il governo invece continua a rinviare, mentre cittadini e imprese pagano carburanti sempre più cari”.
“Per un territorio come il nostro, dove il distretto tessile è già sotto pressione da mesi, il segnale che arriva oggi dai panificatori si aggiunge a un quadro che conosciamo bene. Tessile, manifattura, artigianato lanciano da tempo lo stesso grido dall’allarme: la capacità delle piccole e medie imprese di reggere i costi energetici è al limite. Per chi lavora con forni accesi molte ore al giorno, con macchinari che non si possono spegnere, l'energia non è una voce del bilancio tra le altre. È la condizione stessa della produzione. Il decreto bollette arriva dopo mesi di annunci e con misure insufficienti. L'Italia nel 2024 ha pagato l'energia elettrica al prezzo più alto d'Europa. Veniamo da tre anni di scelte sbagliate: norme contraddittorie sulle rinnovabili, tagli alle comunità energetiche, indebolimento degli strumenti per l'efficienza energetica. Dovevamo ridurre la nostra dipendenza dai combustibili fossili. Il governo ha fatto l'opposto, e oggi famiglie e imprese pagano il conto. Il problema di fondo è che questo decreto non cambia l'architettura del sistema: il prezzo dell'energia resta agganciato al gas, anche nelle ore in cui produciamo da fonti rinnovabili. Finché non si interviene su questo meccanismo, continueremo a inseguire l'emergenza. Le risorse per intervenire ci sono, e lo Stato le incassa già: dalle aste sulle emissioni e dai dividendi delle società energetiche partecipate. Potrebbero essere indirizzate verso una riduzione strutturale dei costi. I contratti di lungo periodo per le rinnovabili sono uno strumento giusto, ma il governo li ha inseriti con due anni e mezzo di ritardo. Un provvedimento di emergenza non sostituisce una strategia. Il PD le proposte concrete le ha avanzate in Commissione: un pacchetto di emendamenti che chiede al governo di sterilizzare le accise per calmierare i costi in bolletta, evitando che ricada su cittadini e imprese. Il governo si muova”.
Lo dichiara Christian Di Sanzo, deputato PD in Commissiona attività produttive della Camera, attuale coordinatore reggente del PD Prato.
“Il governo Meloni è molto bravo con le parole, gli slogan, ma sarebbe anche arrivato il momento di passare ai fatti. Il prezzo della benzina è alle stelle e grava pesantemente sulle famiglie. Così come l’energia. Servirebbero politiche strutturali per ridurre il costo dei carburanti, dell’energia e delle accise. Non bastano task force. I cittadini hanno bisogno di risposte concrete”. Lo dichiara il deputato del Pd Silvio Lai, componente della commissione Bilancio della Camera.
“Dopo essersi già caratterizzato per un'esperienza da ministro della Cultura su cui stendiamo un velo pietoso, Gennaro Sangiuliano continua purtroppo a distinguersi come nemico del sistema culturale italiano.
Oggi, anche nel suo ruolo di capogruppo in Regione Campania, prosegue nella stessa direzione. Ogni volta che interviene attacca o rischia di produrre effetti negativi proprio sulla cultura, che dovrebbe invece essere tutelata e valorizzata dalle istituzioni.
Lo dimostra l’ultima polemica sulla proposta di bilancio della Regione Campania, criticata dall’ex ministro perché destinerebbe troppe risorse alla cultura, ai teatri e al Giffoni Film Festival. Una posizione che rasenta il surreale e che conferma ancora una volta una visione profondamente sbagliata del ruolo delle istituzioni.
Attaccare investimenti nella cultura significa non comprendere – o non voler comprendere – il valore economico, sociale e identitario che il sistema culturale rappresenta per i territori e per l’intero Paese”. Così una nota di Piero De Luca, deputato e segretario regionale della campania del Partito Democratico.
“È inaccettabile che migliaia di famiglie con persone con disabilità gravissima siano ostaggio dell’inefficienza di questo Governo. I ritardi sistematici nell’erogazione dei fondi nazionali relativi a gennaio 2026 stanno spingendo Regioni e Comuni verso un baratro finanziario, costringendoli ad anticipazioni milionarie per non sospendere i servizi. La destra, dopo aver ridotto le risorse nella Legge di Bilancio attraverso accorpamenti confusi, sta ora strangolando gli enti locali: la dignità delle persone non autosufficienti e la continuità dell'assistenza domiciliare non possono essere merce di scambio per i bilanci statali.
“Il grido d’allarme della Conferenza delle Regioni è un ultimatum: da marzo il rischio di interruzione delle prestazioni sociali per i più fragili diventerà realtà se il Ministro della Famiglia e il MEF non sbloccheranno immediatamente i trasferimenti. Non permetteremo che si faccia cassa sulla pelle di chi vive condizioni di estrema difficoltà. Chiediamo misure strutturali che garantiscano certezza e tempestività nelle risorse, sottraendo i diritti essenziali a questa perenne e spietata incertezza amministrativa. Il Partito Democratico non farà un passo indietro finché non sarà ripristinata la sicurezza sociale per ogni famiglia colpita.”
Così Simona Bonafè, Ilenia Malavasi e Marco Simiani, che hanno presentato un’ interrogazione ai ministri della Famiglia e dell’Economia.
Situazione molto preoccupante, ci salviamo solo grazie al PNRR dei governi precedenti.
"Difficilmente, a meno di improbabili revisioni del dato provvisorio presentato dall'ISTAT, si raggiungerà l'obiettivo su cui il governo aveva speso la sua reputazione, cioè quello di rientrare dalla procedura per deficit eccessivo portando il rapporto fra disavanzo e Pil sotto il 3%. Siamo al 3,1 e anche il debito cresce". Così la deputata dem Maria Cecilia Guerra, capogruppo in commissione Bilancio e responsabile nazionale Lavoro del Partito Democratico.
“Il contesto macroeconomico – ha aggiunto l’esponente Pd – desta molta preoccupazione: il rapporto debito-PIL è confermato in aumento, l'Istat ha rivisto al ribasso la stima sulla crescita italiana e all'orizzonte ci sono soltanto guerre. Il governo dice che la colpa è del Superbonus, ma il Superbonus era già nelle previsioni: il tema è sicuramente più complesso. Questi conti pubblici, che non hanno raggiunto l'obiettivo del consolidamento, ci trovano in una situazione di particolare debolezza. Dovremmo affrontare, e sembra ormai inevitabile, una crisi energetica che avrà effetti sulle bollette degli italiani e sulle possibilità di approvvigionamento del gas. Quello che veniva dal Qatar dovremo acquistarlo probabilmente dagli Stati Uniti, a prezzi più elevati".
"A tutto questo — ha concluso Guerra — facciamo fronte soltanto con le risorse rimaste dai governi precedenti, con il PNRR che questo governo si appresta a rimodulare per l'ennesima volta, perché non riesce a spendere in modo adeguato le risorse e cerca di portarsi qualche briciola anche per gli anni futuri. Una situazione molto, molto preoccupante".
“La composizione del Comitato tecnico faunistico venatorio nazionale, così come voluta dal ministro Lollobrigida, finisce davanti alla Corte Costituzionale su decisione del Consiglio di Stato. Una strada obbligata visto che il ministro ha stabilito che da quel comitato, contrariamente a quanto avvenuto negli anni precedenti, fossero escluse quelle associazioni venatorie e ambientaliste che di contro la legge 157 di regolamentazione della caccia riconosce e ricomprende nella gestione degli Ambiti territoriali di caccia al fine di garantire la rappresentativa più larga possibile nella complessa azione di gestione del territorio e di tutela della biodiversità. Avevamo sostenuto la necessità di ricostituire il Comitato tecnico faunistico Venatorio e avevamo salutato con soddisfazione la decisione presa con la legge del bilancio del 2024 con il timore però, risultato fondato, che il ministro avesse esercitato la delega a comporre il Ctfvn con un successivo decreto sulla base di ragionamenti di parte”.
Così il deputato della commissione Agricoltura e segretario di Presidenza della Camera, Stefano Vaccari.
“Ora - aggiunge - sulla questione di legittimità si pronuncerà la Corte Costituzionale. Non si modifica con un semplice decreto un Comitato che era stato introdotto da una legge statale forzando il principio di democrazia rappresentativa. Nel frattempo - conclude - insieme ai colleghi del Pd, Forattini e Rossi, ho depositato un’interrogazione parlamentare per sapere quali iniziative di competenza il ministro Lollobrigida intenda assumere al fine di fornire una adeguata rappresentanza alle regioni, alle organizzazioni professionali agricole, alle associazioni venatorie nazionali e alle associazioni di protezione ambientale in seno al Comitato tecnico faunistico venatorio nazionale”.
“I dati diffusi oggi dall’Istat dicono una cosa molto semplice: la spesa quotidiana delle famiglie continua ad aumentare. L’inflazione generale è all’1,6%, ma i beni alimentari e quelli per la cura della casa e della persona crescono del 2,2%. L’inflazione di fondo, quella che misura l’andamento reale dei prezzi al netto dell’energia, è salita al 2,4%. I servizi registrano un aumento del 3,6%”. Lo dichiara il deputato del Partito Democratico Silvio Lai.
“Non stiamo parlando di voci marginali, ma di ciò che incide ogni settimana sul bilancio delle famiglie. Aumentano i trasporti, aumentano gli alimentari freschi, aumentano i servizi. Intanto salari e pensioni non recuperano il potere d’acquisto perduto. E mentre questi numeri fotografano una pressione già in atto, i mercati energetici stanno reagendo all’escalation militare in Medio Oriente. Il prezzo del petrolio è già in forte rialzo e anche il gas sta registrando tensioni. Non è più un rischio teorico: è una dinamica che si sta producendo ora. Questo significa carburanti più cari, costi di trasporto in aumento e una nuova spinta inflattiva che rischia di scaricarsi direttamente sulle famiglie con il Governo italiano semplice spettatore”.
“Per questo il decreto bollette presentato dal Governo appena dieci giorni fa appare già superato. È stato costruito su uno scenario energetico stabile che oggi non esiste più. Senza meccanismi automatici di protezione contro gli shock energetici, rischia di diventare rapidamente inefficace. Le famiglie italiane hanno bisogno di certezze in una fase internazionale così instabile. Non si può continuare a rincorrere gli eventi. Serve una strategia strutturale per difendere il potere d’acquisto prima che l’onda dei rincari si scarichi di nuovo sui bilanci delle persone”.
“Governo e maggioranza hanno deciso di affondare la proposta di tutte le opposizioni sul congedo paritario di maternità e paternità, ma sono così codardi che non ci vogliono mettere la faccia. Addirittura non vogliono neppure che se ne parli. Perché? Perché sanno che è un provvedimento giusto, che porrebbe sullo stesso piano uomini e donne, sia nel vivere la genitorialità, sia nel partecipare al mercato del lavoro. E cosa si inventano? L'imbroglio perfetto. Nella commissione di merito, la commissione lavoro cui è affidato il provvedimento, chiedono una relazione tecnica su costi e coperture, che l'INPS predispone ma la ragioneria non trasmette. Di modo che la commissione Lavoro decide di non procedere alla discussione e alla votazione degli emendamenti e manda il provvedimento in Aula senza relatore. Ecco che allora la relazione tecnica arriva alla commissione di Bilancio. Solleva problemi. L'opposizione chiede di riformulare le coperture a seguito di questa relazione. Ma la maggioranza dice che non si può fare perché la Bilancio non è la commissione di merito. Il comma 22 è servito. E poi si riempiono la bocca di "sostegno alla maternità" e simili. Grande ipocrisia”. Lo ha detto in Aula Maria Cecilia Guerra, capogruppo Pd in commissione Bilancio della Camera.
“La bocciatura in Commissione Bilancio alla Camera della proposta sul congedo parentale paritario è un atto grave contro le donne, contro il lavoro femminile e contro un sostegno concreto alle famiglie italiane”. Lo dichiara la deputata Michela Di Biase, capogruppo Pd in commissione bicamerale Infanzia, commentando il parere soppressivo approvato dalla maggioranza.
“Dietro il paravento dei rilievi tecnici sulle coperture – prosegue – si consuma una scelta politica precisa: impedire che il Parlamento discuta e migliori una proposta che punta a redistribuire in modo più equo i carichi di cura e a rafforzare la partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Avevamo chiesto di riaprire i termini, la maggioranza ha invece scelto la strada più semplice e più miope: cancellare tutto”.
“Il congedo paritario non è una bandiera ideologica, ma una misura strutturale per contrastare il divario occupazionale di genere, sostenere la natalità e garantire alle famiglie strumenti reali di conciliazione. Bocciarlo – conclude Di Biase - significa dire alle donne che il loro lavoro può aspettare, che le diseguaglianze di genere continueranno a crescere e che la condivisione delle responsabilità familiari non è una priorità”.