“Quella andata in scena in queste ore è una pagina buia della storia democratica e costituzionale del nostro Paese. Far approvare al Parlamento una norma chiaramente incostituzionale, con uno strappo col Quirinale, e contestualmente essere costretti a rivederla, modificarla e cancellarla, non a precisarla, come è stato detto, è una cosa che non si è mai vista, di una gravità inaudita. Una forzatura nei confronti del Parlamento, uno strappo istituzionale gravissimo nei confronti del Quirinale. La norma in questione proponeva di far venir meno la funzione sociale e costituzionale degli avvocati, che svolgono un ruolo centrale nell'amministrazione della Giustizia nel nostro Paese e hanno un dovere deontologico e costituzionale di garantire la difesa con lealtà e correttezza dei propri assistiti, in linea con l'articolo 24 della Costituzione e con l'articolo 111 sul giusto processo. Questo decreto Sicurezza peraltro certifica il fallimento totale delle politiche di sicurezza messe in campo dal governo finora. Ancora una volta l'esecutivo è costretto a ritornare su provvedimenti già adottati, ammettendo di fatto la propria responsabilità. Ma soprattutto continua con la stessa ricetta: una ricetta panpenalistica e securitaria fatta solo di restrizioni di diritti, nuovi reati e pene che, invece di produrre risultati concreti, si è dimostrata già inefficace e incapace di rispondere ai reali bisogni dei cittadini”. Lo ha detto Piero De Luca, deputato Pd e capogruppo in commissione politiche europee, a Tagadà su La7.
“Dopo la sconfitta referendaria e i 15 milioni di italiani che hanno detto no al governo, siamo di fronte a un esecutivo in evidente difficoltà che non riesce a fermarsi, ammettere gli errori e cambiare strada. È la quarta volta che intervengono sullo stesso tema: se i tre provvedimenti precedenti hanno fallito, perché questo dovrebbe funzionare, visto che ripete la stessa strategia? Introducono nuovi reati, norme bandiera che non garantiranno più sicurezza e, nel frattempo, comprimono i diritti dei cittadini” Lo afferma Federico Gianassi, capogruppo Pd in commissione Giustizia alla Camera, intervistato sui canali social dei deputati dem, a margine dei lavori sul decreto Sicurezza.
“Pensiamo al fermo preventivo prima di una manifestazione: non è accettabile. A questo – prosegue l’esponente dem - si aggiungono norme palesemente incostituzionali. Siamo di fronte a una deriva clamorosa, mentre il Parlamento viene mortificato: a difendere il valore dell’Aula restano solo le opposizioni, con la maggioranza che diserta i lavori. Sul bonus agli avvocati per i rimpatri, voglio essere netto: è uno scandalo. L’avvocatura, in una democrazia, è libera e indipendente, non è al servizio delle politiche del governo di turno. Qui si pretende di pagare un avvocato se raggiunge l’obiettivo del rimpatrio di un immigrato: è incompatibile con lo Stato di diritto ed è palesemente incostituzionale. Lo dimostra il fatto che, mentre questa norma non è ancora in vigore, il governo sta già intervenendo per modificarla. Siamo al paradosso: una bandiera dell’assurdo che sarebbe comica, se non riguardasse diritti fondamentali”.
“C’è – conclude Gianassi - un tentativo di banalizzare tutto questo. Non ammettono il pasticcio: hanno fatto un decreto e contemporaneamente lavorano per cambiarlo. È molto più di un errore, è un’azione legislativa gravissima che viola principi costituzionali. Il Governa riconosca gli sbagli, chieda scusa e si fermi. Andare avanti mette a rischio i diritti dei cittadini”.
“Bastava fare tre giorni intensivi di diritto per capire che il bonus agli avvocati per favorire i rimpatri volontari dei loro assistiti, era una norma manifestamente incostituzionale, perché gli avvocati sono liberi e indipendenti e non possono essere pagati per andare contro il loro assistito. Si tratta di una sorta di infedele patrocinio”. Così Debora Serracchiani, deputata e responsabile nazionale Giustizia del partito Democratico.
“Purtroppo – aggiunge l’esponente dem - questo decreto sicurezza è solo repressione. Non prevede un euro per la prevenzione e soprattutto non sappiamo se c’è adeguata copertura finanziaria”.
“C’è un tema serio – conclude Serrachiani - di copertura economica. Nei fatti sembrano dare più soldi, non sappiamo ancora quanti, ma tolgono la possibilità di fare assunzioni nell’organico delle forze dell’ordine perché prendono le risorse dalle facoltà assunzionali. E sappiamo che le forze dell’ordine nel nostro Paese mancano e anche tanto”.
Grave precedente dovuta a indisponibilità senatori maggioranza di approvare Dl in terza lettura
“Siamo di fronte a una toppa peggio del buco. Questo provvedimento rappresenta un precedente molto grave: si rischia di portare il Parlamento e, da quanto apprendiamo, forse anche la Presidenza della Repubblica a votare e sottoscrivere un testo che presenta manifesti vizi di incostituzionalità.
Il Governo avrebbe dovuto avere il coraggio di fermarsi e mettere una pietra sopra a un intervento che, oltre ai profili critici sul piano costituzionale, presenta anche numerose e rilevanti problematiche in termini di copertura economica. Andare avanti in queste condizioni significa forzare le istituzioni e indebolire la qualità della legislazione.
Stupisce, inoltre, apprendere che questa scelta sarebbe stata dettata dalla risposta del Presidente del Senato, che avrebbe riferito al Governo di non essere in grado di far rientrare i senatori di maggioranza per approvare il provvedimento in terza lettura. Se confermato, si tratterebbe di un ulteriore grave strappo istituzionale e di una violazione della terzietà che dovrebbe caratterizzare la figura del Presidente del Senato, che non può e non deve parlare per la maggioranza.
Siamo davanti a una gestione preoccupante, che mortifica il ruolo del Parlamento e mette in discussione principi fondamentali del nostro ordinamento democratico.” Così la responsabile nazionale giustizia è deputata del Pd, Debora Serracchiani.
“Dall’esame del decreto sicurezza al Senato abbiamo appreso che l’articolo 30 bis proveniente dal Viminale avesse il parere contrario dei ministri Giorgetti e Nordio, poiché carente di copertura finanziaria. Per questo motivo e poiché questo è un aspetto che riguarda diversi articoli di quel testo noi abbiamo chiesto ieri sera di poter avere la relazione tecnica di passaggio dal Senato alla Camera che riguarda proprio le coperture. Ieri sera ci è stato risposto che la relazione non c’era. A questo punto appare davvero imprescindibile che il governo debba rispondere se quell’articolo 30 bis e gli altri articoli contenuti all’interno del decreto sicurezza abbiano o meno copertura finanziaria, perché noi siamo rimasti al ‘no’ per assenza di copertura finanziaria di ben due ministeri, quello della Giustizia e quello dell’Economia.
Sarebbe assurdo iniziare la discussione generale e poi la pregiudiziale di costituzionalità, se fossimo addirittura di fronte ad un decreto privo delle adeguate coperture finanziarie, oltre che contenente articoli manifestamente incostituzionali.
Ricordo in quest’aula che la presidente del consiglio aveva detto ‘io ci metto la faccia’. Allora chiediamo alla presidente Meloni dove sono i suoi ministri missing in action, perché non vengono in Parlamento a spiegare questo decreto il ministro Piantedosi, il sottosegretario Mantovano e il ministro per gli Affari con il Parlamento Ciriani? Dove sono finiti? I suoi ministri, contrariamente a quanto affermato dalla presidente del consiglio Meloni, non ci stanno mettendo la faccia”. Lo ha detto intervenendo in Aula Debora Serracchiani, deputata e responsabile Giustizia del Pd.
“Un ordine del giorno non è sufficiente a superare i profili di possibile incostituzionalità e rischia anzi di aggravare il pasticcio istituzionale”. Così la deputata democratica, componente della commissione Giustizia della Camera, Michela Di Biase sul decreto Sicurezza, dopo le criticità emerse sulla norma relativa ai compensi degli avvocati nei procedimenti di rimpatrio.
Per la deputata del Pd, “la strada indicata dalla maggioranza di cavarsela con un ordine del giorno non risolve i problemi di fondo: non si può pensare di rinviare tutto a successivi atti attuativi. Serve un intervento diretto sul decreto”.
“La maggioranza è nel caos – conclude Di Biase – e cerca soluzioni tampone su una norma profondamente sbagliata che mina l’autonomia e il ruolo dell’avvocatura e che, per quanto riguarda la sua incompatibilità con la Costituzione, deve essere ritirata”.
“Siamo di fronte a norme manifestamente incostituzionali: in quanto tali, l’unica soluzione praticabile da parte della maggioranza è la loro soppressione. È irriguardoso pensare di poter aggirare il problema con un ordine del giorno, rinviando tutto a future norme attuative del decreto. La toppa è peggio del buco”.
Lo afferma la responsabile nazionale giustizia e deputata del Pd, Debora Serracchiani commentando le criticità emerse sul decreto sicurezza, in particolare sulla disposizione relativa al compenso degli avvocati nei procedimenti di rimpatrio dei migranti, finita sotto la lente del Quirinale per possibili profili di incostituzionalità.
“Non solo la soluzione individuata non appare sufficiente sotto il profilo giuridico – prosegue – ma rischia di scaricare su atti successivi un vizio originario che deve essere corretto subito”.
Nel merito, viene inoltre giudicato “profondamente sbagliato” l’impianto della norma: “Si introduce un meccanismo che lega il compenso dell’avvocato all’esito del procedimento. È una distorsione grave. E ancora più preoccupante – sottolinea Serracchiani – è l’idea che l’avvocatura possa diventare soggetto attuatore delle politiche del governo. L’avvocato deve restare libero e indipendente, non può essere trasformato in esecutore di obiettivi amministrativi, tanto meno quando questi incidono su diritti fondamentali come la libertà personale. Da qui la richiesta di uno stop: “Serve un intervento chiaro e immediato del Parlamento per correggere o eliminare le norme contestate”.
"Il dl Sicurezza, l'ennesimo, arriva alla Camera quando mancano appena 5 giorni dalla scadenza. E questo ritardo è tutta responsabilità della maggioranza che per giorni ha tenuto il testo bloccato al Senato a causa dei suoi dissidi interni. Vorrei chiedere al Presidente della Camera come si può consentire che il ruolo del Parlamento venga umiliato in questo modo fino a impedire ogni possibilità di discussione e di modifica del testo.
Non c'è margine neanche per discutere in Commissione le centinaia di emendamenti che sono stati presentati". Lo dichiara Laura Boldrini, deputata Pd, impegnata nell'esame del dl sicurezza nella seduta congiunta delle commissioni Affari Costituzionali e Giustizia.
"E' inutile che il neocapogruppo di FI, Costa, prometta ora modifiche a misure che anche lui considera sbagliate, che arriveranno con norme successive, perché non accadrà, come non è accaduto in casi precedenti.
Il copione è lo stesso della riforma della giustizia, sonoramente bocciata alle italiane e dagli italiani al referendum: arriva un testo blindato, su cui si mette la fiducia per tagliare ulteriormente i tempi di confronto, e non è possibile alcun intervento dell'opposizione, ma neanche della maggioranza - sottolinea Boldrini -. Questo metodo non è più accettabile, tanto più che nel decreto ci sono misure chiaramente incostituzionali che, secondo alcune indiscrezioni di stampa, metterebbero in allarme perfino il Quirinale".
"Il Parlamento così perde ogni ruolo e ogni funzione. Il passaggio alle Camere per questo governo è diventato un esercizio di pura ipocrisia" conclude.
Norma sbagliata trasforma avvocatura in soggetto attuatore politiche governo
“È grave che l’avvocatura, che deve essere un soggetto libero e indipendente, diventi invece responsabile dell’attuazione delle politiche del governo: non è questa la sua missione”. Così il capogruppo del Partito Democratico in Commissione Giustizia della Camera, Federico Gianassi, interviene nel corso dei lavori in Commissione, chiedendo la sospensione dell’esame del provvedimento per consentire un approfondimento su una norma “sbagliata e profondamente distorsiva. Parliamo – ha sottolineato il democratico - di una disposizione che introduce incentivi economici per gli avvocati legati all’esito dei procedimenti, alterando il principio cardine della professione forense, che è un’obbligazione di mezzi e non di risultato. Una impostazione che rischia di compromettere l’autonomia e l’indipendenza dell’avvocatura, snaturandone il ruolo”. Gianassi ha ricordato come la norma sia stata “duramente criticata anche dal Consiglio Nazionale Forense, oltre che dalle principali associazioni forensi”. Nel suo intervento, l’esponente dem ha inoltre evidenziato le contraddizioni nella maggioranza: “Stiamo discutendo di una norma che anche Forza Italia, attraverso il suo capogruppo Costa, ha messo in discussione affermando che deve essere modificata. Siamo al caos e allora ci chiediamo: perché non fermarsi e approfondire davvero? Perché procedere senza chiarire nodi così rilevanti? Serve responsabilità, non forzature”. Gianassi ha concluso ribadendo che “è molto grave quanto sta accadendo, anche con l’avallo della Presidenza della Camera, visto che il Parlamento non è messo nelle condizioni di poter discutere un provvedimento che interviene su temi molto delicati”.
“Siamo per votare un ulteriore decreto di aggiustamento del Pnrr, 209 miliardi che non servivano solo per la ripresa del Paese ma anche per la sua resilienza ad adattarsi ai cambiamenti di paradigma dovuti dalla pandemia e dalla guerra in Ucraina e competere sui segmenti alti dell'economia internazionale e modernizzare l'Italia dentro un orizzonte di giustizia sociale. Ciononostante questo governo ha abbassato l'asticella delle aspettative del Pnrr con il ridimensionamento dell'idea innovatrice del piano e la centralizzazione delle azioni di comando nella cabina di regia di Palazzo Chigi”. Lo dichiara il deputato PD Claudio Mancini esprimendo il voto contrario dei dem al Dl Pnrr. “L'esecutivo – sottolinea il parlamentare - si è limitato alla contabilità di quanti soldi si potevano prendere a ogni scadenza, pronto a ogni escamotage necessario. E così tutti i progetti sono andati al ribasso o addirittura col segno negativo e con 37 mesi su 42 di calo della produzione industriale”.
“A rimetterci - continua Mancini - sono i comuni e i sindaci che ricevono solo lettere di tagli degli investimenti già approvati e avviati: clamorosi sono quelli sulla disabilità e dei servizi domiciliari. Tagli solo tagli per ovviare ai ritardi e senza alcun confronto con i comuni, semplicemente perché sono quelli che non governa la destra e tutto ricade sulle spalle dei cittadini".
“Oggi il tira e molla ritorna per i residui dei fondi attuabili con un semplice Dcpm, con atto fuori dal Parlamento. L'ennesimo atto di smania di comando nella postura aggressiva di quello che il governo dice e fa. L'Italia ha perso un'opportunità con il Pnrr trasformato in un mediocre esercizio di maggioranza”, conclude il deputato dem.
"Annuncio il voto contrario del Partito Democratico sulla fiducia a questo decreto Pnrr. Un voto contrario netto. E sia chiaro: non è un voto contro il Pnrr, è un voto contro il modo in cui questo governo lo ha gestito. Perché oggi possiamo dirlo senza tema di essere smentiti: il Pnrr, per come è stato condotto, è diventato in larga parte un'occasione perduta". Lo ha detto in Aula alla Camera Silvio Lai, deputato del Partito Democratico e componente della commissione Bilancio, intervenendo in dichiarazione di voto sulla fiducia al decreto.
"Un'occasione perduta per il Mezzogiorno – ha proseguito l’esponente dem - che doveva ricevere il 40% delle risorse e che invece ha visto interventi insufficienti persino a evitare l'ampliamento dei divari. Un'occasione perduta per giovani e donne, indicati come priorità e poi tra i primi a essere sacrificati. Un'occasione perduta per rafforzare la pubblica amministrazione. Questo decreto non rilancia il Pnrr: ne gestisce la fase finale. È un decreto di fine corsa. Il suo cuore politico non è una visione degli investimenti, ma un 'salvare il salvabile'. State allungando la gestione, non completando il lavoro. Il decreto è un omnibus che contiene tutto, Pnrr, coesione, sanità, scuola, giustizia, trasporti, previdenza, industria e questo non è un caso: quando un decreto contiene tutto, significa che manca una linea politica chiara. Il risultato è sempre lo stesso: meno trasparenza, meno controllo parlamentare, più opacità”.
“E intanto – ha concluso Lai - scaricate sui territori il rischio dei fallimenti: Palazzo Chigi annuncia, i Comuni pagano. ANCI denuncia definanziamenti, i sindaci segnalano interventi sociali a rischio. Sulla sanità non governate, contabilizzate. Sulla politica industriale siete assenti: avete tolto 5 milioni al CNR già in sofferenza. E con l'articolo 30 vi riservate la gestione di oltre 1,5 miliardi accantonati, riallocati con un Dpcm senza criteri chiari, senza coinvolgimento del Parlamento, senza trasparenza. State costruendo un fondo significativo per fare politica di bilancio fuori da qualsiasi controllo parlamentare. Questo decreto segna un arretramento politico. Il Pnrr doveva lasciare un'eredità: una pubblica amministrazione più forte, riforme realmente attuate, una capacità stabile di governo dello sviluppo. Questo salto non c'è stato. Era un'occasione storica e non è stata pienamente utilizzata".
“Esprimiamo piena e convinta condivisione alla lettera che 58 associazioni animaliste, ambientaliste e scientifiche hanno indirizzato alla Presidente del Consiglio Meloni, chiedendole di fermare il ddl Caccia che rischia di cancellare decenni di tutele per la fauna selvatica e per la sicurezza dei cittadini”. Lo dichiarano in una nota congiunta le deputate PD, Eleonora Evi e Patrizia Prestipino.
“Secondo i sondaggi Ipsos – sottolineano le parlamentari dem – l’85% degli italiani è contrario a qualsiasi ampliamento dei diritti dei cacciatori: questi numeri non si ignorano, si ascoltano. Chiediamo alla Presidente Meloni di prenderne nota invece di cedere alle lobby che mercanteggiamo sulla vita degli animali e sul patrimonio naturale che appartiene a tutti”. “I cittadini – aggiungono le deputate - chiedono di disarmare la società incivile che spara per farsi giustizia da sola, che traffica illecitamente con armi e munizioni, che organizza safari a Sarajevo, che chiude un occhio davanti al bracconaggio”.
“Il ddl Caccia è un provvedimento che introduce più fucili, meno controlli, meno aree protette, più specie cacciabili, e stranieri che potranno cacciare in Italia senza alcun limite. Denunciamo con forza anche l’ennesimo attacco all’autonomia scientifica dell’ISPRA, che il governo continua a svuotare di competenze per sostituire la scienza con le convenienze elettorali e clientelari”, concludono Evi e Prestipino.
"Spiace per l’agitazione di Rizzetto e Mazzetti, ma i fatti parlano chiaro. E stanno a zero. Gli esponenti della destra parlano sulla stampa e organizzano di tanto in tanto qualche passerella ministeriale in città, ma sono sempre stati assenti quando Prato, il distretto, le famiglie chiedevano risposte concrete. Parlano di giustizia e il Tribunale è senza un euro. Parlano di sicurezza e non ci sono nuove forze dell'ordine. Strumentalizzano le alluvioni e famiglie e imprese aspettano ancora rimborsi e ristori. Sulla città di Prato abbiamo presentato oltre 50 atti parlamentari. La destra, nel frattempo, è rimasta spaccata. Il punto vero è un altro: la maggioranza ha sistematicamente bocciato le nostre richieste di intervento - sostegni alla filiera produttiva, aiuti alle imprese e alle famiglie colpite dalle alluvioni. Su interrogazioni precise sullo stato di violenza, illegalità e sfruttamento che colpisce il territorio, molti ministri non hanno ancora risposto, così come sui ritardi ferroviari. Sul caro energia hanno prodotto un DL bollette completamente inefficace per le aziende pratesi, mentre i costi continuano ad aumentare. Più che attaccare l'opposizione, Rizzetto, Mazzetti e la destra, al potere da oltre tre anni, dovrebbero chiedere conto al loro governo delle risposte che mancano. Noi continueremo a portare in Parlamento i problemi della città e a pretendere soluzioni concrete”. Lo dichiarano Marco Furfaro, deputato e membro della segreteria nazionale PD, e Christian Di Sanzo, deputato e coordinatore reggente del PD Prato.
"Oggi di nuovo in piazza a Roma per dire no al ddl Bongiorno che ha trasformato la legge sul consenso nei rapporti sessuali nel suo opposto. Un tradimento non solo del patto fatto con l'opposizione che aveva portato al voto unanime alla Camera, ma soprattutto delle donne vittime di violenza.
Meloni non ha difeso l'accordo, nato sulla mia proposta di legge, che puntava a tutelare le donne che di fronte ad una violenza si immobilizzano, non riescono a reagire e per questo vengono ritenute consenzienti e dunque non ottengono giustizia. Ha preferito sottomettersi al volere di Salvini e alla parte più maschilista e misogina del suo elettorato. Oggi migliaia di persone, donne ma anche uomini, di tutte le età, con i centri antiviolenza, le associazioni, le realtà transfemministe dicono ancora una volta a gran voce che senza consenso è sempre stupro.
Non ci fermeremo finché il ddl Bongiorno non sarà ritirato: meglio nessuna legge che questa legge". Lo dichiara Laura Boldrini deputata PD e Presidente del Comitato permanente della Camera sui diritti umani nel mondo.
“La maggioranza deve ritirare la proposta di riforma della legge 157/92, il cosiddetto “Ddl sparatutto”, perché fortemente contestato dall'opinione pubblica come dimostrano le oltre 400.000 firme raccolte dalle associazioni di varia natura e considerato anche il recente sondaggio che vede il 59% degli italiani contro la caccia.
Ma non solo, il provvedimento è contestato anche da voci nella stessa maggioranza, come quelle di Noi Moderati, che annunciano un voto contrario. La riforma è stata scritta in una logica chiaramente corporativa, clientelare, elettorale a favore di produttori di armi e munizioni e si fa beffe della Costituzione e del fatto che la fauna selvatica sia patrimonio indisponibile dello Stato consentendo una caccia selvaggia, sempre più “a scopo di lucro” e consumistica, a discapito di tutte le altre attività economiche nella natura.
Inoltre, un ennesimo segnale di allarme che questo governo dovrebbe cogliere, è il rinvio alla Corte costituzionale da parte del Consiglio di Stato per una impropria e potenzialmente rischiosa incostituzionalità del CTFVN Comitato tecnico faunistico venatorio nazionale, di fatto un comitato venatorio di comodo del Ministro e delle lobby armiero-venatorie che, nell’esprimere i pareri vincolanti sui calendari venatori, dimostra di agire in chiave antiscientifica legittimando una prassi antidemocratica.
Proponiamo ai parlamentari e alle parlamentari sensibili alla tutela della natura di dare vita immediatamente ad un osservatorio sulle norme che calpestano biodiversità, il benessere animale, l’ambiente, la sicurezza delle persone e impediscono e danneggiano lo sviluppo di tutte le altre attività economiche che si basano sulla natura, anche attivando una regia per presentare interrogazioni e provvedimenti legislativi.
Infine, riteniamo doveroso ricordare che, proprio sulla tutela ambientale e del benessere animale, il ruolo e l'autonomia della magistratura hanno fatto storicamente argine, in Italia e nel mondo, allo sfruttamento delle risorse ambientali, naturali e degli animali, ed è per questo che lobby e produttori senza scrupoli che sostengono il governo italiano vedono nella magistratura il pericolo alla loro sopravvivenza al potere. Un altro motivo per votare No al Referendum sulla giustizia”. Lo dichiarano in una nota congiunta, le deputate del PD Eleonora Evi e Patrizia Prestipino, invitando a votare NO al referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo.