"Il Ministero dell'Ambiente non ha ancora presentato la terna dei nominativi a Presidente del Parco nazionale dell'Elba: un atto dovuto da proporre alla Regione Toscana. Invece di adempiere alle leggi vigenti la destra continua quindi ad inventarsi miseri espedienti per commissariare gli enti territoriali imponendo alle comunità locali figure senza competenze e senza radicamento con il solo obiettivo di occupare poltrone. Chiediamo al Ministro Pichetto Fratin di bloccare la nomina a commissario del Parco Nazionale dell'Elba Matteo Arcenni, sindaco di Terricciola (provincia di Pisa), imposto da Fratelli d'Italia": è quanto dichiara il capogruppo Pd in Commissione Ambiente Marco Simiani.
"I Parchi nazionali sono un presidio straordinario e una opportunità di sviluppo sostenibile del territorio, hanno bisogno di una governance equilibrata, supportata da esperienze, capacità e confronto costrittivo con le comunità territoriali e non possono essere inutilizzate come riserve di sottogoverno per gli amici degli amici. Noi non facciamo il toto nomi ma pretendiamo che a gestire le ricchezze del nostro territorio siano persone qualificate e con esperienze comprovate": conclude.
“Gasparri presenta una proposta di legge per riformare la Rai, ma la verità è che la maggioranza continua a tenere bloccata la Commissione di Vigilanza. Una scelta inaccettabile, frutto delle profonde spaccature tra Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia sul futuro del servizio pubblico. Nel frattempo, si avvicina l’entrata in vigore della cosiddetta "TeleMeloni Tax", ovvero il costo che gli italiani dovranno pagare per il mancato recepimento in Italia dell’European Media Freedom Act, il regolamento europeo che impone criteri di trasparenza e indipendenza nella governance dei media pubblici”, dichiara il deputato Stefano Graziano, capogruppo del Partito Democratico in Commissione di Vigilanza Rai.
«Il Partito Democratico – prosegue Graziano – chiede una riforma vera, chiara e coraggiosa della Rai, che restituisca al servizio pubblico il ruolo che la Costituzione e i cittadini gli affidano: quello di garantire informazione libera, autonoma, pluralista, lontana dai condizionamenti del potere politico. Il canone pagato dagli italiani non può essere usato per finanziare una televisione di Stato al servizio della propaganda di governo”.
"Quanto stabilito dalla Direzione Generale della Rai, come evidenziato oggi anche da una sentenza del Tribunale del lavoro di Busto Arsizio, rappresenta una misura discriminatoria gravissima. Obbligare alla fruizione forzata di ferie o aspettativa non retribuita i dipendenti e collaboratori che abbiano aderito a partiti, sindacati, comitati referendari o movimenti politici è inaccettabile in una democrazia. Una decisione che conferma il livello allarmante di degenerazione del servizio pubblico radiotelevisivo e la concezione autoritaria, padronale e profondamente antidemocratica con cui l’attuale governance sta gestendo la Rai. Siamo di fronte a un’idea di servizio pubblico che calpesta la libertà di pensiero, di espressione e di partecipazione civile dei lavoratori. Chiediamo con urgenza l’immediata eliminazione di questa disposizione palesemente discriminatoria: chi lavora in Rai non può essere punito per le sue idee o per il suo impegno civile e politico. La Rai è un patrimonio di tutti, non un feudo di chi oggi la governa pro tempore" così il capogruppo Pd nella commissione di vigilanza Rai, Stefano Graziano.
“Siamo ormai a poco alla scadenza del 30 giugno 2026, termine ultimo entro il quale devono essere completati tutti gli interventi previsti dal Pnrr, e il quadro è segnato da ritardi strutturali, continui cambi di rotta, modifiche non trasparenti e una governance che appare sempre più debole e confusa. Non è questa la collaborazione istituzionale che serve al Paese. La Corte dei Conti è stata chiarissima: al 31 dicembre 2024 la spesa effettivamente sostenuta ammontava a poco meno di 64 miliardi di euro, appena il 33% del totale. In particolare, sono in forte affanno le missioni su Inclusione e Coesione, Salute e REPowerEU, con livelli di attuazione inaccettabilmente bassi. Ma i ritardi penalizzano le case della comunità, gli studentati universitari, gli asili nido, i piani urbani integrati, i trasporti ferroviari strategici e settori chiave per la transizione ecologica come la mobilità elettrica e l’uso dell’idrogeno verde. E come se tutto questo non bastasse, si ipotizza un ulteriore dirottamento di ben 14 miliardi del Pnrr e 11 miliardi dei fondi di coesione per un nuovo programma di aiuti alle imprese colpite dai dazi commerciali Usa. Non si può affrontare questa fase finale continuando a stralciare, ridurre, rimodulare. Il rischio non è solo perdere risorse: è perdere fiducia, credibilità internazionale e un’opportunità irripetibile di crescita. Non ci sono più alibi. Se il Pnrr fallisce, fallisce l’Italia. E noi abbiamo il dovere di non permetterlo”.
Così la deputata democratica, Rosanna Filippin, intervenendo in Aula sul Pnrr.
“La crisi del cinema italiano non è una percezione, è una realtà sotto gli occhi di tutti, che il governo continua irresponsabilmente a negare”. Così il deputato del Partito Democratico Matteo Orfini interviene sulla polemica esplosa tra il mondo dello spettacolo e il ministro della Cultura, Alessandro Giuli.
“Da oltre un anno – sottolinea l’esponente dem – il comparto è in grave sofferenza. Le produzioni sono ferme, migliaia di lavoratrici e lavoratori sono senza prospettive. Le associazioni di categoria, dai produttori agli attori, dai tecnici ai registi, lanciano da mesi l’allarme. E il governo non solo non ascolta, ma risponde con attacchi violenti a chi osa alzare la voce, come dimostrano le reazioni scomposte alle parole di artisti come Elio Germano e Geppi Cucciari”.
“E’ in atto – continua il deputato Pd - una strategia consapevole e ideologica, che mira da un lato a favorire le grandi piattaforme a discapito delle piccole e medie produzioni italiane, vera spina dorsale della nostra creatività e dall’altro a colpire un settore visto come ‘ostile’ solo perché culturalmente vivace e pluralista. Anche Pupi Avati ha ricordato che questo racconto di un cinema politicizzato è falso. Il nostro cinema è patrimonio culturale e industriale del Paese. Ha bisogno di attenzione, non di persecuzioni”.
“Il Partito Democratico - conclude Orfini - continuerà a portare in Parlamento le richieste di tutto il settore e a chiedere l’immediata calendarizzazione della proposta di legge, prima firmataria Elly Schlein, per l’istituzione di una Agenzia autonoma per il Cinema e l’Audiovisivo, sul modello francese. Un organismo indipendente e moderno, in grado di garantire una governance efficiente a una filiera che conta oltre 180.000 addetti, tra diretti e indiretti e merita rispetto, risorse e visione”.
“Nella giornata mondiale della libertà di stampa, i componenti del Partito Democratico della Commissione di vigilanza Rai esprimono pieno sostegno agli appelli provenienti dalle redazioni della Rai, in particolare da quelle impegnate nei programmi di approfondimento giornalistico come Report.
La cosiddetta "fase due" delineata dall'azienda rischia di compromettere seriamente l'equilibrio e la qualità dell'informazione del servizio pubblico. La prospettiva di svuotare redazioni che, nel corso degli anni, hanno formato professionisti di alto profilo, sostituendoli con nuove figure selezionate attraverso criteri non trasparenti, rappresenta un pericolo per la continuità e l'autorevolezza del giornalismo d'inchiesta.
Riteniamo che la Rai debba garantire la stabilizzazione dei lavoratori precari attraverso contratti giornalistici equi e trasparenti, evitando soluzioni che possano minare la qualità dell'informazione.
Invitiamo la Rai ad avviare un confronto costruttivo con le rappresentanze sindacali e le redazioni, al fine di definire un percorso condiviso che tuteli i diritti dei lavoratori e la qualità del servizio pubblico. Inoltre, chiediamo che la Commissione di Vigilanza Rai sia messa pienamente a conoscenza del percorso che la governance Rai intende portare avanti nella trasparenza e nel rispetto delle prerogative istituzionali” conclude la nota.
“Le opposizioni, tutte insieme, hanno compiuto un lavoro straordinario, costruendo una proposta di riforma condivisa per garantire l’autonomia e l’indipendenza del servizio pubblico radiotelevisivo perché sta impazzando TeleMeloni, continua l'occupazione della Rai e non l'occuparsi della Rai. È ora di applicare il Regolamento europeo sul Freedom Media Act, senza ulteriori rinvii”. Così Stefano Graziano, capogruppo del Partito Democratico in Commissione di Vigilanza Rai.
“La Rai – aggiunge l’esponente Pd - è sotto attacco da tempo, vittima di un'occupazione politica sistematica che rischia di svilirne il ruolo fondamentale. Ma non parliamo certo dei 12.000 dipendenti che ogni giorno mandano avanti l’azienda, bensì dell’indirizzo editoriale e delle nomine calate dall’alto. Se entro l’8 agosto l’Italia non recepirà pienamente le direttive europee, il rischio è concreto: una procedura d’infrazione che si tradurrebbe in un ulteriore danno economico per i cittadini e in un colpo alla credibilità democratica del nostro Paese”.
“La Rai – conclude Graziano - deve tornare a essere la Rai dei cittadini, non dei governanti, con una governance indipendente dai partiti e capace di valorizzare le enormi risorse interne all’azienda. Il servizio pubblico deve trasformarsi da semplice broadcaster a digital media company, in grado di competere ad armi pari con gli altri attori del mercato europeo, e di investire davvero nella cultura, nell’innovazione e nell’informazione libera. Quella che proponiamo non è solo una riforma tecnica, ma una battaglia di civiltà e di democrazia, per difendere l’indipendenza dell’informazione e il diritto dei cittadini ad avere una Rai moderna, trasparente e libera”.
“È ormai chiaro che in Italia la governance della Rai è paralizzata da un Governo di centrodestra che non rispetta quelli che dovrebbero essere i principi cardine di un servizio televisivo pubblico al servizio dei cittadini e non riesce o non vuole designare i nuovi vertici aziendali.
Tutto questo si riverbera sul funzionamento dell’azienda e della stessa commissione di Vigilanza bloccata da oltre tre mesi.
Noi chiediamo che vengano rispettate le scadenze previste dell’EMFA (European Media Freedom Act), rimediando ai ritardi già in essere, in modo da rimettere al centro della discussione politica il pluralismo dell’informazione.
Chiediamo ancora una volta che venga avviato al più presto l’iter legislativo della nuova governance Rai, tutelando il ruolo e la funzione del servizio pubblico radiotelevisivo e la professionalità dei suoi dipendenti”. Lo dichiara Stefano Graziano, capogruppo Pd in commissione di Vigilanza sulla Rai a margine dell’incontro alla stampa estera sul Media Freedom Act.
Oggi alle 17.30 presso la sala stampa della Camera dei deputati si terrà una conferenza stampa congiunta delle opposizioni a seguito della bocciatura, da parte dell'Aula della Camera, della mozione presentata dalle opposizioni sull'applicazione dell'European Media Freedom Act, in particolare per quanto riguarda la governance della Rai.
Parteciperanno i capigruppo e i componenti di opposizione in commissione di vigilanza Rai: Stefano Graziano (PD), Dario Carotenuto (M5S), Angelo Bonelli (AVS), Roberto Giachetti (IV), Valentina Grippo (AZ).
Per accrediti: pd.ufficiostampa@camera.it
Snobbato dibattito su riforma governance servizio pubblico
“Grave e inaccettabile l’assenza della maggioranza e l’indifferenza del governo sul futuro del servizio pubblico radiotelevisivo. Oggi, in un’aula parlamentare quasi deserta, il tema cruciale della riforma della governance del sistema radiotelevisivo pubblico è stato affrontato solo con la presenza di un sottosegretario alla sovranità alimentare e senza alcun intervento da parte dei gruppi di maggioranza. Un segnale allarmante di disattenzione verso un settore essenziale per la democrazia e il pluralismo dell’informazione”. Così una nota dei parlamentari democratici della commissione di vigilanza Rai. “Il governo – aggiungono i demo - continua a ignorare l’urgenza di recepire l’European Media Freedom Act, che impone agli Stati membri di garantire indipendenza e imparzialità nei servizi pubblici radiotelevisivi. Quando si tratta di discutere di nomine, la maggioranza è sempre presente e attenta ma quando bisogna affrontare riforme fondamentali per il Paese, l’aula resta vuota. Il servizio pubblico è in stallo – aggiungono i democratici – ed è tenuto in ostaggio dalla maggioranza, che a distanza di mesi dalla nomina del nuovo Cda la Rai non è ancora stata in grado di nominare un presidente di garanzia. Siamo ben oltre il limite del rispetto della legge. Chiediamo un intervento immediato per adeguare il sistema agli standard europei e garantire un servizio pubblico libero da condizionamenti politici. Il governo non può sottrarsi a questa responsabilità”, concludono i democratici.
“L'atteggiamento politico della maggioranza sta svilendo il ruolo che ricopre la Rai, mortificando, quotidianamente, la professionalità delle persone che operano all'interno dell'azienda. TeleMeloni non è uno slogan ma un dato di fatto perché dopo i Tg, ora anche le radio sono oggetto di un'occupazione permanente del governo. Il governo Meloni tiene in ostaggio la Rai. Da mesi, siamo di fronte ad uno stallo delle nomine dei vertici che si riflette persino sull'ordinario funzionamento della commissione parlamentare di vigilanza. Il PD ha più volte denunciato questa paralisi sollecitando i presidenti di Camera e Senato per sbloccare l'impasse”. Così il deputato dem Andrea Casu, Segretario PD d'Aula, illustrando la mozione delle opposizioni, a prima firma Chiara Braga, sul regolamento europeo European Media Freedom Act (EMFA) e in particolare sulla governance della Rai, per salvaguardare i media dalle interferenze politiche e contrastare minacce alla libertà d'espressione e d'informazione.
“La Rai – continua l'esponente dem - è un patrimonio per il Paese, una grande azienda culturale italiana con brand riconosciuto in tutto il mondo. Ma in questi mesi assistiamo ad una fase calante degli ascolti, ad un'offerta di format non apprezzati dal pubblico e a cadute di stile che fanno un torto profondo alla storia della Rai”. “In Italia le criticità che si registrano nella governance dell'azienda, così come l'approccio ostile del governo verso le trasmissioni di servizio pubblico evidenziano la necessità di una rapida applicazione dell'EMFA a tutela del pluralismo e del giornalismo d'inchiesta che, in una democrazia, devono essere difesi e non costantemente attaccati e ostacolati da chi detiene il potere politico”, conclude Casu.
Apprendiamo con preoccupazione dell’apertura di una istruttoria dell’Antitrust nei confronti del Gruppo Fs. In attesa degli esiti chiediamo che venga fatta piena luce al più presto circa la contestazione di abuso di posizione dominante. Sarebbe molto grave e l’ennesima conferma del fallimento del Governo nella gestione delle ferrovie che viene purtroppo certificato ogni giorno dalle difficoltà con cui si scontrano passeggeri e lavoratori”. Così il vicepresidente e il capogruppo democratico nella commissione trasporti della camera, Andrea Casu e Anthony Barbagallo, che aggiungono:
“Come abbiamo denunciato da tempo, nella situazione già critica di disservizi e ritardi solo il valzer delle nomine dei vertici è arrivato in anticipo e oggi alla luce degli ultimi avvenimenti il Governo non può continuare a fare scaricabarile sulle scelte e deve assumersi la piena responsabilità della situazione di caos e incertezza in cui è inciampato permettendo di portare a termine, in aperto contrasto con i principi previsti dall’articolo 11 del decreto legislativo 112 del 2015, il passaggio diretto dello stesso manager dalla gestione della rete al principale soggetto che vi opera. Attendiamo risposte e interventi immediati gli italiani non possono continuare a pagare il prezzo degli errori di Meloni e Salvini” concludono i democratici.
"Leggo una surreale lettera firmata da 43 presidenti di federazioni sportive italiane che chiede al Governo che venga applicato al Coni il provvedimento adottato per se stessi, che in virtù di una propria rappresentanza parlamentare (due presidenti federali siedono in Parlamento in una forza di maggioranza) aveva modificato la legge esistente che limitava a tre i mandati possibili. Feci, al tempo, provocatoriamente notare questa differenza per sottolineare l'incredibile conflitto di interessi (ma essendo così esplicito lo chiamerei 'apologia di interessi') che permette di legiferare su un tema che riguarda se stessi. Nessuno sollevò un sopracciglio. Ora, caduti sulla strada di Damasco (e con oltre una dozzina di loro rieletti in virtù di quell'emendamento) i presidenti federali scrivono al Governo. Mi congratulo per questo sfacciato esercizio di incoerenza, dal coefficiente altissimo, tanto per restare sul tema sportivo. È bello, invece, anche in questi giorni di Carnevale, non dover cambiare continuamente maschera: il Partito Democratico è fermo su alcuni concetti estremamente semplici: il limite dei tre mandati per tutti, il voto elettronico e l'abolizione del medievale sistema delle deleghe per eleggere i presidenti federali, l'equilibrio di genere nella governance dello sport, "quote verdi" per abbassare l'età media nei consigli federali. Siamo sempre stati, restiamo e resteremo su queste posizioni contenute in una proposta di legge a mia prima firma depositata alla Camera a febbraio, ma di un anno fa, il 2024". Così il responsabile nazionale sport del Pd, il deputato democratico Mauro Berruto.
“La destra evoca un clima idilliaco nei posti di lavoro, ma nella realtà, con i provvedimenti approvati in questi due anni, contribuisce a peggiorare le condizioni dei lavoratori aumentando a dismisura le possibilità di assumere con contratti precari, a tempo determinato e in somministrazione e con continui attacchi al principio fondamentale della rappresentanza. Siamo convinti che le regole della rappresentanza vadano messe in chiaro, nero su bianco, ma devono partire da ciò che le parti sociali da tempo stanno proponendo. Purtroppo la visione della destra ha seminato i suoi veleni anche su questo disegno di legge che era nato con altre intenzioni. Possiamo quindi dire che ‘c’era una volta’ un disegno di legge della Cisl finalizzato a disciplinare varie forme di partecipazione dei lavoratori alla governance delle imprese. Forme accumunate da un principio base: una partecipazione attivata dalla contrattazione collettiva nazionale o di secondo livello. Questo approccio non piaceva a Confindustria che sosteneva che la partecipazione dovesse essere solo una libera scelta delle imprese. E questo è quello che è diventato questo disegno di legge. Della proposta della Cisl non resta che il titolo. Noi ci asteniamo, nel rispetto di questo grande sindacato. Ma è una sfiducia critica finalizzata a favorire un processo costruttivo per modificare in tutte le sedi opportune i tanti aspetti negativi di questo testo”.
Così la deputata democratica, Maria Cecilia Guerra, responsabile Lavoro del Pd, intervenendo nell’Aula per annunciare il voto di astensione del Gruppo al Ddl Partecipazione dei lavoratori.
"Bene l’approvazione degli emendamenti presentati dal Pd, M5S e AVS, che eliminano la norma che avrebbe aperto le porte ai ‘sindacati pirata’: l’Aula ha rimosso un elemento del tutto estraneo a questa legge, che avrebbe rappresentato una grave regressione in tema di rappresentanza dei lavoratori " ha dichiarato la responsabile nazionale Lavoro del Pd, la deputata democratica Maria Cecilia Guerra nel corso dell’esame della proposta di legge sulla partecipazione dei lavoratori nella governance d’impresa.
"La norma abrogata – sottolinea Guerra – avrebbe messo in discussione il concetto stesso di rappresentanza dei lavoratori attraverso le organizzazioni sindacali. Bene quindi che l’aula della Camera abbia bocciato un intervento estemporaneo che avrebbe favorito sindacati non rappresentativi che, molto spesso, agiscono come ‘sindacati pirata’, facendo concorrenza sleale ai sindacati realmente rappresentativi su salari e tutele. Siamo favorevoli a discutere criteri chiari per definire in modo compiuto, anche normativamente, la rappresentatività dei lavorati – ha aggiunto Guerra – e su questo tema abbiamo diverse proposte depositate alla Camera e al Senato. Chiediamo, tuttavia, che questo avvenga in modo organico e non improvvisato all’interno di provvedimenti che trattano di tutt’altro. Continueremo, quindi, ad opporci, come abbiamo fatto in accordo con i sindacati confederali e le grandi associazioni datoriali nel caso del decreto Primo Maggio, del PNRR e del Codice degli Appalti, a norme lesive della rappresentanza, partorite in modo improvvisato e improvvido da questa maggioranza", conclude Guerra.